08 settembre 2009
Un'analisi delle difficoltà di Obama sulla sanità
Elezion di mid-term a parte, Obama si trova a dover affrontare il tema più difficile nel momento più difficile: in Afghanistan le cose non vanno bene, il discorso al mondo arabo sembra un ricordo sbiadito, in Iran ha vinto Ahmadinejad e nonostante i segnali positivi per l’economia, tutti alla Casa Bianca sanno bene che ci vorrà del tempo prima che ci siano effetti tangibili nella vita delle persone. Un colpo sulla sanità intaccherebbe in maniera molto seria l’immagine del presidente destinato a fare grandi cose e renderebbe la già riottosa maggioranza democratica in Congresso più immobilista di quanto non sia già.
La grande sfida per l’uomo politico che ha usato l’arma dei grandi discorsi ogni volta che si è trovato con le spalle al muro è quella di riuscire a convincere parti molto diverse della società e del quadro politico. Fino ad oggi Obama ha evitato di schierarsi in maniera pesante sulla public option, il principale tema di battaglia che riguarda la riforma sanitaria. Su alcuni temi le divisioni ci sono, ma la maggioranza può trovare un accordo al suo interno: l’idea che le assicurazioni non possano più rifiutare le cure ai malati cronici, quella per cui a persone con un passato sanitario difficile sia impossibile rifiutare la polizza, l’abbassamento dei costi grazie a bonus fiscali e contributi troverebbero i voti necessari in Congresso. Ma l’opzione pubblica, la nascita di un’assicurazione statale che competa con i privati e li costringa ad abbassare i costi, è un vicolo cieco dal quale è difficile uscire per diverse ragioni.
La prima sono gli anziani, che negli Stati Uniti hanno un livello di copertura sanitaria pubblica decente grazie a Medicare. Qual’è il problema? Che Obama in campagna elettorale e anche dopo ha promesso di non alzare le tasse ai ceti medi. E che la riforma con l’opzione pubblica costa. Per riuscire ad avere la botte piena e la moglie ubriaca, l’unica opzione possibile sembra essere quella di un taglio al programma di assistenza sanitaria agli anziani. Niente di drastico, Obama ripete che si tratterà di evitare gli sprechi e razionalizzare alcune cose. Gli anziani temono più file d’attesa per le analisi, le visite specialistiche e così via. Un assist alla destra repubblicana che sugli anziani sta facendo un pressing enorme. In un articolo pubblicato quest’anno dal giornale medico britannico The Lancet, Ezekiel Emanuel, medico consulente dell’amministrazione e fratello del capo dello staff di Obama, Rahm, spiegava più o meno che quando occorre scegliere chi mettere in testa alla graduatoria per un trapianto o per una cura scarsa, tra altri fattori, occorre tenere conto dell’età. Non ci è voluto a Sarah Palin a spiegare agli anziani americani che verranno sottoposti a dei «consulti della morte» nei quali i burocrati statali decideranno in base alle risorse se curarli o lasciarli morire. E’ bassa propaganda, ma sta funzionando.
Se poi si tiene conto che l’elettorato over 65 ha già votato in maggioranza a favore di John McCain nel 2008 e che tradizionalmente nelle elezioni di mezzo termine sono gli anziani, che vanno molto di più a votare dei giovani, a fare la differenza, i congressmen democratici hanno di che preoccuparsi. E prima di loro Obama.
Il presidente, mercoledì dovrà quindi decidere se mettere il suo peso sull’opzione pubblica oppure no. E’ una scelta molto difficile. Lo stratega di Obama, David Axelrod, nelle ultime due settimane ha parlato mlto più del solito con i media, segno che il clan del presidente sta facendo muro e, forse elaborando una straegia. Axelrod ha detto che il presidente favorisce l’idea della opzione pubblica. Ma non ha detto se la chiederà esplicitamente al Congresso. Abbandonare quell’idea rischierebbe di far perdere ad Obama la sua base più entusiasta e liberal. Non abbandonarla rischia di mettergli contro i moderati del Congresso e rendere improbabile che una riforma sanitaria migliorativa venga approvata. Evitare di scegliere, parlare del grande tema della sanità e dei diritti e farlo in maniera ottimale come fa sempre Obama, non basterà. Domani, il presidente avrà davanti persone che ricevono milioni di contributi da parte della lobby sanitaria e altre che rischiano la propria carriera politica tra un anno. Non serviranno solo concetti, ma l’indicazione di un percorso condiviso dalla maggioranza di deputati e senatori capace di convincere anche gli americani della sua efficacia. Se ci fosse la public option, tanto meglio. Se ci riuscirà, il presidente avrà raggiunto un risultato enorme e potrà a guardare al 2010 con una certa serenità. Alla fine dell’anno prossimo l’economia andrà meglio di oggi, l’Iraq sarà quasi un ricordo e con una riforma sanitaria, anche moderata, Obama avrebbe un enorme capitale da spendere. Altrimenti sarebbero guai seri.
06 settembre 2009
Crisi, ripresa o cosa?
Il tema, per tutti, è quello di come e quando far smettere smettere di spendere le Banche centrali e le economie pubbliche. Come ha sostenuto il commentatore di Financial Times, Martin Wolf, i segnali di ripresa ci sono ma non c’è da nessuna parte una domanda che cresca: «Abbiamo un problema serio su come generiamo domanda per una produzione che cresce». Fermare l’intervento troppo presto, dunque, significa rischiare una recessione a “W”, con una ripresa spinta dalla spesa pubblica che cede il passo a una nuova recessione, quando questa smette. Il Nobel Joseph Stiglitz, parlando a Nouvel Observateur sostiene che anche il piano anti-crisi di Obama, che pure è spalmato su due anni, non basterà a rimettere in moto la domanda e che la crisi sarà davvero alle spalle almeno tra un paio d’anni.
Trovare l’equilibrio tra spesa e controllo del deficit è il prossim esercizio a cui dovranno dedicarsi gli economisti. Con un problema non secondario: con un lungo articolo sul magazine del New York Times in uscita domenica prossima l’altro Nobel Paul Krugman ricorda al mondo che la scienza economica non ha saputo in nessun modo prevedere quanto stava accadendo - in un numero recente anche The Economist poneva lo stesso problema. Il testo di Krugman è scritto in maniera magistrale come sempre ed è una critica alla teoria economica che ha dominato gli ultimi trent’anni. L’economista liberal insiste sulla necessità di tornare a guardare il mondo con le lenti di Keynes e prendere atto che il funzionamento dei mercati è tutt’altro che perfetto. E che la macroeconomia deve necessariamente cominciare ad analizzare la finanza per capire davvero come va il mondo e come affrontare le crisi ricorrenti.
29 luglio 2009
Il quadro afghano in cifre
E’ difficile avere un quadro della situazione afghana. A volte scopriamo che c’è un nuovo leader talebano, che la violenza aumenta, che la produzione di oppio è aumentata o che il Pakistan sembra aver deciso di dare un colpo ai legami tra Jihad e servizi segreti militari. Per farsi un’idea del quadro si può solo raccogliere le informazioni e i dati disponibili e metterli in fila.
Sappiamo ad esempio che le azioni di chi combatte contro le forze armate dell’Alleanza atlantica non sono mai state così tante come in questo periodo. Un rapporto Nato dei primi di giugno ci informa che gli attacchi sono aumentati del 59% tra gennaio e maggio. Sappiamo anche che i militari stranieri in territorio afghano, a fine giugno 2009, erano 61.130 provenienti da 42 Paesi (quasi 30mila statunitensi e 8500 britannici)
Brookings institution, che raccoglie tutti i dati disponibili sul conflitto afghano in un Afghanistan index nota che al 15 luglio scorso i militari stranieri uccisi da talebani o in incidenti sono 207 contro 294 del 2008 - se le cose continueranno come sono andate fino a luglio, quest’anno registrerà un nuovo record di morti. Del resto, sosteneva nel novembre 2008 l’International council on security and developement relations i talebani erano molto attivi e presenti sul 72% del territorio e poco presenti solo nel 7%.
Va un poco meglio per i civili. Le Nazioni Unite hanno calcolato che nel 2008 i morti civili sono stati circa 2100; nel 2009 sono stati 893, ovvero le cose starebbero andando leggermente meglio - ma cosa è successo nelle zone di confine oltre la frontiera pakstana? Qui l’offensiva a colpi di droni deve aver fatto crescere il numero dei morti civili sono aumentati. Per non essere stupidamente retorici, bisogna comunque ricordare che la maggior parte dei civili uccisi li hanno ammazzati i talebani (nel 2008, il 47% contro il 28% di bombardamenti e altro). Certo, un afghano ucciso da un aereo statunitense è un formidabile strumento di propaganda per i talebani.
Tra le cose di cui si parla molto poco, relativamente alla situazione afghana, c’è la vicenda dei rifugiati. L’Unhcr, l’agenzia Onu per che si occupa delle persone che hanno lasciato il loro Paese, ci dice che nel mrzo 2008 erano circa 3 milioni tra Pakistan e Iran. Dalla cacciata dei talebani da Kabul in poi, circa quattro milioni e mezzo di persone hanno fatto ritorno in patria. Molti tra coloro che erano scappati dai talebani, sono rientrati nel 2002, molti altri sono fuggiti dalla guerra (o dagli americani, sulle montagne). Il numero di coloro che tornano è decrescente: molti nel 2002, pochissimi nel 2008.
E’ di lunedì la notizia che i militari statunitensi smetteranno di sradicare le piante di papavero nei campi di contadini e concentreanno la loro attività anti-droga sui trafficanti. Il papavero è tra le fonti principali di finanziamento della guerra talebana e, dall’invasione in poi, la sua produzione è costantemente cresciuta - un lieve calo lo scorso anno. Segno che la scelta di tagliare i papaveri non è servita a nulla. Se nel 2001 la produzione di oppio dell’Afghanistan era pari all’11% del totale mondiale, nel 2008 siamo al 93%. Le organizzazioni che lavorano sul campo in Afghanistan e i think-tanks che si occupano di quel conflitto in maniera costante convergono nel salutare la scelta annunciata dall’inviato speciale del presidente Obama, Richard Holbrooke. Lo stesso diplomatico, parlando al quartier generale di Bruxelles, ha detto che i talebani guadagnano una cifra tra i 60 e i 100 milioni di dollari l’anno dall’oppio. Holbrooke ha però sottolineato che dagli Stati del Golfo arrivano più dollari che non dalla vendita dei papaveri. Altri ne arrivano da altri Paesi. Osama bin Laden, insomma, non è il solo miliardario arabo a sognare un califfato islamico. «I pashtun finanziano le operazioni locali con l’oppio, ma lo sforzo globale è il frutto dei soldi provenienti dall’estero», ha sostenuto Holbrooke.
Qualche dato confortante c’è. Aumentano le iscrizioni nelle scuole, quasi triplicate dal 2002 al 2008. Quasi 250 edifici scolastici e 290 tra studenti e maestri sono stati però uccisi negli ultimi tre anni.
L’accesso all’acqua potabilenon è migliorato. Quando gli americani si preoccupano della qualità delle istituzioni afghane e del loro aiuto civile, parlano di questo. Non sarà un caso che i sondaggi periodici sulla popolazione indicano un costante calo della popolarità del presidente Karzai e della presenza Usa nel Paese. Mai come ora, americani, britannici (e afghani schiacciati tra i belligeranti) avrebbero bisogno di buone idee.
Il generale Mini su politica, Afghanistan e regole d'ingaggio
Generale Fabio Mini, lei esprime di solito, da esperto militare, pareri eclettici rispetto all’ufficialità; lo ha fatto anche sulla vicenda afghana, che ha sempre indicato come un teatro di guerra. Lo dice anche la più autorevole opinione pubblica occidentale, ormai. In Italia, invece, ci si ostina a negarlo. Ma non le pare che le stesse operazioni sul campo del contingente italiano, specie nel quadrante Ovest tra Herat e Farah, siano conformi ad un’attività bellica?
Guardi, io penso che di fatto il contingente, già da tempo, abbia capito che doveva cambiare atteggiamento e passare da una missione prettamente d’assistenza alle forze afghane, sostanzialmente passiva, ad una posizione attiva. Sostengo da sempre che quanto alla presenza in Afghanistan la situazione richiede una presa di coscienza. Ho sentito dire da qulcuno che questa non è guerra perché non è come la Seconda Guerra Mondiale. Ma allora non possono esistere guerre, perché è chiaro che oggi nessuna guerra può essere come quel tipo di guerra. Insomma, io non ho remore a dire che i nostri soldati stanno combattendo una guerra. Cosa c’è di diverso, nel caso della presenza italiana? Che mentre i principali alleati hanno avuto coscienza da subito di quel che facevano e si sono attrezzati, o hanno cercato di farlo, noi no.
Tantè, in Italia mentre si ribadisce la natura di “missione di pace” il ministro della Difesa e gli stati maggiori militari “adeguano” i mezzi e insistono per farlo anche sulle regole d’ingaggio...
Il dibattito fondamentale non è quello sui mezzi militari, su quali tenere al fronte, quali ritirare, con quali altri sostituirli. Il dibattito fondamentale, in tutta l’alleanza che detiene presenza militare in Afghanistan e a partire dai comandi statunitensi, è stato ed è se le tattiche di guerra contrinsurrezionale praticate in Iraq sono applicabili o meno in Afhanistan. Il precedente comandante McKiernan diceva che sì, lo erano, fino in fondo: e dunque non si peritava di prevedere il massimo numero di vittime, fra le quali come s’è visto se ne sono contate molte nella popolazione civile. Il generale McChrystal, l’attuale comandante, ha invece completamente cambiato approccio. E’ significativa una sua frase al momento dell’insediamento: «Il metro del mio successo - ha detto - non sarà quanti talebani avrò ucciso ma quanti afghani avrò protetto». Queste parole hanno dei risvolti pratici: lo stesso generale Usa ha invocato un cambiamento di regole d’ingaggio. E il cambiamento che ha invocato è in senso più restrittivo.
Esattamente al contrario di come se n’è discusso in Italia. Anche volendo lasciare da parte von Clausewitz, non è questa diversità di approccio alle direttive militari riflette un anacronismo della posizione politica italiana rispetto al travaglio vissuto dagli Usa e che attraversa la nuova amministrazione Obama?
E’ evidente. Non è che un comandante militare cambia approccio per sua iniziativa. E’ un nuovo comandante, nominato da una nuova amministrazione, con nuove direttive. Ed è apparso da subito chiaro che il presidente Obama, pur confermando e anzi rendendo centrale l’ingaggio in Afghanistan, avrebbe ricercato un cammino diverso. Mi pare che, scontato il passaggio delle elezioni di agosto, ci si stia arrivando, finalmente. Però occorre anche fare attenzione a che non sia troppo tardi.
Ecco: negli stessi Stati Uniti e in Gran Bretagna si discute non solo sul fatto che quella è una brutta guerra ma che non la si può vincere, come tale. Non vale tanto più per l’Italia, viste le condizioni della presenza laggiù?
Io penso da sempre che, essendo quella in Afghanistan una guerra ed essendo per l’appunto in Afghanistan, in quel luogo delicatissimo, non si sarebbe mai potuto pensare di trovare una soluzione per la sola via militare. D’altra parte, però, proprio per questo non concordo con chi dice che prima di tutto bisogna venir via. Anche questo, ossia l’andarsene, deve avere un fine. Il punto è: cosa avremo risolto? Oppure è meglio stare lì e fare in modo di far prevalere il nostro sistema di comprensione delle operazioni, in modo che la strategia complessiva cambi? Anche facendo presente magari che ci sono cose che non possono essere fatte. Ciò che mi perplime maggiormente resta la confusione: quando ad esempio parliamo di regole d’ingaggio noi parliamo delle regole seguite dal soldato combattente ma non, come invece fanno gli altri, del modo di condurre le operazioni. Insomma, quel che scontiamo è uno scollamento della politica dalla strategia e per conseguenza della strategia da quanto accade realmente sul terreno.
Ma, volendo stare a quanto accade sul teatro delle operazioni, non appare chiaro che molta dell’intensità degli scontri si stia spostando proprio sul quadrante Ovest e specialmente a Farah dov’è concentrato il contingente, nelle condizioni descritte?
Molto si concentra su Farah perché là ci sono operazioni in atto, da tempo. Cioè là stiamo conducendo determinate operazioni. Non so davvero se con un fine e quale, però. Il fatto fondamentale è questo: è che Farah non è come si era voluto far pensare un’oasi di serenità, ma come anche a Herat si sparava tutti i giorni anche prima. C’è una totale interdipendenza della situazione sul terreno con quella ad Helmand e nel resto del teatro di guerra.
Restando sempre al quadrante Ovest: il confine con l’Iran non dovrebbe rappresentare un fattore di stimolo all’Italia per un ruolo diverso, maggiormente politico, sulla vicenda afghana?
Intanto, ho perso veramente qualsiasi sensazione di grandi giochi geopolitici, quanto all’Afghanistan. Secondo me il livello ormai è quello della sopravvivenza: del Paese, del governo, del senso stesso della presenza occidentale. Il resto dei fattori potrà ricominciare a palesarsi quando si dovesse minimamente stabilizzare la situazione interna. Un fatto è certo, quanto agli italiani nell’Ovest afghano: siamo in un punto delicato e siamo anche in un osservatorio privilegiato. E’ che non l’abbiamo mai detto, quel che vediamo da lì. E quel che si vede non è un’interferenza ostile iraniana, ma esattamente il contrario, la preoccupazione di Teheran per quel che accade. Il nostro ruolo, che finora s’è mostrato anche molto equilibrato nel non andare a cavalcare oltre misura la tigre del “Satana” iraniano, avrebbe potuto funzionare anche di più se qualcuno questa visione sul campo l’avesse fatta pesare nei briefing Nato o nelle sedi politiche. Ecco sempre qui torniamo: allo scollamento della politica.
17 luglio 2009
A che punto è la crisi Usa?
Cosa sta succedendo? Come d’incanto la crisi è passata e tutto torna a girare per il verso giusto? Non proprio, non esattamente. E’ vero, la Federal reserve ha appena diffuso un comunicato nel quale si dice che «Le informazioni raccolte indicano che la contrazione dell’economia sta rallentando. I mercati finanziari conoscono un miglioramento e la spesa delle famiglie mostra segni di stabilizzazione», ma, come recita lo stesso comunicato, «Le imprese continuano a tagliare sugli investimenti fissi e sulla manodopera». Secondo gli esperti della Fed, l’economia degli Stati Uniti è dunque in lenta ripresa. Peggio sembrerebbe andare all’Europa, anche se tutte le istituzioni sovranazionali che pubblicano rapporti trimestrali sull’andamento dell’economia - Ocse e Fmi - parlano di ripresa leggermente più rapida del previsto.
Gli analisti, anche quelli delle bibbie del mercato come il FInancial Times, non sono troppo convinti. O meglio, cercano di ricordare e sottolineare che la crisi è stata di quelle dure, frutto del combinato di un modo di organizzare i consumi e i mercati finanziari che non possono più tornare ad essere com’erano. O almeno non dovrebbero.
Martin Wolf, uno dei columnista utorevoli del quotidiano arancione di Londra, tra coloro che hanno segnalato con più insistenza la magnitudo della crisi, ricorda vel suo articolo di mercoledì scorso che, «Dopo la tempesta, la salita sarà lunga». Wolf segnala che molte economie ricche prevedono un eccesso di capacità produttiva per il 2010 mentre i consumatori sembrano non aver nessuna intenzione di riprendere a consumare. «Nel 2007 il settore privato Usa ha speso il 2,4% in più di quanto ha guadagnato. Nel 2009 spenderà il 7,9% in meno di quanto guadagnato - ricorda Wolfe, che aggiunge quanto sia buffo che - il passaggio alla prudenza dei consumatori sia stato tanto invocato in passato quanto poco apprezzato oggi». Ancora per il 2010, dunque, sarà il deficit spending a generare domanda. Con possibili guai a venire per il futuro.
A proposito di deficit, nella sua rubrica settimanale per il New York Times, il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, calcola con un ragionamento complicato, che il deficit ha «salvato il mondo» da una nuova Grande depressione. E questa è una bella rivincita contro i fondamentalisti del bilancio in pareggio.
Su Bigmoney.com Daniel Gross, un altro analista tra i più acuti, spiega, citando una serie di istituti di ricerca e indicatori economici che si, la «recessione è finita». Gross sottolinea che i dati che cita vengono da istituti indipendenti che nn dipendono dalle banche e che, in passato, gli stessi istituti hanno saputo prevedere con puntualità recessioni e riprese con largo anticipo. Lo stesso Gross sottolinea che i numeri non fanno l’economia e che, chi pensasse che la ripresa economica significa il ritorno ai bei tempi che furono o a rimbalzi clamorosi, si sbaglia di grosso. «Senza soldi facili e un boom del mercato immobiliare è difficile capire cosa produrrà una crescita occupazionale su larga scala - scrive Gross, concludendo - La recessione è finita! Che la ripresa senza occupazione cominci!».
Da punti di vista diversi, sembrano tutti convergere su un punto: la ripresa sarà lenta e non avrà ricadute immediate sulla vita quotidiana delle persone.
Il più scettico di tutti sembra essere Robert Reich, ex Segretario al Lavoro di Clinton ed economista a Berkeley, uno degli esclusi illustri (con Krugman) dal team di economisti che gravita intorno alla Casa Bianca. Reich vede nel ritorno agli utili delle banche come Goldman Sachs - che nell’ultimo trimestre ha fatto profitti record - sia un rischio di un ritorno al passato. «Il fatto che Goldman sia tornata è un bene per la disastrata economia di New York (...) Ma il modello di business ad alto rischio della banca non è cambiato e il suo successo spingerà altre banche a fare lo stesso». Con l’aggravante che i rischi, Goldman li sta prendendo con i soldi dei contribuenti. Reich è pessimista sulla crescita. Se i modelli economici di ripresa sono a V e a U - rapida quanto il tonfo quella a V, lenta quella a U - Reich sostiene che questo non è nessuno dei due casi. «In una recessione così dura, la ripresa non dipende dagli investitori. Dipende dai consumatori che rappresentano il 70% dell’economia statunitense. Stavolta i consumatori sono davvero sfiniti e fino a quando non ricominceranno a spendere, non ci saranno riprese, né a U, né a V». Secondo Reich, per gli Usa serve un nuovo modello di economia di mercato. In fondo, ognuno con accenti e priorità diverse, anche gli altri sostengono la stessa tesi.
20 giugno 2009
La partita a scacchi di Obama
In questi due giorni si è scatenata l’analisi a proposito di quello che l’amministrazione Usa e molti quotidiani americani hanno definito come “l’intervento di regolazione del sistema finanziario più importante dagli anni ’30 a oggi”. Un’affermazione che risponde a verità, se si considera come da allora il trend sia stato quello della deregolamentazione. Quindi, il primo passaggio è di natura ideologica: nell’assegnare alla Federal Reserve nuovi poteri di controllo sull’attività bancaria - la misura più osteggiata dagli oppositori della riforma – si ristabilisce il criterio del primato della regolamentazione su quello della finanza creativa e deregolamentata. Altrettanto ideologica – e speriamo anche fattuale - la scelta di creare un’agenzia di controllo a difesa del consumatore (la Consumer Financial Protection Agency, CFPA) che avrà poteri normativi in materia di carte di credito e mutui, le grandi fonti di ansia della vita di un cittadino medio. Chi accusa Obama di timidezza e propensione per il compromesso al ribasso ha le sue ragioni: non è stato riportato in vita il famoso Glass Steagall Act del 1933 – abbattuto da Clinton dieci anni fa – che impediva alle banche commerciali di trasformarsi in banche d’investimento e/o assicurazione. La fusione di queste due funzioni è stata una delle cause scatenanti della crisi del 2008 e di quella degli anni ‘20.
Questo piano, ancora una volta, mostra come Obama sia stato allevato nella dura scuola del realismo politico (i natali politici di Chicago hanno lasciato questo imprinting) ma anche a quella del progetto, del grande disegno: da un lato abbiamo una proposta di riforma che rappresenta un compromesso frutto di innumerevoli trattative; dall’altro si manifesta la volontà di ristabilire criteri e modalità di intervento pubblico che riportino lo stato al centro del processo politico, come garante dell’interesse generale. Quello che va compreso è che assistiamo a un’unica, gigantesca, partita di scacchi tra il governo e i grandi settori dell’industria privata, quelli che hanno letteralmente dominato l’agenda politica del paese per trent’anni. Obama vuole, senza alcun timore di fare compromessi anche importanti, riprendere in mano quell’agenda. Le grandi banche d’investimento sostengono il presidente, in cambio di una ristrutturazione del sistema finanziario non troppo pesante (e hanno i loro uomini nell’amministrazione); sono disposte ad aiutarlo, ma sanno che la notte non è passata e sanno che Obama può chiedere molto, come è avvenuto per l’accordo Obama-Fiat: lì il presidente ha imposto alle grandi banche creditrici verso Chrysler di accettare 28 centesimi per ogni dollaro che avrebbero potuto esigere. Perché lo hanno fatto? Perché dipendevano da Obama per la loro sopravvivenza, per via del denaro messogli a disposizione dall’amministrazione.
Cosa accadrà con la riforma sanitaria? Quali leve potrà usare Obama? Anche lì si muoverà con la logica del divide et impera, costruendo un’asse di compromesso con chi ci sta e cercando di schiacciare chi si oppone, come è avvenuto con i fondi pensioni che hanno provato ad avere indietro tutti i soldi investiti nel mondo Chrysler. E’ il grande ritorno della politica, persino nelle sue forme più barocche, come gli ormai celebri inviti alle cene a palazzo rivolti agli oppositori di Obama (comunque ben più sobrie di quelle italiane); ma anche attraverso strumenti tradizionali come la creazione di organizzazioni di massa - il già citato Organizing for America, i cui membri possono premere a livello locale sui Congressmen democratici più riottosi o poco disposti ad appoggiare la proposta di riforma; o persino attraverso la riscoperta della disciplina di partito, visto che il capo dello staff della Casa Bianca – Rahm Emanuel – è espressamente preposto al controllo dell’attività dei membri del Congresso. Il numero dei tavoli sui quali si sta giocando e l’importanza delle partite in corso dà la misura dell’ambizione dell’uomo.
("L'altro", 19.06.09 - Mattia Diletti)
17 giugno 2009
Un convegno sulla crisi iraniana
L'ala militare del regime (i basji), la milizia volontaria che inquadra le masse fin dall'indomani della rivoluzione, pronta a mobilitarsi. L'ala militare è cresciuta nel tempo dopo una fase di debolezza all'interno di un regime nel quale le fazioni esistono, sono forti, rappresentano ceti e interessi e si combattono apertamente.
Nel primo decennio postrivoluzionario, l'ala radicale non clericale ha contato molto, ma dalla morte di Khomeini e durante la ricostruzione del Paese per mano della presidenza Rafsanjani, ha contato poco. Gli assi del regime erano incentrati tra l'alleanza tra religiosi e conservatori pragmatici: l'ala che pensava a una modernizzazione del sistema rivoluzionario, incorporando le milizie rivoluzionarie nelle strutture statuali. Depotenziare questa sorta di poteri paralleli con i comitati da una parte e lo Stato dall'altro. In questo decennio, molto più tecnocratico e liberista che non nel decennio della guerra, con la necessità di questi settori del regime di giunere a una normalizzazione dell'Iran nel sistema delle relazioni internazionali.
I primi passi di Rafsanjani hanno aperto spazi alla spinta riformista, esplosa con l'elezione di Khatami. La coalizione che portò a due presidenze dell'ayatollah era composita: la sinistra islamica, una forte componente di sistema e una parte di giovani e donne che vedevano nel presidente il traghettatore verso un sistema diverso. L'uomo del mutamento moderato, senza implosioni di sistema. La coalizione è implosa perché Khatami non è mai andato allo scontro con la Guida Suprema.
Khamenei, che è soprattutto un politico, uno che sul fronte della filosofia, della dottrina religiosa non è un granché, ha lavorato per recuperare il partito radicale-militare che, una volta tornato al potere non ha accettato un ruolo da sola guardia pretoriana. La mia tesi è che Khamenei non è più solo a decidere. I radicali capeggiati da Ahmadinejad sono penetrati nei gangli del potere ed hanno adottato una politica di spesa pubblica che non è servita a far uscire l'Iran dalla crisi - disoccupazione e inflazione - ma ha redistribuito reddito verso le fasce più deboli in maniera clientelare, creando nuova fedeltà tra i diseredati. Questa è ala base di Ahmadinejad.
L'interrogativo è, quanto Khamenei deve fare i conti con i militari? Il partito radicale non è più emarginabile. Può la Guida Suprema fare a meno dei radicali o, resosi conto dell'errore nell'imbarcare questa fazione può usare la piazza contro i radicali? Attenzione: i basji che sparano sulla folla sono un elemento di rottura simbolica con la rivoluzione. Era successo solo nel 1979 ed erano gli uomini dello Shah che sparavano. Insomma, quanto è Khamenei a condurre il gioco? Sta provando a contrapporre le piazze per riacquistare centralità? Quello che è certo è che l'assetto e la legittimità istituzionale del regime in questi giorni si incrinerà. E che l'Iran non sarà più lo stesso.
Nucleare: le aspettative su Mousavi erano eccessive, anche in caso di vittoria. Come moti riformisti viene dall'ambiente radicale ed ha una forte impronta nazionalista e non avrebbe messo in dubbio il diritto all'energia atomica. Il nodo è come si arriva al nucleare. E' vero pure che gli slogan di Ahmadinejad sono il frutto dell'ambiente che lo esprime - l'ala radicale, appunto - L'Iran come riferimento islamico dell'antimperialismo. Discorso più facile da fare con la presidenza Bush. La sconfessione aperta del discorso di Obama implicherebbe una risposta dura da parte Usa e questo l'ala pragmatica l'ha capito.
Una presidenza Bush avrebbe reso più tollerabile una vittoria di Mousavi: la retorica rivoluzionaria, che non è solo religiosa, ma anche anti-americana e anti-israeliana avrebbe potuto restare la stessa. La domanda difficile da porsi è però relativa al campo riformista: come mai, nonostante molti anni passati al potere e la consapevolezza della presa di Ahmadinejad tra le masse dei diseredati, questi non abbiano a loro volta elaborato una piattaforma populista capace di spostare il voto della parte a ideologica dei ceti più poveri della società.
L'ex viceministro israeliano parla di teocrazia repressiva dalla politica estera aggressiva che non vuole parlare con nessuno. Sneh sostiene che la proposta di dialogo di Obama è tempo perso perché il regime di Teheran e l'amministrazione Obama hanno due idee molto diverse di cosa cavare dal dialogo. L'ex ministro cita il rapporto dell'International crisis group elaborato attraverso settimane di interviste con funzionari iraniani. Da qui si evincerebbe che non c'è nessuna volontà di parlare del nucleare, ma che Teheran vuole un ruolo riconosciuto e la fine di qualsiasi tentativo di rovesciare il regime da parte americana. La verità è che il politico israeliano sembra non cogliere la portata del tentativo di Obama che vuole in realtà parlare di molti altri temi oltre al nucleare. Metterlo quasi da parte, depotenziarlo per poter discutere di Iraq, Afghanistan, Pakistan e commercio dell'oppio. Questa è una delle sottolineature di Hadian, cme naturale più abbottonato degli altri.
11 giugno 2009
La sottile linea verde: il dialogo e le elezioni in Iran
Eppure diverse agenzie di stampa iraniane (Irna, Isna, Fars) riportano dichiarazioni di figure non secondarie che spiegano che il dialogo non è tabù. Tanto più che un sondaggio pubblicato di recente indica che le priorità degli iraniani sono l’economia, elezioni e stampa libere e migliori relazioni con l’Occidente. Il sondaggio, condotto a maggio, indica Ahmadinejad come favorito di poco e, con il 70 per cento dei consensi, vede le persone interrogate favorire la rinuncia all’arma nucleare in cambio di buone relazioni con gli Usa.
Il terreno sarebbe quindi fertile. Tanto più che Washington e Teheran condividono diverse preoccupazioni a cominciare dalla situazione afghana. Le tensioni crescenti tra Teheran e i Paesi arabi preoccupati per il peso crescente degli sciiti favoriscono in qualche modo il dialogo.
Il primo grande problema che gli americani hanno è capire davvero chi parlare. I centri di potere della Repubblica islamica sono molti e spesso in conflitto tra loro. Lo si è capito un poco durante il regno di Ahmadinejad - con segnali non univoci sulla disponibilità a trattare sul programma nucleare - e lo si è capito benissimo negli anni del riformista Khatami, che perse la sua battaglia politica anche e a causa della quantità di freni e poteri di veto da parte di autorità religiose e istituzionali varie. L’esito delle presidenziali non basterà a spianare la strada al dialogo anche se dovesse vincere Moussavi. E poi, come ha scritto
Mohamed El Baradei, ex capo dell’Aiea che ha tribolato per anni attorno al programma atomico di Teheran, «gli iraniani sono dei bravissimi baazaris (commercianti di baazar, ndr.)» e aspetteranno di capire quel’è il risultato della revisione della politica Usa prima di scoprirsi. E’ un problema che Obama, Clinton e gli altri avranno anche in altri Paesi con i quali vogliono aprire il dialogo.
Il nodo più grande e complicato è però un altro. L’Iran vuole vedersi riconosciuto un ruolo da potenza regionale. E soprattutto, praticamente tutta la classe politica nata con la rivoluzione del ’79 ha come preoccupazione quella di mantenere in vita la Repubblica islamica. Dialogare con Teheran, per gli americani, significa riconoscere questo punto di partenza. Gli ayatollah non vogliono giocare una partita a scacchi sul programa nucleare - per quello hanno rifiutato le proposte europee di aiuti in cambio di rinuncia - ma essere rassicurati sul fatto che il dialogo non sarà la loro fine. Hanno molte armi da giocarsi per convincere gli americani: possono premere sui diversi compagni d’affari europei che hanno (Italia, Francia, Russia), chiudere o meno i rubinetti ad Hezbollah, alimentare il disordine iracheno e altro ancora. Dal dialogo, Teheran ha da guadagnare sul fronte economico e del prestigio regionale. Usa e Iran, insomma, hanno molto da scambiarsi. Ma come a Teheran, anche a Washington c’è chi proprio non vuole discutere: ieri l’ex ambasciatore neocon all’Onu Bolton scriveva sul Wall street Journal che se Israele colpisse le centrali nucleari iraniane non ci sarebbe nulla da temere. Quando si dice gli opposti estremismi.
La sanità di Obama
- l’assicurazione sanitaria diventa obbligatoria, come da noi quella per le automobili
- lo Stato fornisce sussidi per permettere a tutti di pagare la polizza
- viene istituito un mercato aperto (insurance exchange, borsa assicurativa) dove comprare polizze al di fuori dei grandi gruppi
- viene esteso Medicaid per i poveri e in alcune versioni del progetto si protrae la copertura per i bambini fino a 26 anni
- viene cambiamento il sistema di remunerazione dei soggetti del sistema per incoraggiare la qualità
I punti ancora da discutere invece sono:
- l’esistenza di una polizza pubblica, da affiancare al Medicare e tendenzialmente offerta a tutti. Servirebbe per abbassare le remunerazioni dei soggetti erogatori delle prestazioni. Un’idea è quella che paghi il 110% della tariffa pagata da Medicare, così da non scontentare troppo questi soggetti ed incoraggiare comunque la qualità. La polizza pubblica, nei piani del professor Reinhardt di Princeton, userebbe il suo potere contrattuale per selezionare i migliori soggetti del mercato, orientandolo verso un “prodotto” più di qualità.
- la proporzione tra i premi degli anziani e quelli dei più giovani. Oggi ovviamente le stesse prestazioni comportano premi molto più bassi via via che scende l’età del beneficiario. L’ipotesi allo studio prevede una proporzione di 1 a 2 o di 1 a 5.
- il tetto ai profitti delle assicurazioni che sarebbero obbligate a spendere una parte definita delle proprie entrate per la cura dei pazienti. In altri termini non potrebbero avere un ricarico illimitato sulle prestazioni.
Ecco quindi come si combinerebbero i due obiettivi e cioè l'estensione della copertura e la riduzione dei costi: la polizza pubblica farebbe da calmiere e selezionatore dei soggetti. Si eliminerebbe poi un altro fattore di crescita della spesa, spiegato dalla lobby pro-riforma Families USA che lo chiama il “costo nascosto” dell’attuale sistema: ogni anno 86 milioni di americani rimangono per un qualche periodo senza assicurazione – è fornita dal datore di lavoro ma si cambia lavoro spesso – e quindi rimandano le cure al momento in cui potranno pagarle. Questo provoca un aggravamento delle loro condizioni e quando effettivamente si curano “costano” di più. Non sempre riescono a pagare tutto: in media pagano il 37%, un altro 26% è coperto da programmi statali o beneficenza, il resto viene coperto con l’aumento dei premi per chi è assicurato. Il costo di questa distorsione del sistema, secondo la lobby, è di 368 dollari l’anno per le polizze individuali e 1.017 dollari l’anno per quelle familiari.
Su tutto gravano le previsioni del Congressional Budget Office che sostiene che nel 2017 le casse di Medicare saranno vuote, urge quindi una riforma in un senso o nell'altro. Obama ha senza dubbio dei punti di forza: trattandosi di una riforma incombente, chi la teme fa meglio a sedersi al tavolo a discutere piuttosto che contrastarla a muso duro rischiando di perdere del tutto la partita. Inoltre diversamente da Clinton e dalle proposte di riforma precedenti sta portando avanti una strategia molto più inattaccabile mentre si assicura la sostanziale fedeltà dei democratici in Congresso. E’ un democratico nuovo anche in questa circostanza. Anziché usare come slogan “ una sanità per tutti”, e fare discorsi ideologici Obama pone la questione in altri termini. Il cambiamento che propone viene presentato come necessario e in un certo senso indispensabile, come se dicesse "l’attuale sistema costa troppo, usiamone uno che costa meno migliorando i modelli attualmente esistenti”. Nel suo piano l’assicurazione pubblica sembrerebbe non sostituirsi al mercato, ma semplicemente fare il suo ingresso per abbattere i costi e ridurre le prestazioni improprie.
Un altro fattore che preoccupa per il raggiungimento dell’obiettivo ha però a che fare con l’arretrato di domanda repressa di cure sanitarie. Si tratta della domanda di 44 milioni di persone che il varo della riforma farebbe esplodere ( infatti verrebbero abbattute le barriere economiche all’accesso) e questo, ancor prima del raggiungimento di un equilibrio, potrebbe far esplodere la spesa sanitaria del paese.
07 giugno 2009
Caldiron intervista Roy sul Cairo
Olivier Roy è considerato uno dei più grandi esperti mondiali di geopolitica islamica. Direttore di ricerca al Cnrs di Parigi, insegna all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e all'Institut d'Etudes Politiques. Trai suoi libri, tradotti nel nostro paese, ricordiamo Global Muslim (Feltrinelli, 2003), L'impero assente (Carocci, 2004), L'Islam alla sfida della laicità (Marsilio, 2008).
Professor Roy, che impressione le ha fatto il discorso di Obama al Cairo?
Quello di Obama è stato un discorso "fondatore", nel senso che ha fatto il punto su tutti gli aspetti della relazione tra gli Stati Uniti e i musulmani, annunciando profonde modifiche rispetto a quanto visto fin qui. Credo però che più che le cose concrete dette dal Presidente americano, conti il tono del suo intervento. Obama ha parlato chiaramente, spiegando come la politica del suo paese su questi temi sia cambiata. Questo è il primo elemento segnalato dal discorso del Cairo.
Obama ha scelto con attenzione parole e riferimenti, il suo intervento si segnala per un nuovo vocabolario delle relazioni con l'Islam, "Voglio una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo si mescolino in pace" ha detto tra le altre cose. Un linguaggio che poptrà avere qualche effetto su chi l'ha ascoltato?
Senza dubbio. Obama ha giocato molto bene sia la carta emotiva, arriverei a dire affettiva, che quella razionale e realista. Voglio dire che non si tratta solo di un discorso che evoca grandi principi ma poi elude le difficoltà concrete che si incontrano nel tentare di tradurli nella realtà. Al contrario, Obama ha affrontato tutti gli aspetti quella questione, senza reticenza. E credo che le reazioni positive che stanno già arrivando da molti settori della politica musulmana e dai diversi paesi arabi, confermino questa lettura. Del resto, alla base del suo discorso c'è l'idea di un rispetto reciproco, non un rispetto generico tra diversi, ma una sorta di impegno verso un'evoluzione positiva delle varie situazioni prese in esame. Obama ha detto ai musulmani che è proprio perché vi rispettiamo che vi chiediamo passi concreti sulla democrazia, i diritti dell'uomo, la libertà individuale, la violenza e via dicendo.
Alla vigilia del discorso, tutti gli osservatori erano certi che Obama avrebbe parlato della Palestina o dell'Iraq, mentre era molto meno scontato che avrebbe posto anche delle domande scomode a chi lo ospitava: quell'Egitto di Mubarak che, come molti altri paesi "moderati", non brilla certo nel rispetto della democrazia. La sfida lanciata potrà avere risposte concrete?
Obama non avrebbe potuto non fare riferimento a questi temi che fanno parte in qualche modo dell'agenda politica o della comunicazione internazionale. Ciò detto, credo che un elemento di debolezza del suo intervento sia rappresentato dal modo in cui si è rivolto agli islamisti. E' vero che ha parlato della democrazia e del fatto che molti si limitano a reclamare diritti quanto non hanno potere e poi se ne scordano una volta alla guida di un paese, ma mi è sembrato debole su questo punto. Ha citato Hamas ma non ha fatto parola, almeno in modo esplicito, ai Fratelli Musulmani. Eppure, insieme alla carenza di democrazia dei regimi al potere, la minaccia alla democrazia rappresentata dall'Islam politico radicale rappresenta il cuore del problema.
Lei ha spiegato in tutte le sue opere che una sola "Umma", comunità, musulmana globale esiste solo nelle menti dei leader politici o religiosi, non nella realtà. Da questo punto di vista, a quale Islam ha parlato davvero il Presidente americano: ai sette milioni di musulmani che vivono negli Usa, alle nuove generazioni del mondo arabo o a chi altro?
In effetti credo che parli, per così dire, a molti Islam differenti. Da notare che Obama non ha usato una sola volta il termine di "muslim world" preferendo invece parlare "ai musulmani che sono nel mondo". Quando parla al passato fa ancora riferimento all'Islam come a una civiltà, c'è quella islamica e c'è quella occidentale con i loro scambi reciproci. Quando invece parla al presente si rivolge a dei soggetti concreti, insiste sui musulmani degli Usa, per ribadire che sono a tutti gli effetti americani. Mette l'accento sul fatto che si tratta di tante cose diverse, di cittadini di paesi tra loro molto diversi e non di una sola identità "totalizzante". Perciò Obama si muove sulla buona strada ma ancora con qualche incertezza.
In relazione a uno dei temi più caldi dell'agenda internazionale, quello del conflitto in atto in Pakistan e Afghanistam, Obama ha detto cose concrete: costruiremo ospedali e scuole per combattere il fondamentalismo. Un'attitudine nuova da parte degli Usa?
Fin qui siamo agli annunci, vedremo quante di queste cose si trasformeranno in atti concreti. In realtà Obama aveva annunciato questi passi già nella sua campagna elettorale, ma fino a questo momento si è visto ancora ben poco. Sulle situazioni di crisi più acute, Iraq, Afghanistan, Pakistan, lo stesso conflitto in Palestina, Obama aveva già detto le stesse cose, ora serve tradurle nella realtà. Quel che è certo è che il Presidente americano si rende conto che l'opzione militare può, da sola, risolvere ben poco di tutti questi conflitti.
Dopo dieci anni di politica americana all'insegna dello "scontro di civiltà", con Obama si è aperto un altro capitolo nelle relazioni internazionali. Ma potrà l'America che ha fino ad ora incarnato l'idea dell'esportazione manu militari della democrazia, sostenere la battaglia per la democratizzazione e la libertà nei paesi musulmani? Su questo tema Obama ha affermato due principi. Da un lato che non si può esportare la democrazia, dall'altro che la democrazia stessa deve radicarsi nelle culture locali. Perciò ha già rimpiazzato il "clash" tra civiltà caro a George W. Bush con l'idea del dialogo e con la constatazione che i musulmani si muovono oggi in molti contesti politici e sociali, tutt'altro che omogenei. In definitiva lascia aperta ogni possibilità rispetto al ruolo che potranno avere gli Usa nel processo di democratizzazione dei paesi musulmani.
Il discorso di Obama
Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: salaam alaykum.
Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle
loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.
Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di
musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.
Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere.
Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.
Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.
Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è
quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.
In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.
Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate;
poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.
So anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno
eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.
Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.
Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani.
Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto.
Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo".
Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di
musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.
E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei
nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.
Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.
Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.
Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio.
Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.
Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.
Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.
Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.
Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.
La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare
insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.
Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in
Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così. Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.
Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.
Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.
Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo".
Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unitoda partner, non da dominatori.
E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo.
L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.
La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.
Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele.
Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.
D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.
Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.
Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede.
Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.
I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non
è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.
È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.
Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.
Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano
effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.
Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.
L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.
Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la
responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.
Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho
detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti.
La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.
Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.
Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto.
Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.
Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.
Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna
nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali.
Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.
La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri.
Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E
noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.
Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui.
Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera
democrazia.
Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.
Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura
proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni
devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.
La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.
Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.
È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.
Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.
Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.
Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere ildiritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.
Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.
So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.
Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire
qualcosa di completamente diverso.
Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando unnumero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.
Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per e promuovere la salute infantile e delle puerpere.
Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.
I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati.
Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.
So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".
Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.
È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro.
È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.
Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".
Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.
05 maggio 2009
L'automobilismo di massa e il sindaco sacrificale
Qui hanno una formuletta fantastica per descrivere il fenomeno, di quelle che ti fanno capire l'oggettiva superiorità pratica della lingua inglese. Dicono 'I've been doored', e la gente capisce che ci si riferisce nello specifico a qualcosa di ciclistico. Quindi sono stato 'doored' anche io, entrando a far parte stabilmente del folto gruppo di ciclisti guerriglieri di New York. Per i bikers usare la bicicletta a New York é un atto politico, aggredire l'automobilista é necessario come inevitabile - e giusto - é il sacrificio del 'being doored' o dell'essere vittima di altri incidenti e angherie. Nell'ideologia dei bikers c'è spazio anche per un po' di estetica del martirio come fra i serbi e gli sciiti - non la spiegherei così, non temete - e ogni centimetro di pista ciclabile é un'occasione per esercitarla: si spera sempre che l'automobilista del vicino New Jersey - il mio amico Rey, biker fondamentalista, dice che sono sempre loro all'origine del male - ti offra l'occasione per uno scontro verbale o ti provochi magari una feritina da esibire la sera stessa ad un raduno di bikers arrabbiati. Si tratta di gente bizzarra, é evidente. Ma hanno ragione.
E' ormai oggettivo che vita urbana é automobilismo di massa sono incompatibili: o hai le auto o hai le città, a noi sta la scelta. I costi ambientali e sociali dell'utilizzo dell'automobile nelle aree urbane sono ormai assolutamente insostenibili, a partire dalla quotidiana moria di ciclisti: ogni città ha il suo 'segnale' per ricordare un ciclista ammazzato, qui delle bici bianche e dalle nostre parti fiori e foto ancora più struggenti. Sappiamo benissimo che inefficienza e alti costi del servizio pubblico sono il risultato dell'utilizzo di massa dell'automobile: senza auto, autobus e tram sarebbero più veloci e più economici sia in termini di produzione del servizio che in termini di costo al consumo. Inoltre, gli effetti sociali e anche economici della fine dell'automobilismo di massa nelle nostre città sarebbero rivoluzionari.
Sono pronto a scommettere su una significativa riduzione della solitudine come dell'insicurezza urbane e su una ripresa del commercio di prossimità, una volta che avremo abbandonato per sempre la bizzarra idea dell'auto sotto casa. Conosciamo le obiezioni...E' vero, l'industria automobilistica ha un ruolo rilevante nello sviluppo teconologico: lo avrebbe anche se la produzione si spostasse prevalentemente su mezzi di trasporto collettivo. Mentre é meno vero di un tempo che il suo peso occupazionale é talmente rilevante da renderla irrinunciabile (e anche in questo caso si tratterebbe e di convertire e non di chudere....). Comunque, le politiche omeopatiche - oasi pedonali, tickets di accesso, fasce orarie- hanno fatto il loro tempo. Bisogna passare alla seconda fase: semplicemente vietare l'utilizzo dell'auto nelle città. Una vera e propria rivoluzione, altro che Chavez. La cosa implicherebbe investimenti massicci, una grande occasione in un mondo improvvisamente risvegliatosi keynesiano.
L'avvento dell'automobilismo di massa é stato reso possibile da investimenti pubblici di dimensioni ciclopiche - pensate solo ai programmi autostradali su entrambi i lati dell'Atlantico - la de-automobilizzazione di massa ne implicherà altrettanti. Ma per ora abbiamo bisogno di qualcuno che dia l'esempio, abbiamo bisogno di un sindaco sacrificale. Qualcuno o qualcuna che eletto/a alla guida di una grande città decida programmaticamente di non essere rieletto/a cinque anni dopo: l'esito probabilmente necessario di un esperimento di de-automobilizzazione di massa (di cui ovviamente non si dovrebbe parlare nel corso della campagna elettorale)....Fatevi avanti, ovviamente con le vostre automobili (da esibire nel corso della campagna per non dare nell'occhio...)
26 gennaio 2009
"Come cambia l'America"
"Come cambia l'America" prova a raccontare e interpretare la storica vittoria di Barack Hussein Obama; perché è potuta accadere; che cosa ci dice degli Stati Uniti di oggi. Pensiamo che le grandi elezioni siano un po' l'autobiografia delle nazioni dove si svolgono: ci sarebbe stato impossibile quindi spiegare la vittoria di Barack Obama tralasciando di raccontare cos'è successo nella politica e nella società degli Usa. Abbiamo diviso il testo in due parti, una parla dell’America di oggi e una indaga i “pensieri lunghi”, come gli Stati uniti guarderanno a sé e al mondo in politica estera e in economia. Ecco cosa di cosa parlano specificamente i 5 capitoli del libro:
- Obama è un prodotto sofisticato, frutto di una riflessione intellettuale complessa: come rielaborare e superare in chiave liberal il ’900 politico americano – nel primo capitolo trovate la nostra interpretazione del suo viaggio politico da Chicago alla Casa Bianca, passando per il radicalismo nero e le grandi università del paese;
- questa elezione del 2008 può veramente essere l’alba di un nuovo blocco politico e sociale – il secondo capitolo spiega le dieci ragioni per le quali Obama ha vinto, a partire dall’organizzazione, la partecipazione e la creazione di una nuova narrazione collettiva;
- il sistema americano della rappresentanza funziona male, è arcaico, ingiusto e inefficiente (caratteristiche che rendono la vittoria di Obama ancora più eclatante) – nel terzo capitolo si discute del sistema di voto, delle primarie, dei partiti e della
relazione tra denaro e politica;
- l’economia americana è a un punto di svolta – nel capitolo che ne parla si descrivono le origini della crisi e i danni di lungo periodo prodotti da trent’anni di deregulation e redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto. Oggi si apre una stagione dalla quale il modello di sviluppo americano potrebbe venire trasformato;
- in politica estera siamo di fronte a una fase completamente nuova, anche se Obama manterrà grande continuità con gli ultimi due anni dell’amministrazione Bush – nel quinto capitolo sosteniamo che è finita l’epoca del post guerra fredda, quando l’America credeva di poter fissare per sempre il proprio primato. Ne comincia una nuova che ha lo stesso obiettivo – mantenere la leadership – ma in un contesto molto diverso.
Le conclusioni – “Maccaroni” – sono scritte pensando al cortile di casa nostra.
09 gennaio 2009
23 novembre 2008
Il discorso sull'economia di Obama
Good morning.
The news this week has only reinforced the fact that we are facing an economic crisis of historic proportions. Financial markets faced more turmoil. New home purchases in October were the lowest in half a century. 540,000 more jobless claims were filed last week, the highest in eighteen years. And we now risk falling into a deflationary spiral that could increase our massive debt even further.
While I’m pleased that Congress passed a long-overdue extension of unemployment benefits this week, we must do more to put people back to work and get our economy moving again. We have now lost 1.2 million jobs this year, and if we don’t act swiftly and boldly, most experts now believe that we could lose millions of jobs next year.
There are no quick or easy fixes to this crisis, which has been many years in the making, and it’s likely to get worse before it gets better. But January 20th is our chance to begin anew – with a new direction, new ideas, and new reforms that will create jobs and fuel long-term economic growth.
I have already directed my economic team to come up with an Economic Recovery Plan that will mean 2.5 million more jobs by January of 2011 – a plan big enough to meet the challenges we face that I intend to sign soon after taking office. We’ll be working out the details in the weeks ahead, but it will be a two-year, nationwide effort to jumpstart job creation in America and lay the foundation for a strong and growing economy. We’ll put people back to work rebuilding our crumbling roads and bridges, modernizing schools that are failing our children, and building wind farms and solar panels; fuel-efficient cars and the alternative energy technologies that can free us from our dependence on foreign oil and keep our economy competitive in the years ahead.
These aren’t just steps to pull ourselves out of this immediate crisis; these are the long-term investments in our economic future that have been ignored for far too long. And they represent an early down payment on the type of reform my Administration will bring to Washington – a government that spends wisely, focuses on what works, and puts the public interest ahead of the same special interests that have come to dominate our politics.
I know that passing this plan won’t be easy. I will need and seek support from Republicans and Democrats, and I’ll be welcome to ideas and suggestions from both sides of the aisle.
But what is not negotiable is the need for immediate action. Right now, there are millions of mothers and fathers who are lying awake at night wondering if next week’s paycheck will cover next month’s bills. There are Americans showing up to work in the morning only to have cleared out their desks by the afternoon. Retirees are watching their life savings disappear and students are seeing their college dreams deferred. These Americans need help, and they need it now.
The survival of the American Dream for over two centuries is not only a testament to its enduring power, but to the great effort, sacrifice, and courage of the American people. It has thrived because in our darkest hours, we have risen above the smallness of our divisions to forge a path towards a new and brighter day. We have acted boldly, bravely, and above all, together. That is the chance our new beginning now offers us, and that is the challenge we must rise to in the days to come. It is time to act. As the next President of the United States, I will. Thank you.
04 novembre 2008
Due anni vissuti pericolosamente
Chicago - nostro inviato
La scalata delle primarie
La scelta repubblicana è fuori dal comune. Il drappello non è di quelli particolarmente entusiasmanti: c'è il vecchio Rudy Giuliani, che è ha concluso malamente la sua carriera politica, il mormone Romney, miliardario scaltro che piace all'apparato e a nessun altro, c'è l'evangelico sociale Huckabee, il più duro sui temi etici, il più a sinistra in materia sociale. Vince McCain, il candidato che non piace al partito, il moderato, l'outsider. Tra i democratici la lotta è tra titani: la nomination dovrebbe andare per acclamazione a Hillary Clinton, poi c'è la star nascente della politica Obama, che mette in piedi una rete di sostegno dal basso formidabile e batte subito tutti i record di finanziamento ricevendo centinaia di migliaia di piccole donazioni. E infine c'è John Edwards, terzo incomodo che finisce subito al tappeto. A febbraio, in Florida, McCain porta a casa la nomination, mentre il duello tra Hillary e Obama divide il partito, la sua base, i media. Durerà fino alla convention di Denver, costerà fatica, montagne di soldi e metterà alla prova Obama, ne testerà la capacità di tenere duro ed avere una strategia. Durante le primarie il senatore dell'Illinois dovrà rispondere agli attacchi sul reverendo Jeremiah Wright e sul suo sermone
Due città, due messaggi
I democratici hanno scelto Denver per la convention perché sperano di rompere il monopolio repubblicano nel selvaggio West. Colorado, New Mexico, Nevada, magari il Montana. Sul palco sono passati i giovani governatori e le giovani governatrici. Tante donne. A sorpresa arriva a dare una zampata Ted Kennedy, che ha mantenuto la promessa di restare vivo per vedere vincere l'uomo che ha appoggiato voltando le spalle alla sua amica Hillary. Obama ha avuto all'inizio il sostegno della nuova leva, poi ha saputo conquistare l'establishement. Adesso il partito è roba sua (con qualche azione pesante dell'ex coppia presidenziale). Un partito cambiato da otto anni di sconfitte brucianti e dai tempi. Un partito in cerca in una nuova coalizione sociale vincente, capace di riconquistare il voto dei lavoratori rapiti da Ronald Reagan negli anni '80, di far aumentare la partecipazione di giovani e afroamericani al voto e di prendere il voto latino, che Bush aveva conquistato promettendo riforme dell'immigrazione che non sono arrivate. Un partito diviso. Tante donne e tanti lavoratori bianchi erano furiosi con Obama. Come aveva potuto questo ragazzino elegante e ben vestito rubare la presidenza a Hillary?
La senatrice era furiosa anche lei. Ma le pressioni del partito e la paura di regalare un'altra volta la vittoria ai repubblicani hanno avuto la meglio. Con un colpo di teatro fantastico, l'ex first lady ha incoronato Obama durante la conta dei delegati a Denver: è comparsa in platea, seguita dai delegati di New York e ha detto:
John McCain aveva un altro problema a Saint Paul. Farsi accettare da una base che non lo amava. Un indipendente che dopo la batosta ricevuta da Bush stava per mollare il partito. Un divorziato, un moderato che non andava bene allo zoccolo duro, ai conservatori religiosi, ai libertari che chiuderebbero Washington. E allora McCain sceglie Sarah Palin, la governatrice dell'Alaska che più a destra non si può. Pro caccia, anti aborto, rozza come piace alla gente degli Stati sperduti e rozzi, cattiva come deve essere il vice nella campagna elettorale - gli attacchi sono compito del numero due. La scelta è degli strateghi che hanno preso in mano la sua campagna. Della gente di Bush. Fatto sta che mentre il "maverick" nel so discorso raccontava se stesso e la sua dedizione per la Patria, sul palco della convention si alternavano vecchi figuri che sparavano bordate contro Obama e la svolta a sinistra dei democratici. Dopo la tre giorni in Minnesota - dove Bush e Cheney hanno evitato di farsi vedere con la scusa degli uragani - quello è diventato il tono della campagna McCain: vincere in Iraq, difendere i cittadini dai ladri di Washington, dagli abortisti, dai socialisti. Per un paio di settimane ha funzionato. I sondaggi raccontavano di una corsa più tesa. Poi è crollata Wall street.
La crisi e il ritorno di Obama
Il giorno in cui il Segretario al tesoro ha proposto di salvare le banche con i soldi pubblici, McCain doveva partecipare a uno show comico. Non ci è andato spiegando di dover correre a discutere della crisi, ha proposto di cancellare l'ultimo dibattito presidenziale, sospendere la campagna elettorale. A Washington era necessaria la sua presenza. Alla riunione con Paulson, tutti hanno raccontato di un senatore senza idee chiare. Obama ha risposto meglio, non si è fatto prendere dal panico e ha chiesto agli americani di stare tranquilli. Poi, lui e il suo partito hanno ottenuto qualche non grande miglioramento al pacchetto Paulson e lo hanno approvato. La straordinaria macchina elettorale di Obama ha continuato a girare a pieno ritmo, la proposta di un piano di infrastrutture - e quella di intervenire subito in soccorso delle famiglie in crisi - sono suonate come appropriate. L'idea di un nuovo New deal e della fine di un'era cominciata con Nixon e Reagan ha ricominciato a circolare anche fuori dai circoli liberal. Obama torna in vantaggio nei sondaggi. Il cambiamento è sotto gli occhi di tutti ed è in peggio. I repubblicani hanno portato il Paese alla catastrofe, vendono una ricetta usata ed hanno le spalle rivolte al passato. Chi li voterà spera di tornare agli anni in cui tutto andava bene, l'Urss crollava, l'economia tirava, la benzina non costava. Ma Wall street e il prezzo del barile hanno forse aperto gli occhi agli americani. Il mondo sta cambiando rapidamente, il modello americano è in crisi profonda e il ruolo internazionale del Paese non potrà più essere quello di un tempo. Il prossimo presidente ha un compito enorme e pauroso. Oggi andando al voto i cittadini della prima potenza mondiale potranno far finta di non vedere, provare a dimenticare la realtà illudendosi della vittoria in Iraq e accontentarsi di un taglio alle tasse che non aiuterà gli Usa a uscire dalla fossa che si sono scavati. Oppure scegliere un cammino più tortuoso e difficile. In parte ignoto, come lo è sempre il futuro, in parte rassicurante come il tono della voce del candidato democratico.
La democrazia che non ama il popolo
Torniamo allo spettro socialdemocratico. Nel denunciarne l’apparizione il più esilarante è stato il Wall Street Journal del 27 ottobre: Obama aumenterà le tasse per redistribuire ricchezza ma in realtà saremo tutti più poveri; aumenterà la regolazione dell’economia; i sindacati aumenteranno il loro potere. Votando per McCain, dice il columnist Pete Du Pont, si salverà “l’America dall’europeizzazione, il nostro popolo non perderà il denaro e il lavoro e il mercato resterà libero”. Come ci ricorda lo storico Eric Foner in un suo testo fondamentale, “Storia della libertà in America”, l’interpretazione del termine libertà è sempre stato oggetto di battaglie feroci e di vittorie, temporanee, di questo o quell’altro campo.
Il contenzioso ruota attorno a un concetto che è legato a doppio filo alla storia degli Stati uniti - un paese nato da una guerra di indipendenza, e quindi da un processo di liberazione - e che gli americani hanno utilizzato troppo spesso come fosse una clava. Altri storici hanno descritto con grande efficacia quanto il tema della libertà abbia accompagnato quello dell’espansione imperiale, come se quest’ultima fosse ritenuta indispensabile per mantenere la prima. Liquidare tutto questo con l’etichetta di “ideologia” sarebbe troppo facile, perchè questo concetto di libertà - e di democrazia - sono parte integrante di un processo di elaborazione culturale molto sofisticato, attraverso il quale gli americani rappresentano se stessi nel mondo.
Quale libertà e quale modello di democrazia il Wall Street Journal ritiene minacciata? E quale modello dovrebbe rappresentare Obama? Nel primo caso fin troppo facile pensare a quella di mercato di matrice neoliberista, ma si tratta in realtà di molto di più: la concezione di un uomo completamente autosufficiente e libero da legami, che sfrutta le interdipendenze solo in quanto opportunità economiche. “L’uomo nuovo” del capitalismo. La costruzione di questo uomo nuovo è fallita ancora una volta, squarciando il velo sulle macerie umane che essa ha creato.
Che sia un progetto vero, ingenuo, oppure di semplice opportunismo, Obama rappresenta oggi un movimento che va in senso contrario, verso l’inclusione sociale e politica. Un’impresa molto difficile perchè, va ricordato, la democrazia più antica del mondo è la più scrupolosa nel rendere impraticabili i diritti dei propri cittadini.
Fin dal principio le elite politiche americane si sono confrontate, con timore, con il problema del “popolo” e della sua emancipazione. La rivoluzione americana è stata prima di tutto l’emancipazione dei proprietari dallo sfruttamento della madrepatria, ma il carattere universalistico del credo americano è stato reinterpretato e utilizzato da ogni soggetto sociale a tutti i tornanti della storia: tanto dai gruppi più conservatori (soprattutto dai nemici del ruolo pubblico dello stato) che da quelli radicali che lottavano per l’uguaglianza e l’allargamento dei diritti civili. La Costituzione e la Dichiarazione d’indipendenza sono un canovaccio utilizzato, ancora oggi, da ogni forza politica e sociale.
Obama, fin dal principio, ha cercato nell’allargamento della base politica di consenso - sua e del partito democratico – la chiave per tentare di raggiungere la presidenza. Gli Stati uniti sono un paese dove si scoraggia la partecipazione politica (nelle presidenziali del 2004 ha votato solo il 55% degli americani), attraverso gli strumenti più disparati. Per questo la campagna elettorale di Obama è divenuta strumento per l’inclusione politica di gruppi altrimenti marginalizzati: la loro partecipazione al voto è la sua assicurazione sulla vita (politica). Non si tratta di un’impresa semplice, visto che razza di democrazia dell’esclusione è quella americana.
Basti pensare al sistema della procedura di voto - anzi, ai mille sistemi locali - un misto di elementi arcaici, anti-democratici e persino di pura truffa e intimidazione. Il sistema della registrazione individuale al voto, così tanto discusso, è lo scoglio principale. Votare diventa un’operazione complicata che favorisce chi ha soldi, tempo e cultura per farlo e per interessarsi alla politica. Questo sistema nacque agli inizi del ‘900 (prima votava quasi il 90% degli aventi diritto) insieme ad altre riforme nefaste come l’invenzione delle primarie, ideate per indebolire le macchine di partito – piuttosto corrotte - che del voto erano il motore. Da allora si è creata a tavolino una democrazia tagliata su misura per un americano medio - moderato e con quel tanto di soldi in tasca da non doversi lamentare - che vive più nei manuali di sociologia e scienza politica che nella realtà complicata degli Usa. E infatti in America non si vota: alle elezioni di mid-term del Congresso non si arriva mai al 40% della partecipazione elettorale.
Sfogliando un manuale di scienza politica come quello di Theodore Lowi e Benjamin Ginsberg, vi spiegheranno cosa comporta realmente doversi registrare al voto. In molti stati bisogna presentarsi personalmente e con un discreto anticipo di fronte a un pubblico ufficiale, il quale deve certificare che voi siete voi: dovete fornire prova di identità, residenza e cittadinanza. Ci si può registrare quasi ovunque solo nelle ore lavorative - non tutti possono, di conseguenza – e in alcuni stati va ripetuta regolarmente questa procedura; quest’anno è successo che ci si scontrasse sulla congruenza delle liste elettorali con quelle della residenza in mano alle municipalità: se non corrispondevano, via dalla lista degli elettori registrati e annullamento del diritto di voto. Considerando che i poveri hanno il maggior tasso di mobilità... Lo stesso manuale ci spiega come a votare siano soprattutto i bianchi, i ricchi, i laureati e gli anziani.
Per questo l’assicurazione sulla vita di Obama è rappresentata dai milioni di persone che si stanno registrando – grazie soprattutto allo sforzo della sua organizzazione – tra i giovani, le minoranze e i lavoratori sindacalizzati. Un movimento talmente ampio – 5 milioni di volontari, 3 milioni di singoli finanziatori - che pochi giorni fa Newsweek si chiedeva preoccupato quanto esso potrebbe condizionare il mandato di un ipotetico presidente Obama. Un riflesso condizionato, mosso dalla paura che spesso coglie l’intellighenzia americana.
Ovviamente negli Stati uniti esistono un’altra miriade di fattori distorsivi del processo democratico, in grado di neutralizzare qualsiasi cosa appaia di buono: il potere dei soldi e degli interessi privati; la forte personalizzazione del confronto elettorale e dei meccanismi di funzionamento dell’istituzione presidenziale; la menzogna e la manipolazione come strumento della comunicazione politica ecc. ecc. Per questo però, non c’è bisogno di approfondimento: siamo sufficientemente preparati sul tema anche qui da noi.
31 ottobre 2008
Il fantasma di Motown
Detroit - nostro inviato
Detroit è un fantasma. La civiltà industriale del '900 si sta sgretolando e coprendo di ruggine sulle rive del lago Michigan. Motown, la città che è stata l'emblema della civiltà dell'automobile, la fucina del taylorismo, quasi non esiste più. E' vuota, spenta, priva di un futuro immaginabile. Qui si costruivano le grandi auto scintillanti dai nomi strani che tutti sognavano di avere. Chevrolet, Buick, Cadillac, figlie della General Motors e della altre due Big three, i giganti incontrastati del mercato dell'automobile: Ford e Chrysler. Le auto non si fanno quasi più qui - tutt'al più si assemblano - e i giganti se la passano male. Proprio ieri GM ha diffuso i dati relativi all'ultimo trimestre: meno 11,4 per cento di auto vendute, più di due milioni, meno peggio dello stesso trimestre dello scorso anno. Comunque un disastro tale de far prevedere che quest'anno Toyota, gli odiati giapponesi che diedero il primo colpo al mercato dell'auto Usa negli anni 80, diventerà il primo gruppo per quantità di veicolo venduti. Il mese scorso la coreana Hyundai ha aperto una fabbrica in Indiana, Chrysler ha tagliato 5mila impiegati, in cinque anni il comparto auto americano ha perso (nel mondo) 100mila posti di lavoro. Le "Big three" - come scriveva il Wall street journal domenica scorsa - sono in crisi da anni, hanno un disperato bisogno di capitale per rimanere a galla e ripensare le loro produzioni - ma la crisi finanziaria è destinata a colpirle sua sul fronte bancario che su quello dei consumi. Facendo accelerare la discesa verso il basso: se precipiti non fai in tempo ad aggiustare i conti tagliando i costi, nemmeno licenziando. Si parla di fusione tra GM e Chrysler, "Non avrei mai pensato che Big Three finissero con il diventare le piccole due", dice triste Jamie, una volontaria per Obama che sta lavorando nei pressi dell'ufficio elettorale.
"Il declino non è cominciato con la crisi delle Big three, è precedente. Certo, questa situazione non aiuta", spiega John Mogk, che insegna alla facoltà di Legge della Wayne University e si occupa di pianificazione urbana. Con una serie di mappe racconta l'espansione della città, che dalla fine dell'800 in poi cresce a ondate, per fermarsi negli anni '50 e cominciare a svuotarsi.
La crisi ha fatto il resto: oggi la città è piccola e per l'80 per cento afroamericani. Attraversare il centro e le zone periferiche che portano a 8 Mile - vialone che segna il limite cittadino divenuto famoso per essere il titolo del film interpretato da Eminem, il rapper bianco più famoso d'America - è un viaggio nella decadenza. Il centro, che come racconta Mogk, era così pieno da non poter ospitare più fabbriche, oggi è vuoto. Rimangono i grandi edifici che segnano i fasti di un tempo, l'ex quartier generale della GM, oggi trasferito in un grattacielo, gli edifici dell'università, qualche teatro, molte grandi chiese, diverse cattoliche, segnale di un tempo ancora più remoto quando la città era abitata di polacchi, italiani, irlandesi. In mezzo spazi vuoti, enormi stabilimenti abbandonati: in venti anni, in tutta la città, sono stati demoliti più di centomila edifici, mentre le licenze concesse per costruire sono 5mila. Fuori dal centro lo spettacolo è apocalittico. Strade che un tempo dovevano essere piene di gente sono vuote, gli unici negozi sono i liquor store, i tutto a un dollaro e qualche banco dei pegni. Sui viali già commerciali le insegne sono cadute, i negozi sono stati buttati giù, non c'è nessuno che cammina. Pochi autobus e una coppia di cinquantenni sdentate che arrancano su un marciapiede sconnesso. Nelle strade con le villette tipiche di ogni città americana, una casa su tre o quattro è vuota, semi distrutta, bruciata. Carcasse di auto, prati incolti, muchi di copertoni o di immonidizie. Qualche senza tetto che occupa i telai rimasti in piedi, uno ha un'inquietante passamontagna di quelli che si usano per le rapine. Se da queste verande negli anni '50 e '60 usciva la musica della Tamla Motown suonata dalle radio locali, oggi si sente solo il rumore degli alberi. In città si fa molto rap e qui è cresciuta la musica elettronica negli anni 90. Segno dei tempi: dalle note allegre di Marta Reeves, Stevie Wonder o dei bambini Jackson 5, all'asprezza delle rime di Eminem o del sound post-inudstriale della techno.
Nelle case occupate rimangono famiglie indigenti, senza lavoro, qualche bambino e diversi ragazzi maschi si aggirano per le strade, cappuccio in testa e aria povera e senza futuro. In queste strade la criminalità è diffusa, mentre in centro, che le autorità cittadine tengono pulito e stanno cercando di ravvivare, non si commettono più reati. "Il lavoro del comune è solo per un pezzetto della città - dice sconsolato Mogk, che la città la conosce palmo a palmo e si capisce che soffre a vederla ridotta tanto male - Sulla stampa si scrive spesso di Detroit, se ne dice bene e male". Indicando la pianta della città spiega: "Le cose buone sono qua - e circoscrive un pezzettino lungo il fiume - le cose cattive qua", e indica tutto il resto dell'area urbana. Per quello che non è il centro non si hanno idee e né soldi. Il tasso di povertà è sopra il 20 per cento, quindi le tasse pagate sono poche e nessuno sembra intenzionato a investire da queste parti: "C'è un poco di sviluppo lungo due direttrici fuori città, niente di clamoroso. Se poi aggiungiamo che le autorità delle contee che confinano con Detroit non collaborano tra di loro, si fanno la guerra, non pensano al futuro, capisci bene che di futuro non sembra essercene". L'ex sindaco democratico, Kwame Malik Kilpatrick, eletto nel 2002 poco più che trentenne, si è dimesso a settembre dopo aver ricevuto accuse di ogni tipo. Oggi è in carcere.
La crisi dei subprime sta dando un altro colpo. E coinvolge anche i sobborghi. Per le strade vuote spesso si vedono i cartelli "Si vende, 1000 dollari". Ovvero, se proprio non sapete dove andare a vivere, qui potete comprare una casa con meno di mille euro. Da gennaio a settembre in città ci sono state 37mila procedure di appropriazione da parte delle banche. Il prezzo medio di una casa in città è diecimila dollari. Nelle strade con qualche casa abitata in più, sulle verande delle case ci sono le luminarie e le zucche pronte per la notte di Hallowen. Meno che altrove, più tristi. Sul giornale locale c'è il racconto di una madre che spiega che quest'anno sua figlia non potrà andare in giro a chiedere "dolcetto o scherzetto?". Nel viale dove vivono, in un sobborgo della città, non abitano più bambini. Hanno tutti dovuto lasciare la loro casa. "L'anno scorso ho comprato dieci pacchi di caramelle e cioccolatini - spiega la signora - quest'anno due, magari qualcuno si presenta e non vorrei non avere nulla da regalare".
18 luglio 2008
Glossario della crisi economica/4. Fannie and Freddie
Sono due nomi sconosciuti nel resto del mondo, ma familiari agli americani per la loro funzione vitale: da loro dipende l'erogazione dei mutui normali, quelli "sani", considerati sicuri, almeno fino a ieri. Fin’ora, infatti, la crisi colpiva i debitori subprime, cioè quelli che già avevano avuto qualche problema nel far fonte ai loro debiti. Se la crisi tocca Fannie e Freddie vengono colpiti i prime, cioè chi ha una curriculum creditizio immacolato.
Cerchiamo di capire chi sono Fannie e Freddie e perché sono così importanti.
Fannie Mae (ovvero Federal National Mortgage Association, associazione nazionale mutui) è una banca semi pubblica che ha il compito di erogare mutui a prezzi controllati. E’ un istituzione nata durante il New Deal per immettere liquidità nel mercato immobiliare e permettere alla nascente middle class americana di accedere a finanziamenti per la casa.
Freddie Mac (Federal Home Loan and Mortgage Corporation) ha un compito molto simile a quello dell’istituzione gemella, essendo nata nel 1970 per rompere il monopolio di Fannie Mae in seguito alla sua parziale privatizzazione.
Il compito di "Fannie e Freddie" è essenziale per la salute dell'economia reale. Sono loro a finanziare il 50% di tutti i mutui americani. Negli ultimi mesi a causa della paralisi del mercato dei mutui la loro quota del credito immobiliare è salita fino al 98% di tutti i nuovi prestiti. Anche quando una famiglia ottiene il suo prestito dalla Citibank o dalla Bank of America, oppure da una piccola banca locale, in realtà il finanziatore di ultima istanza è uno dei due "gemelli". Sono Fannie e Freddie che ricomprano i mutui dalle banche ordinarie; ne garantiscono il finanziamento emettendo dei titoli obbligazionari che vengono a loro volta comprati e finiscono nei portafogli delle banche, dei fondi d'investimento, dei risparmiatori. Titoli ultra-sicuri - sempre fino a ieri- non come quella "spazzatura" che ha infestato il sistema finanziario mondiale dalla crisi dei mutui subprime.
Come nel caso del salvataggio di Bear Sterns e del “pacchetto Paulson” torna il problema irrisolto che sta alla base di questa crisi: la grande tensione e incertezza che ancora regna tra le autorità di sorveglianza dei mercati e del sistema finanziario, a cominciare dalla Banca centrale e dal Dipartimento del Tesoro.
Nella bufera di crisi e regole, i titoli dei gemelli hanno perso gran parte del loro valore. La tempesta che si è abbattuta su Fannie e Freddie colpisce quella che doveva essere la zona solida del sistema. Ora che si è dileguata la fiducia anche in queste istituzioni onorate, il contagio della crisi può diventare spaventoso. Finora la caduta dei valori delle case ha colpito duramente le fasce sociali più deboli.
Le famiglie a rischio, quelle che stentavano ad arrivare a fine mese, erano strangolate dai mutui subprime. Ma se ora l'intero credito immobiliare si paralizza, il colpo diventa ben più esteso e più pesante. Nessuno è al riparo, neanche i cittadini dai redditi medio alti riusciranno a ottenere un prestito per la casa. Inoltre il sistema di finanziamento di Fannie e Freddie è in qualche modo simile a quello che ha scatenato il contagio tra mutui subprime e banche d’affari e che ha messo in ginocchio Bear Sterns: quello del mortgage back security, che abbiamo descritto nelle puntate precedenti del glossario della crisi. Il prestatore si copre dal rischio del prestito inserendo il mutuo in un sistema di fondi e titoli derivati della più varia natura e spargendoli per il mondo.
Il Presidente Bush e il segretario al Tesoro Henry Paulson sono intervenuti per tentare di calmare il panico. "Sono due istituzioni molto importanti", ha dichiarato il Presidente. "Oggi la mia preoccupazione primaria è sostenerle", gli ha fatto eco Paulson.
Bernanke e Paulson sono stati chiamati al Congresso a spiegare i loro progetti. Entrambi hanno chiesto al Congresso maggiori poteri per sanare le crisi di società finanziarie, sottolineando però le difficoltà della sfida. Bernanke, da parte sua, già aveva cercato di coniugare l'obiettivo di avere un polso più fermo per prevenire e risolvere crisi con la necessità di evitare moral hazard, ovvero salvataggi che incoraggino eccessivi rischi. Ha detto anche di «non voler ripetere l'esperienza di Bear Stearns » . E ha invitato il Congresso a ampliare i poteri della Fed, con una legge che sancisca più stretti controlli su banche d'investimento e altre società di Wall Street.
Per l’amministrazione si ripropone, forse in termini ancora più netti, il solito dilemma “to bail or not to bail?”. Salvare o non salvare Fannie e Freddie?. In questo caso la risposta non può che essere positiva dato l’impressionante rischio che stanno correndo le famiglie americane.
Anche Reagan in occasione della crisi “save and loan” ricorse al salvataggio, mettendo da parte per l’occasione l’ortodossia liberista.
In periodo di elezioni, questo ulteriore sviluppo della crisi potrebbe convincere sempre più elettori a scegliere l’opzione “change”, ovvero quella di Obama (che si era già dichiarato a favore di un intervento a sostegno delle famiglie indebitate con i subprime). La crisi di Fannie e Freddie, due simboli del sogno americano e della middle class, potrebbe essere la crisi dei suburb, quelle cinture di villette a schiera che circondano le metropoli e che costituiscono una colonna portante della base repubblicana. Il fallimento della ricetta economica di Bush, fatta di “Ownership Society” e fedeltà assoluta nelle capacità di autoregolamentazione del mercato è sempre più evidente e inizia a colpire anche le fasce benestanti.
Perciò questa crisi potrebbe colpire McCain che punta a giocare la campagna elettorale sui temi della sicurezza e non su quelli dell’economia. Inoltre il senatore dell’Arizona, pur ammettendo la necessità di salvare Fannie e Freddie, si propone come continuatore delle ricette economiche di Bush e Reagan, difendendo un modo di pensare l’intervento federale nell’economia che sembra sempre di più inadatto alla complessità del mercato e alle esigenze della società americana.
25 giugno 2008
La destra religiosa alla prova del 2008
Lo sguardo fiero, la prosa profetica, l’abitudine alle foto assieme al presidente. Dalla fine degli anni ’70 i paladini dell’evangelismo frequentano la Casa Bianca, le forniscono voti, dettano l’agenda morale al Paese e fanno pressioni sulla Corte Suprema. Per anni ci siamo abituati ad immaginare gli evangelici americani come a una falange romana pronta a tutto per il bene del partito repubblicano. Sermoni infuocati, odio nei confronti dei nemici politici, fiamme dell’inferno evocate ogni quattro parole. Per anni quest’immagine ha avuto un senso. Da Reagan in poi il blocco degli elettori che votavano repubblicano a partire da valutazioni morali è stato uno dei pilastri della lunga stagione conservatrice cominciata con Nixon.
Il 2008 potrebbe rappresentare un momento di passaggio anche per l’elettorato religioso. I grandi costruttori del consenso religioso ai repubblicani stanno morendo uno ad uno o andando in pensione e le vittorie di George W. Bush, architettate dal suo cervello Karl Rove, frutto della grande mobilitazione evangelica, potrebbero essere le ultime costruite così. Rove teorizzava che le elezioni si vincono mobilitando al massimo la propria base e portando a casa gli Stati decisivi per ottenere la presidenza. Il sistema elettorale americano è tale che non serve prendere più voti ma eleggere più grandi elettori - eletti nei singoli Stati, più o meno in proporzione alla popolazione. Nel 2004, l’Ohio fu vinto proprio grazie alla grande mobilitazione dei religiosi: Rod Parsley, predicatore di destra che oggi sostiene McCain aveva proposto un referendum sull’aborto, garantendo così una grande affluenza alle urne dei value voters, gli elettori che votano in base ai valori morali.
Nell’America del 2008 sembra che alcune di queste cose stiano cambiando. Sia McCain che Obama potrebbero avere la possibilità di vincere le elezioni strappando all’avversario Stati e voti che negli ultimi decenni sono stati saldamente in mano al partito avversario. Una delle tante ragioni della possibilità di Obama di farcela sta nelle crepe enormi che si sono prodotte nel blocco evangelico. In primo luogo la colpa è di Bush. La crisi, la guerra e la mancanza di successi in materia di pubblica morale non sono compensati dalla generosità con cui le casse federali hanno dato soldi alle congregazioni religiose. Di quei soldi hanno beneficiato solo i pastori e le loro organizzazioni. Poi c’è la mancanza di fascino esercitata dal candidato McCain sui leader e cristianissimi elettori. Seppure lo staff del senatore repubblicano stia facendo di tutto per corteggiare la lobby del Vangelo, ricordando i voti contro l’aborto e criticando la recente decisione della Corte suprema sul matrimonio gay, le cose non funzionano. Il veterano non ha le carte di George W., non è rinato in Cristo e criticò alcuni dei leader religiosi schierati con Bush nelle primarie del 2000, definendoli «agenti dell’intolleranza». James Dobson, fondatore dell’impero Focus on the Family, la figura pubblica più visibile sul fronte della destra evangelica negli ultimi anni, non ha appoggiato ufficialmente McCain e i suoi collaboratori sostengono che non lo farà.
La difficoltà di McCain è anche tattica: per vincere gli servono voti indipendenti, la mobilitazione del proprio elettorato non basterà a vincere, e per averli non si può essere un candidato con il marchio dell’intolleranza religiosa. Per questo, dopo aver corteggiato Rod Parsley e John Hagee ha dovuto rifiutare il loro appoggio. I due le hanno sparate grosse su Hitler, i musulmani e altro ancora, con loro gli indipendenti non si convincono. Ma senza la mobilitazione dei religiosi ci sono Stati dove i repubblicani non hanno possibilità di vincere.
Obama questa verità la conosce e si è messo a caccia di una parte di quell’elettorato. Non può pensare di corteggiare quelli che interruppero l’insediamento della Camera dei rappresentanti nel 2000 perché invece di un cristiano c’era Venkatachalapathi Samuldrala, religioso indù, a pronunciare la benedizione. E neppure quelli che stazionano agli angoli delle strade con foto di feti squarciati o quelli che mandano i figli ai Jesus camps, dove i bambini imparano di essere peccatori destinati alle fiamme dell’inferno. La strategia è duplice: convincere e ridurre il danno, non diventando oggetto di una campagna feroce. Per questo secondo aspetto, all’inizio del mese Obama ha incontrato diversi leader religiosi a Chicago per discutere di aborto, povertà, sistema sanitario, spiegare il suo punto di vista. «Non cercavamo voti» ha spiegato un suo portavoce. La caccia ai religiosi però c’è: ci sono alcuni evangelici progressisti che lavorano nello staff del senatore democratico e ragionano su cosa dire e come parlare a quei segmenti di elettorato bianco che si lasca guidare dai valori morali anche nella scelta del presidente. Nelle primarie Obama ha perso quei voti a scapito di Clinton negli Stati democratici, e nel 2004 Kerry perse perché evitò la questione religiosa mentre Bush la cavalcava.
Ma le possibilità democratiche di riconquistare un pezzo dell’elettorato religioso, e segnatamente di quello evangelico, passa per un mutamento profondo avvenuto proprio dentro al mondo dei pastori di anime e delle loro organizzazioni. La vecchia guardia repubblicana doc sta passando a miglior vita e il suo impianto ideologico viene pesantemente messo in discussione. Troppo funzionale ai repubblicani, troppo ideologico, troppo politicizzato nel senso deteriore. I giovani evangelici invece sono molto preoccupati per l’ambiente e mettono la protezione del creato e la povertà davanti alle crociate contro l’omosessualità.
Non si tratta di uno spostamento “a sinistra”, ma di una acquisizione di indipendenza e di una maggiore frammentazione. A marzo di quest’anno, la Southern Baptist Convention, gruppo teologicamente conservatore, ha emanato un documento in cui chiede ai suoi affiliati di predicare e lavorare per la protezione dell’ambiente. L’aborto non si dimentica, ma non è più l’unica priorità. I repubblicani, così vicini alla lobby petrolifera, faranno bene a metterselo in testa.
Che le crepe nel rapporto tra evangelici e politica di destra stiano diventando crateri, sembra confermarlo l’Evangelical manifesto, un documento firmato da 90 eminenti pastori e teologi, liberali e conservatori, reso pubblico a maggio. Leggendolo si ha l’impressione non ci sia scritto nulla. Un tratto caratteristico dei documenti politico-religiosi a scopo interno. Eppure il manifesto ha suscitato un vespaio. Il documento non esprime una visione politica, ma chiede più indipendenza, cerca di portare fuori dall’abbraccio con la destra di Washington le chiese evangeliche del Paese. Troppa partigianeria, troppo odio, eccesso di attenzione su due o tre No (aborti, divorzio, matrimonio gay) e assenza di interesse al resto.
L’anno scorso il presidente designato della Christian coalition decise di non accettare l’incarico perché la sua attenzione a lotta alla povertà e all’ambiente non era accettata dai dirigenti anziani della coalizione. Joel Hunter, così si chiama, è un moderato conservatore ed è solo l’ultimo segnale che c’è una vecchia America dell’evangelismo poulista e minaccioso che sta perdendo forza, nonostante la sua forza organizzativa e materiale non è più in sintonia con le sue anime (o con una parte cospicua di queste). Non sarà un caso se in questi giorni esce in libreria “La fede di Barack Obama”, di Thomas Nelson, autore di best seller religiosi, in cui si spiega che il senatore è certo un liberale, ma è uomo di profonda fede. Come un pezzo consistente della nuova generazione di evangelici. Nelson è stato biografo della conversione religiosa di un altra figura importante, il suo libro più venduto parla della rinascita in Cristo del presidente Bush.
SCHEDA: qualche numero sugli evangelici
Gli evangelici sono poco più del 25 per cento dei cittadini americani, i cattolici sono il 23, i protestanti tradizionali (luterani, anglicani, presbiteriani) il 18, gli affiliati alle chiese di tradizione afroamericana il 7 per cento. Ebrei e mormoni contano entrambi intorno all’1,7, mentre i non religiosi sono il 16 per cento. Affiliati alle chiese a prevalenza nera ed evangelici sono i gruppi religiosi con il reddito medio più basso.
Le chiese evangeliche possono essere singole mega edifici in mano a un singolo predicatore famoso, reti di pastori collegati tra loro e uniti da un tipo di predicazione e credo, hanno le loro televisioni, organizzano incontri e settimane di preghiera in stadi e palazzetti, hanno le loro università. Non c’è una gerarchia, ma la capacità predicatoria e imprenditoriale di ciascun predicatore rende il suo gospel il più ascoltato e venduto a seconda dei periodi.
In Oklahoma, Arkansas, Tennessee gli evangelici contano più di metà del totale della popolazione. Sono più o intorno al 40 in Ohio, Texas, North e South Carolina, Alabama, Mississippi, Kentucky, Missouri. All’80 per cento sono bianchi, il 56 per cento ha un’educazione che va dalle scuole superiori in giù, il 13 per cento ha l’equivalente di una nostra laurea.
Gli evangelici sono all’80 per cento contro il matrimonio gay (la media nazionale è 55 per il No) mentre sostengono la pena di morte al 74 per cento (la media Usa è 62).
Religione e politica, una cronologia
1973 La sentenza della Corte costituzionale Roe Vs. Wade, che consente l’aborto, apre un enorme dibattito sui temi morali. La battaglia contro questa sentenza e altre della Corte è, da ora in poi, uno dei principali temi della mobilitazione evangelica.
1976 Il primo a raccogliere e portare in politica la rinascita in Cristo è Jimmy Carter. Viene dalla Georgia, non dagli Stati in mano al suo partito. Ne ’76 porta a casa il 56% dei voti battisti e viene eletto. Tutto il Sud vota democratico (nel 2000 e 2004 sarà l’esatto contrario).
1978, nasce Christian voice, una campagna che fa le pagelle ai poltici sulla base dei valori morali e del loro modo di votare in Congresso sui temi cari agli evangelici.
1979, è l’anno chiave. Jerry Falwell porta la croce nell’urna costruendo la Moral majority. Basta avere paura delle istituzioni, Falwell parla di politica e ne parla tanto, non gira attorno alle questioni e organizza il voto. Nel primo anno la sua organizzazione raccoglie 400mila iscritti e gioca un ruolo determinante nel successo di Ronald Reagan nel 1980
1985 George W. Bush passeggia su una spiaggia del Maine assieme a Billy Graham, consigliere spirituale di diversi presidenti e influente predicatore. Comincia la rinascita in Cristo, se ne sentirà parlare una ventina d’anni dopo. (Dell’aneddoto esistono diverse versioni).
1988 In 3 milioni firmano la petizione che chiede al telepredicatore Pat Robertson di cercare la nomination repubblicana.
1990 Robertson fonda la Christian Coalition utilizzando i fondi della campagna presidenziale fallita. La coalizione religiosa organizza la registrazione e partecipazione al voto in favore di candidati vicini alle idee del gruppo.
1993 L’introduzione della regola “non chiedo/non dire”, che consente agli omosessuali di fare il militare - senza potersi dichiarare, senza che gli venga chiesto - scatena una campagna contro Bill Clinton
2000-2004 Bush junior vince due volte. Il voto evangelico è determinante. La geografia del voto, che regala gli Stati dove le organizzazioni e le mega chiese sono più presenti ai repubblicani, sembra diventata una costante della politica americana.
2006-2008 New Jersey, Vermont, Massachussets e California decretano che le coppie dello stesso sesso devono avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali. Nel 2008 la Corte suprema autorizza la California a procedere con i matrimoni gay. In una campagna elettorale centrata su economia, Iraq, energia e ambiente, i valori rischiano di tornare. Aiuteranno McCain?
2007 Joel Hunter, presidente designato della Christian coalition, non accetta l’incarico. La sua visione dell’intervento in politica - oltre i no ad aborto e matrimonio gay, per la difesa dell’ambiente e la ricostruzione dell’organizzazione dal basso, dice, non è condivisa dal resto della direzione della Cc.
11 giugno 2008
L'americanizzazione incompresa
La prima risposta che viene in mente è quella legata al bipartitismo: negli Stati uniti è in vigore un sistema elettorale mal funzionante e criticato, con un forte deficit di rappresentanza democratica. Il risultato sarebbe un sistema dove tutti corrono al centro, promovendo politiche più o meno simili e inseguendo più o meno lo stesso elettorato. Questo non è vero da molto tempo: i repubblicani hanno dimostrato che si vince costruendo un’identità politica forte e con l’organizzazione delle proprie “truppe”. Quello che un tempo facevano i partiti europei. La corsa al centro ha caratterizzato i democratici della Terza via alla Bill Clinton: peccato che quella generazione politica, e quell’ideologia debole, sia già defunta.
Da noi non esiste un sistema bipartitico. A destra c’è una coalizione composita (nel quale la Lega certo non corre al centro), tenuta assieme dalla figura del Capo. Finché c’è lui. Dall’altra parte un capetto che ha cercato di uccidere la sinistra, e che invece si è suicidato nella sua corsa a destra. Senza un risultato così disastroso (che chiama in causa le scelte della sinistra prima delle strategie di Veltroni) ci sarebbe anche la sinistra. Forse il nostro quadro politico istituzionale somiglia più alla Spagna o alla Germania con i loro partiti localistici ben radicati e spesso determinanti, piuttosto che agli Stati uniti. La misura del nostro ragionamento, però, è quella di due fallimenti: l’americanizzazione c’entra poco.
E allora cos'è l'americanizzazione? Una campagna elettorale di plastica? L’applicazione delle regole del marketing alla lotta politica? Lo scarso dibattito sulle grandi questioni che appassionano o preoccupano gli elettori? Lo scarso protagonismo dei lavoratori e dei cittadini? Se è così, allora non ci siamo proprio. Anzi, l'America del 2008 sembra andare in direzione opposta rispetto all'idea di americanizzazione che abbiamo e che tendiamo troppo facilmente a usare.
Durante questa campagna per le primarie si stanno battendo tutti i record di partecipazione, specie sul versante democratico. Ovunque. E più in generale le organizzazioni comunitarie, i sindacati, i comitati che organizzano la registrazione al voto, stanno facendo uno sforzo epocale per far aumentare la quantità di persone che eleggerà il prossimo Congresso e il prossimo presidente. A differenza delle primarie del Pd italiano, poi, le primarie americane si stanno dimostrando un grande esercizio democratico su entrambi i fronti.
I repubblicani hanno nominato McCain contro la volontà della testa del partito e dell'amministrazione in carica. E sei mesi fa chiunque avesse detto che forse Hillary Clinton non sarebbe stata nominata in un batter di ciglia sarebbe stato preso per idiota. Barack Obama ha saputo mobilitare milioni di persone, come i piccoli finanziatori della campagna, le centinaia di migliaia di volontari. Sul successo di questa campagna, sul suo mix di modernità e lavoro territoriale di base occorrerebbe davvero riflettere, forse studiare (prima che lo facciano tutti gli altri).
Per vincere Obama attinge alla tradizione politica del suo paese. E funziona. Da noi si scimmiottano le mode altrui: la sconfitta veltroniana – e la lezione di Obama – mostrano che per guardare al futuro bisogna saper fare i conti con quello che si è stati e trasformarlo in risorsa, senza però cristallizzare i simboli come fossero pietre. Obama, tra l'altro, raccoglie enormi consensi tra quei giovani stanchi di Washington e del suo modo immobile di funzionare: detto in italiano, prende l'antipolitica, le fa una proposta politica e la fa partecipare al processo politico.
Quanto alla società americana in generale, negli ultimi anni a centinaia di migliaia hanno sfilato contro la guerra - e la guerra è già costata le elezioni di mezzo termine ai repubblicani; i sindacati, specie quelli nei settori dove il lavoro è più precario e sfruttato, sono in crescita e sperimentano grande innovazione come nella SEIU; gli immigrati hanno saputo organizzare un movimento che ha portato nelle piazze più gente di quanta non se ne fosse mai vista nella storia degli Stati uniti d'America. Non esattamente una palude della politica, quella americana.
Se si parla di contenuti è la stessa cosa. Sanità, commercio internazionale, guerra, posti di lavoro volati all'estero, crisi strutturale del ruolo e della percezione che l'America ha di se stessa, immigrazione, riforma della politica e persino rapporti tra le razze. I temi della campagna elettorale sono questi. E' di questo che bisogna rispondere all'elettorato, è questo che chiedono i giornalisti aspettandosi risposte puntuali e incalzando di fronte alla vaghezza. In America una conferenza stampa può essere un incubo, anche per il presidente. La sala stampa della Casa Bianca non è Palazzo Chigi e nemmeno il Cremlino.
Così dipinto il panorama politico degli Stati Uniti d'America sembra un paradiso. Non è così. Negli Stati Uniti le lobby sono un pezzo fondante del sistema, la partecipazione politica è ancora troppo bassa, i partiti spesso carrozzoni personalistici. E poi non c'è la sinistra. Ma quella è anche la storia di quel paese, una storia diversa da quella italiana. Ma per quanto sia un sistema non entusiasmante, quello americano non somiglia, ci pare, a quello italiano.
In Italia nessuno ha messo a tema la questione della crisi epocale che vive il paese, né stavolta, né in passato. E l'unico che mette a fuoco il tema della crisi della globalizzazione dei mercati è il futuro ministro dell'economia Giulio Tremonti, manifestando il paradosso che, in Europa, a guidare il ritorno del dirigismo e dell’interventismo pubblico in campo economico sarà la destra.
Esistono aspetti di “mercatizzazione” della politica molto americani, comuni a tutto l’occidente. E’ un fatto: ma da noi c’è una crosta d’America sotto un magma antico. Il ritorno del trasformismo politico, la venerazione per il capo, la richiesta di ordine della borghesia impaurita del nord, il sud dei notabili e delle clientele.
Americanizzazione è una formula troppo facile, che legge troppo poco di quanto accade nella società italiana: siccome le formule tendono a incrostarsi, si ripetono, si fossilizzano, dobbiamo invece raccontare, interpretare e criticare la società italiana per quello che è, senza usare la scorciatoia della “deriva americana”. Non serve a capire, serve solo a dare certezze.
Lezioni di organizzazione (Obama e l'Italia)
Obama ha tradotto in inglese e fatto suo lo slogan "Si, se puede", lanciato da Dolores Huerta nel 1972 durante il digiuno di protesta di Cesar Chavez, allora a capo della lotta contadina degli ispanici della California. "Si, se puede" è anche il motto del sindacato fondato da Chavez e Huerta, lo United Farm Workers. Obama ha acquisito lo slogan un paio di anni fa: "Yes, We Can" era il nome di un programma di educazione politica per giovani neri. 20 persone da formare come organizzatori di campagne elettorali, con particolare riguardo a quelle nei ghetti neri. "Yes, We Can" si è trasformato, quindi, in un videoclip che ha musicato un discorso di Obama, infarcito di celebrità, che ha fatto il giro del mondo. E lo slogan, alla fine, è arrivato in Italia.
Qui tutti tirano Obama per la giacchetta. “Il Foglio”, per esempio, oscilla tra la tradizionale ostilità per i liberal all’apprezzamento verso l’approccio messianico del candidato democratico: per Ferrara va bene qualsiasi cosa ricordi un afflato di spiritualità religiosa. Al Partito democratico italiano bastava l’elemento della novità (“change”), allo scopo di galvanizzare le proprie truppe confuse da tanti cambi di identità e a rischio di affogamento nel partito liquido. L’ironia è che l’unico a fare propria la lezione di Obama con successo è stato Umberto Croppi, l’attuale assessore alla cultura di Roma e capo della comunicazione di Alemanno durante la campagna elettorale: mentre il senatore dell’Illinois si riferiva incessantemente alla “solita Washington che dobbiamo cacciare”, la destra sociale romana concentrava la sue invettive contro “il solito gruppo di potere” che comandava la città. A quanto pare è un mantra che funziona.
L’elemento che in Italia è stato analizzato poco o niente – allo scopo di farne tesoro - è quello del modello organizzativo della vittoria di Obama. Mentre i partiti italiani si cesarizzano o si polverizzano, in America si procede a un’europeizzazione del sistema dei partiti, sempre più distinti nelle opzioni culturali e ideologiche, sempre più organizzati su una base di stabilità e continuità di lavoro tra un’elezione e l’altra (fino a poco tempo fa i partiti erano mere agenzie di sostegno elettorale a imprenditori politici che utilizzavano il franchising repubblicano o democratico).
Obama ha cominciato la sua carriera politica come “community organizer” nei ghetti di Chicago, seguendo gli insegnamenti di un radicale non marxista come Saul Alinsky, un nome della sinistra americana mai sufficientemente celebrato. Laddove il rapporto con la politica si riduce al voto di scambio o non esiste, le reti sociali di un quartiere o di una città vanno ricostruite su basi nuove: non bastano (o non sono credibili, o non esistono..) i partiti, servono persone inserite o capaci di inserirsi nei tessuti sociali, tecniche per farlo, educazione politica, continuità di lavoro, strumenti culturali per leggere la società nella quale si vive.
Obama vuole nazionalizzare questa sua esperienza locale: pochi giorni fa ha spronato il suo staff affinché costruisse “la migliore organizzazione politica degli Stati uniti”.
A causa del colore della sua pelle la sua candidatura è una scommessa, è intende vincerla grazie all’organizzazione. Ancor prima del messaggio: al di là del chiacchiericcio mediatico, i simboli che non hanno gambe e sostanza (o che non parlano più alle persone) durano molto poco. La sostanza è tanto nell’organizzazione e nelle tecniche che la determinano, quanto in un profilo culturale che riscopre parole d’ordine ed elementi culturali che hanno sempre fatto parte della tradizione democratica e liberal. E’ come se si cercasse di risvegliare il progressista dormiente – e il suo orgoglio - in ogni elettore democratico americano. In questo modo Obama ha saputo dare uno sbocco al disagio sociale e all’insofferenza di questi ultimi anni: in America Robin Hood non è amico di Tremonti. Riflettere su questo è il migliore insegnamento possibile per la sconcertata sinistra italiana.
29 maggio 2008
La Casa Bianca di Bush? Un porto delle nebbie (il libro di McClennan)
Un porto delle nebbie. Così verrà ricordata dagi storici la Casa Bianca dell’era Bush II. Non c’è ex generale, collaboratore, portavoce, aiutante che, lasciando l’amministrazione in carica, non abbia sparato a zero su Cheney e la sua marionetta presidenziale. Gli unici a stare zitti o a svicolare sono Rumsfeld e Wolfovitz le figure portanti finite male. L’ultimo della serie è Scott McClellan, ex capo ufficio stampa della Casa Bianca per sei anni che ha pensato bene di dare alle stampe un libro che colpisce una presidenza barcollante e ai minimi storici per approvazione.
Il libro di McClennan si chiama “Cosa è successo: dentro la Casa Bianca di Bush e la sua cultura washingtoniana dell’inganno”, un titolo fatto apposta per vendere tante copie, che è esattamente il motivo per cui negli Stati Uniti in tanti si tolgono sassolini dalle scarpe nel momento in cui lasciano un posto importante. Ci aveva provato anche Ari Fleischer, ex portavoce di Bush ma si dice che il suo libro sia così noioso e privo di notizie sensazionali che dopo qualche tempo sugli scaffali delle librerie sia pronto per il macero.
McClellan non risparmia nessuno: accusa Rove, l’ex stratega di Bush, di avergli mentito sulla vicenda della fuga di notizie dalla Cia, Condoleezza Rice di essere sorda alle critiche e Cheney di essere “il mago" che manovra la politica da dietro le quinte stando bene attento a non lasciare traccia del suo passaggio.
L’ex portavoce della Casa Bianca non arriva fino ad accusare Bush di aver volutamente mentito sulle vere ragioni per invadere l’Iraq, ma afferma che lui e il suo staff oscurarono la verità e fecero in modo che "la crisi fosse gestita così da far apparire la guerra come l’unica opzione praticabile". Quella messa in piedi dalla Casa Bianca nell’estate del 2000, aggiunge McClellan, fu una "campagna di propaganda politica" mirata a "manipolare le fonti alle quali attinge l’opinione pubblica" e a "minimizzare le reali ragioni della guerra»". Tra gli altri episodi citati nel libro anche un dialogo a porte chiuse tra Rove e Lewis Scooter Libby, aiutante di Cheney che rivelò le notizie su Valerie Plame agente segreto della Cia. Su tutta la faccenda Libby paga col carcere e in molti chiedono l’impeachment per il vicepresidente (mentre Rove è indagato). McClellan lasciò la Casa Bianca il 19 aprile del 2006 dopo che il nuovo capo di gabinetto Joshua Bolten, avviò un radicale rimpasto di cui fece le spese anche Karl Rove.
"Ammiro ancora Bush" scrive McClellan, che ha appena compiuto 40 anni e lavora con il presidente dai tempi in cui govrnava placidamente sul Texas, nelle 341 pagine del libro anticipato dal Washington Post, "ma lui e i suoi consiglieri hanno confuso la propaganda con l’onestà e il candore necessari a costruire e mantenere il supporto dell’opinione pubblica in tempo di guerra. Da questo punto di vista Bush è stato terribilmente malconsigliato, specie per quanto riguarda la sicurezza nazionale". L’ex capo ufficio stampa ha anche accusato lo staff della Casa Bianca di aver gestito in maniera disastrosa la comunicazione durante la devastazione portata dall’uragano Katrina nel 2005. "Per tutta la prima settimana non hanno fatto altro che negare" scrive McClellan, "così uno dei più gravi disastri della storia del nostro Paese è diventato il più grave disastro della presidenza Bush". McClennan racconta anche della famosa foto (qui sopra) con il presidente che guarda New Orleans seduto sull’Air force one, invece che in mezzo alla gente. Su quella foto c’è stata un discussione e, come sempre, racconta McClennan, l’ha avuta vinta Rove. Mancano sei mesi all’addio di George W., un altro libro ci racconta dall’interno che disastro è stato questa presidenza. Persino per chi ci ha lavorato.
21 maggio 2008
Il nuovo secolo degli Stati Uniti, intervista con Arnaldo Testi
La politica e la storia americane sono più ricche e articolate di quanto non tendiamo a raccontarci. Il secolo degli Stati Uniti (Il Mulino, 20€) di Armando Testi, che insegna storia degli Stati Uniti a Pisa, è un affresco completo, rapido e ricco di suggestioni. Una lettura del secolo americano dove si intrecciano i grandi accadimenti ufficiali e le mutazioni di lungo periodo, le guerre e la produzione culturale. Con Testi abbiamo provato a parlare della campagna presidenziale Usa con uno sguardo rivolto al secolo scorso.
L’ultimo capitolo del libro (che riguarda la presidenza Bush) è narrato al passato, un’esigenza editoriale o il secolo americano sta davvero finendo?
Sono vere entrambe le cose. Pensavo all’effetto che avrebbe fatto tra due anni a uno studente, certo, ma probabilmente possiamo già parlare al passato dell’era Bush. C’è l’ipotesi di uno dei grandi cambiamenti di regime che caratterizzano la storia nazionale americana. Sia dal punto della politica estera che da quello della politica interna mi sembra di percepire una grande incertezza. Cosa sono i due grandi partiti e chi sono i loro elettori? I democratici si interrogano su quale sia la coalizione sociale che può restituire loro una forza stabile, mentre i repubblicani ragionano sul crollo finale della coalizione che sostenne il New deal. Molti studiosi si chiedono se le prossime saranno elezioni storiche, ma è difficile dare una risposta netta. E’ già così per le candidature democratiche, anche se Obama potrebbe finire come McGovern, che perse nel 1972 come outsider con una piattaforma populista e anti guerra del Vietnam. Ma la sensazione resta, c’è un senso di eccitazione e partecipazione e i dati quantitativi parlano chiaro.
Tra le cose che cambiano sembra esserci un nuovo atteggiamento nei confronti del rapporto tra religione e politica.
A guardare alcuni dati sembra che anche su quel fronte stia avvenendo una rottura: gli evangelici non sono più così legati ai repubblicani. McCain non ha il profilo del candidato valoriale che piace alla destra, ma la stessa destra religiosa sembra non essere più la punta egemonica del movimento religioso protestante. Così la coalizione repubblicana perderebbe una delle componenti di amalgama tra valori e interessi che l’ha sorretta. Qualche indagine approfondita mostra che la difesa del creato (il tema ambientale) stia diventando più importante dell’aborto. Non è chiaro se si tratti solo di una speranza di alcuni analisti. Certo è che negli anni 70 ci abbiamo messo tempo a capire che la destra evangelica non era un gruppetto strambo ma un movimento politico poderoso.
Passiamo ai partiti. Quelli americani sono solo macchine elettorali del leader? Le ultime primarie, con due outsider che vincono (nel caso di Obama non è sicuro al cento per cento) sembrano raccontare un’altra storia.
Negli ultimi anni si è vista una ripresa di funzioni, di ruolo, di autorità del partito struttura permanente. E’ ovvio che le primarie vere, di diritto pubblico che non servono a fare votare uno già scelto dall’alto, spingono a far crescere la personalità e il carisma del candidato. Ma c’è una riorganizzazione generale dei partiti e, in particolar modo dei democratici. Per la prima volta il segretario, Howard Dean, è una figura nota, la sua elezione ha avuto un significato politico e sta funzionando. Lo stesso Dean ha detto delle presidenziali: «Bisogna far finta che sia un’elezione diretta». Vuol dire che ogni voto conta, che bisogna essere presenti ovunque anche dove non c’è speranza di prendere lo Stato e i relativi grandi elettori. E poi, cosa importante per uno che ha fatto le primarie del 2004 usando benissimo il Web e le nuove tecnologie, Dean ha detto «Basta Tv, facciamo il porta a porta». Non esattamente il modello di politica americana che noi immaginiamo, dove il lavoro organizzativo di base è stare nei quartieri, esserci, parlare. C’è un’estensione dell’autorità del partito, anche se è ovvio che di fronte a delle primarie vere con candidati forti, non è il partito che interviene a sciogliere i conflitti, a decidere se Clinton debba o no lasciare. Io sostengo che dagli anni 70 c’è stata una ripresa organizzativa della forza dei partiti. Lo stesso vale per la riorganizzazione delle primarie negli anni 80 - una reazione alla sconfitta di McGovern - con l’invenzione dei supermartedì. Mettendo tutte le primarie assieme solo i candidati che hanno il sostegno del partito riescono a sopravvivere. Lo stesso Dean venne macinato in fretta.
Si vincono solo al centro le elezioni americane? O è anche questa una nostra proiezione?
Se guardiamo le cose sul lungo periodo osserviamo che i modi di vincere le elezioni sono diversi. In alcuni casi c’è stata la corsa al centro, in altri, e queste sono state le elezioni significative, si sono mobilitate le ali o i non elettori. E’ il caso del New deal e quello di Ronald Reagan. Quando i candidati hanno egemonizzato il centro e attratto le ali. Non saprei cosa potrebbe essere il centro nel 2008. Entrambi punteranno agli elettori indipendenti, ma questi non sono necessariamente il centro. In questo senso credo che possano essere due candidature diverse. Il problema di Obama è che di certo porta dentro, ma probabilmente lascia anche scappare - non sappiamo come reagirà l’elettorato bianco. Gli elettori bianchi si sono mossi molto tra il ’64 e il ’68, poi nell’80 e di nuovo con Clinton. Non c’è più quella lealtà incrollabile rappresentata da quanto sentii dire da un’anziana signora: «Neanche se Gesù fosse repubblicano voterei per loro...e d’altra parte Gesù non può essere repubblicano». Una cosa simile a Pci e Dc. Non è più così ed è difficile sapere chi premieranno o puniranno gli spostamenti. Obama è capace di fare una intelligente narrazione della storia nazionale. Il suo discorso sulla razza in risposta alla polemica sul reverendo Wright è uno dei discorsi intelligenti politici fatti negli Usa in epoca moderna, difficile da fare in maniera razionale sulla piazza pubblica. Lui può usare la sua vicenda personale, che è una storia conflittuale. Sua moglie Michelle manda un messaggio diverso. La prima volta che ho visto i due Obama ho ricevuto dei messaggi nettamente distinti. Lui lancia un messaggio di non aggressività e non risentimento nei confronti dell’elettorato bianco. Michelle un po’ meno e i bianchi americani lo percepiscono.
Un tema molto presente nelle primarie è quello populista del commercio internazionale, del protezionismo. C’è spazio per un ritorno vero di quelle scelte?
Secondo me sono discorsi elettorali. Chiunque vincerà dovrà deludere quelle promesse. L’economia americana è così globalizzata che sembra davvero difficile poter scegliere quella strada. Ci sono stati episodi di lingua biforcuta da parte di entrambi i candidati sui temi del commercio estero: mentre criticavano il Nafta davano garanzie informali sul fatto non ci saranno rivoluzioni. Diverso sarebbe se scoppiassero guerre commerciali e il meccanismo di redistribuzione dell’autorità a livello globale (verso Cina e India) non prendesse forme così aspre da precipitare in una crisi. Svolte protezionistiche ci saranno in caso di crisi internazionali, non per stare mantenere promesse fatte agli operai dell’Ohio. Nel suo ultimo libro Fareed Zakaria (auorevole giornalista/esperto di politica internazionale del Newsweek) sostiene che non c’è una crisi Usa, ma la crescita di altri poteri e che ci si deve preparare a un’età policentrica. Una bella cosa in teoria, ma non prevede il momento di passaggio: cosa succede quando ci si sente minacciati nelle proprie posizioni, quando si perdono pezzi di mercato e le forme di competizione che ci penalizzano? Una crisi difficile da gestire. Mi pare di capire che nello staff di Obama il problema venga contemplato e che si spinga per usare i tavoli multilaterali. Potrebbe essere un segno della raggiunta consapevolezza della propria debolezza.
Obama ha (quasi) vinto raccogliendo consensi tra i giovani e criticando le forme della politica e della gestione del potere. E’ in atto un salto generazionale?
Non è successo dalla sera alla mattina. Ci sono simil-Obama in giro: come governatori, sindaci, un senatore del Sud. C’è una generazione di quarantenni neri, a volte figli dei dirigenti dei diritti civili, ma radicalmente diversi dai loro genitori. Il sindaco di Newark, Booker, ad esempio. Anche di lui si è detto che non era abbastanza nero. C’è chi si porta dietro il peso di quello che ha significato fare politica negli anni 60, esponenti di un ceto sociale uscito dal ghetto. Sia Obama che il sindaco di Newark sono persone che sono tornate a lavorare nel ghetto per scoprirlo, impararlo. E’ difficile mischiare Obama e compagnia con la cultura del rap, sono abissi culturali. E quindi c’è un cambiamento nella comunità afroamericana, ma anche nelle comunità ispaniche e bianche. Francamente prevedere se il cambiamento generazionale è anche un cambiamento reale del panorama politico è difficile. Non si riesce a intravedere ancora qual’è la nuova cultura politica. Probabilmente però vedremo l’emergere di un ceto politico nuovo che finalmente manderà in pensione i baby boomers.
05 maggio 2008
North Carolina, profondo Sud (che cambia)
Come per l'Indiana, lo Stato è stato colpito negli ultimi anni dalle conseguenze dall'abbattimento delle barriere commerciali. Al pari della sua parente del Sud, la Carolina ha visto le sue aree rurali e i piccoli centri industriali spazzati via dalla concorrenza asiatica: un quinto del lavoro manufatturiero è andato perduto e il cotone e il tabacco non servono più a produrre ricchezza. Ma la crisi della vecchia industria non è tutto. Se in South Carolina è il turismo ad essere la nuova frontiera, a Raleigh e Charlotte il tentativo è quello di generare crescita con un enorme investimento in ricerca e sviluppo. Lo Stato sta investendo 5 miliardi di dollari per costruire un Research campus a Kannapolis con l'idea di produrre 37mila nuovi posti di lavoro. Un esperimento simile ha funzionato con il Research triangle park, fondato el 1959, all'inizio del declino di tessile e tabacco. Il problema, qui come altrove, è che il nuovo lavoro di qualità non pesca nei bacini della disoccupazione post-industriale. Come altrove, insomma, lo sviluppo è destinato ad attrarre giovani brillanti e laureati, ma lascia fuori quel ceto medio in balia della grande trasformazione che sta attraversando tutti gli Stati Uniti.
Su gli scontenti e insicuri punta Hillary Clinton, che spera così di colmare il divario che da mesi la vede dietro nei sondaggi. La proposta sul taglio delle tasse sulla benzina - populista e di corto respiro - sembra fatta apposta per corteggiare le famiglie che non ce la fanno a pagare i conti. Gli attacchi a Obama sul gun control sono la stessa cosa. Il tentativo è quello di replicare Ohio e Pennsylvania. Sulla grande comunità afroamericana può contare Obama: il 21% della popolazione e possibile 40% degli elettori delle primarie sono neri e voteranno a grande maggioranza per lui. Anche i cambiamenti dell'economia locale, con i centri di eccellenza sono un bastione del senatore dell'Illinois. La vicenda del reverendo Wright lo ha colpito pesantemente e il suo vantaggio, un tempo sopra i dieci punti, oggi oscilla nei sondaggi tra un massimo di dieci e 3 punti. Una sconfitta di misura sarebbe per Hillary il segnale da agitare che è lei ad avere il vento nelle vele. Per Obama un vantaggio sotto i cinque punti sarebbe un disastro. Una vittoria larga è importante anche sul fronte dei delegati: qui sono 115, il numero più alto rimasto prima di Denver e portarne a casa parecchi, per Obama, sarebbe un passo in più verso la nomination. Le cronache dal campo raccontano di una campagna del senatore meno caratterizzata da grandi raduni, che punta sul porta a porta e gli incontri tematici. Qui come in Indiana, piccoli centri in crisi e fabbriche sono stati molto corteggiati.
Nessuno tra i contendenti può contare sull'appoggio di John Edwards, che è nato qui e qui veniva eletto senatore. Un suo sostegno servirebbe proprio a corteggiare quei lavoratori bianchi che sono diventati oggetto del contendere dal Supermartedì in poi. Ma l'ex avvocato dei poveri non ha intenzione di scoprirsi: vuole un posto nella prossima amministrazione e gli serve di sostenere il vincitore finale.
Indiana elettorale
Gli abitanti dell'Indiana sono chiamati Hoosiers, non si sa bene perché (in realtà un po' di storie al riguardo esistono, e una è divertente: si tratterebbe di una cattiva ricezione del termine "ussaro" a inizio '800. Scherzi delle migrazioni dalla vecchia Europa). Fine delle notizie alla wikipedia.
Dal punto di vista elettorale, in queste primarie, dovrebbe essere favorita la Clinton, anche se i sondaggi hanno visto un testa a testa tra i due candidati proprio nell'ultimo mese. L'elettorato democratico è composto in buona parte dal tipico bacino elettorale della Clinton: lavoratori bianchi, sindacalizzati e poco scolarizzati (l'industria manufatturiera e quella dell'automobile in questo stato sono - erano - una cosa seria). Come in Pennsylvania (vedi qui e qui le nostra schede). Vicino all'Illinois le buone notizie per Obama: una discreta percentuale di popolazione nera che subisce l'influenza dello stato di provenienza del senatore. Inoltre, al contrario della Pennsylvania, in queste primarie possono votare anche gli indipendenti, più propensi a sostenere Barack. Vedremo se il suo sforzo di portare nuovi elettori al seggio funzionerà.
Il solito mix di necessità mediatiche e opportunità politiche ha caricato questo appuntamento di enormi significati, ed entrambi i candidati hanno speso grosse cifre per la campagna elettorale. Se Obama vincesse la Clinton sarebbe quasi costretta al ritiro, al contrario avrebbe un ulteriore spinta, ora che è già in recupero. I suoi strateghi continuano a sostenere che chi vince in Indiana vincerà le presidenziali. Forse esagerano..
Il senatore democratico dello stato Evan Bayh, molto popolare, appartiene a una vecchia dinastia politica locale (suo padre è stato senatore e ha partecipato alle primarie democratiche per le presidenziali del 1976) ed è un grande sostenitore della Clinton. E' un possibile candidato alla vicepresidenza nel caso la Clinton ce la facesse.
I temi locali della campagna elettorale sono stati tre: lavoro, lavoro, lavoro. La crisi è la stessa dell'Ohio, della Pennsylvania.. Si è promesso lavoro e molto protezionismo, un tema ricorrente di questa campagna elettorale (guardate qui lo spot elettorale di Hillary che ricorda, con toni populistici, le sue umili origini, e qui il video di Obama di fronte a una fabbrica dismessa). Ormai le parole, le strategie, i contenuti e gli stili di comunicazione di questa campagma elettorale non cambieranno. Aspettiamo, da domani, il prossimo diluvio di numeri e commenti.
30 aprile 2008
Glossario della crisi economica/3. SUBPRIME 2.0
Gli analisti negli ultimi tempi parlano di una crisi finanziaria di proporzioni enormi (Krugman parla di crisi simile a quella del 1929) avviata dallo scoppio della bolla immobiliare e dalla vicenda dei mutui subprime. La crisi dei mutui, infatti, rischia di minacciare la salute dell’intero mercato finanziario americano e di “contagiare” anche i mercati europei.
A questo punto è utile cercare di capire i perché di questo contagio, che non risiede solo in un periodo di panico e di mancanza di fiducia da parte degli investitori. Esiste, infatti, una catena di trasmissione che lega i mutui, i pignoramenti e le difficoltà dei risparmiatori americani alle attuali turbolenze finanziarie.
Il problema è quello delle salsicce infette. Ovvero: la banca che eroga i mutui può - a determinate condizioni - "cartolarizzarli", ossia trasformarli in strumenti finanziari: gli "ABS", Asset Backed Securities. Gli ABS sono titoli il cui valore è garantito del valore delle case ipotecate dal mutuo. Il rendimento dei titoli è legato agli interessi che il debitore paga e che sono tanto più alti quanto minore è la sua affidabilità.
Gli ABS immobiliari insieme con altre cartolarizzazioni vanno a comporre altri strumenti finanziari detti CDO, (Collateralized Debt Obligation), ossia obbligazioni composte da diversi tipi di titoli. La banca propone al risparmiatore un investimento in cui sono presenti moltissimi tipi diversi di obbligazioni e altre attività finanziarie, differenti per rischio e reddito, in modo da assicurare una certa stabilità ma anche un certo profitto.
Praticamente la banca si copre dal rischio legato ad investimenti rischiosi come i mutui emettendo “obbligazioni salsiccia” in cui dentro c’è un po’ di tutto, compresi i titoli legati ai subprime.
Questi titoli erano considerati redditizi e sicuri perché al momento dell'emissione non si avvertivano motivi particolari di preoccupazione e i prezzi delle case salivano. I frutti di questa'ingegneria finanziaria finivano poi in fondi comuni o in polizze vita senza che l'investitore finale fosse consapevole del rischio insito in questo genere di titoli.
In sintesi, le banche d’affari americane dopo aver concesso i mutui subprime li hanno impacchettati in una obbligazione e li hanno rivenduti ad altre banche in tutto il mondo (oltre agli USA soprattutto Inghilterra, Francia, Germania e Giappone) . Esiste un contagio da mutui le cui proporzioni ancora non sono chiare. L'incertezza non riguarda solo l'ammontare del valore di questi titoli, ma anche dove essi sono andati a finire. Anche perché questi strumenti finanziari possono essere impacchettati più volte in un sistema di scatole cinesi che impedisce alle stesse banche di capire dove finiscano effettivamente i titoli.
Per qualche tempo si è pensato che i titoli subprime fossero confinati solo in portafogli di istituzioni bancarie e finanziarie americane. Ma le cose non stavano così. La Bce ha ammesso che la situazione europea non è molto diversa da quella americana: ha cominciato la banca tedesca Ikb ad andare in bancarotta perché colpita dalla crisi dei mutui subprime e poi anche la banca olandese Nibc, poi Bnp Paribas.
Le banche, infatti, hanno dovuto affrontare una “crisi di liquidità”, ovvero: le banche con le obbligazioni si indebitano a breve termine, mentre i mutui immobiliari sono, per definizione, strumenti di lungo periodo. Quando il pagamento delle rate dei mutui procede senza problemi le banche riescono a ripagare le obbligazioni (il tasso d’interesse concesso sull’emissione dell’obbligazione per essere competitivo deve essere altissimo, se no non le sottoscrive nessuno). Però si è trascurato il fatto che alla scadenza i titoli vanno rimborsati e se chi ha fatto il mutuo (sottostante al titolo) non paga, la banca deve intaccare le proprie riserve o sperare di recuperare con una nuova emissione, contando sul fatto di posticipare il pagamento ai sottoscrittori.
La seconda via non è molto percorribile perché appena si diffonde la voce dell’inaffidabilità di un titolo questo non viene più acquistato. La banca si trova con un credito che non verrà rimborsato da una parte (mutuo), un debito da pagare e niente in mano per pagarlo. Con una crisi di ampie proporzioni come quella in atto ecco arrivare la crisi di liquidità che porta la banca sull’orlo della bancarotta (come Bear Sterns).
I primi sintomi della crisi sono stati ignorati nella convinzione che questo «nuovo mercato» del credito fosse strutturalmente molto meno esposto alle crisi finanziarie: i nuovi strumenti consentono infatti di diluire tutti i rischi. Il caso tipico è proprio quello dei mutui: l’istituto che li concede spezzetta poi il credito e lo trasferisce ad altri fondi e banche che a loro volta «impacchettano » il tutto sotto forma di obbligazioni che vengono rivedute sul mercato.
E’ vero che con la «nuova finanza» i rischi sono stati diluiti, ma non fino al punto di «vaccinare» il sistema dalle conseguenze di un’ondata di prestiti concessi in modo avventato. E’ una delle disfunzioni indotte da una trasformazione del mercato che un capitalismo ben funzionante dovrebbe vedere e correggere tempestivamente: i controlli sulla solvibilità dei debitori sono spesso venuti meno perché l’istituto che emetteva il mutuo era più interessato ai profitti che alle condizioni di prestiti destinati, comunque, a essere trasferiti ad altri.
Ora che si è tornati con i piedi per terra si scopre che il nuovo mercato dei derivati (un derivato è un titolo il cui valore è legato al valore di qualche altro bene o azione) oltre al positivo effetto di diluizione dei rischi, si tira dietro anche un problema, in qualche modo speculare rispetto a questo vantaggio: una volta che emerge una crisi, è difficile individuare e circoscrivere i focolai perché i prodotti finanziari «avariati»— nel nostro caso i mutui — possono essere finiti ovunque.
(Matteo Dian)
28 aprile 2008
Le imbarazzanti amicizie religiose del senatore McCain
Approfittando della lunghezza delle primarie democratiche, il senatore McCain mette a punto la sua strategia. Il veterano di guerra e della politica sa bene due cose: deve prendere le distanze da George W. Bush e tentare di espandere la base che ha eletto l’amministrazione in carica. La guerra al terrore non si vende più come nel 2004 e pensare di vincere con quella sarebbe perdente. Per questo McCain punta agli indipendenti e agli ingenui. O almeno così viene da pensare a giudicare dal tour che il candidato repubblicano ha compiuto negli ultimi giorni a caccia del voto afroamericano.
Di certo ci vuole faccia tosta a presentarsi nei quartieri poveri devastati dall’uragano Katrina e a Selma, luogo della storica marcia per i diritti guidata da Marthin Luther King. Nella città del sud ancora in attesa di risposte da parte del governo federale McCain ha spiegato che la risposta all’uragano è stata “disastrosa", che una cosa del genere "non deve più capitare" per poi non saper rispondere alla domanda: "Secondo lei questi quartieri poveri vanno demoliti o restaurati?". Non una domanda da poco dal momento che è in corso un duro braccio di ferro tra migliaia di persone che aspettano di potersene tornare a casa e gli immobiliaristi, che puntano a rendere la città un posticino di lusso dove far trasferire famiglie pronte a spendere migliaia di dollari al metro quadro.
Ma essere impreparati o furbetti non sarebbe un problema. Il problema di McCain a New Orleans è un altro e si chiama John Hagee, che di mestiere fa il telepredicatore miliardario. E qualcuno gli ha fatto una domanda anche su di lui. "Non è una mia vecchia conoscenza" ha risposto. Vero. Tanto quanto la scelta del senatore di cercare il sostegno ufficiale del pastore di San Antonio, sostegno ottenuto lo scorso febbraio. McCain non tira tra gli elettori che votano con la croce nella mano destra e da quando è diventato candidato corteggia quell’elettorato. Qual’è il problema di Hagee? Quelle che seguono sono sue frasi: "Katrina è una punizione divina contro New Orleans. In città c’era una quantità di peccato che era offensiva per dio. Il lunedì in cui è arrivato Katrina si doveva addirittura tenere una parata di omosessuali". Altro motivo per cui dio avrebbe mosso le acque è la pressione, in quelle settimane, di Washington su Israele perché abbandonasse gli insediamenti nei Territori. Avendo visto tolta terra a Israele, Dio l’ha tolta agli Usa. Andatelo a raccontare ai derelitti che hanno passato giorni sul tetto di casa che la catastrofe prodotta dall’incuria umana è una punizione divina. O che dio agisce come una Onu vendicativa.
Hagee è un personaggio controverso: è divorziato e risposato, guadagna milioni di dollari come amministratore delegato del suo network evangelico, trasmette su 160 canali locali, predica l’unità evangelica con Israele e sostiene che la religione musulmana invita a uccidere i cristiani. Pur non essendo tra i predicatori pittoreschi, ha un’influenza molto grande ed è una colonna portante di quella destra religiosa che sostiene il partito repubblicano in maniera smaccata. Non è il solo.
Tra gli alleati di McCain c’è Rod Parsley, il possibile futuro dell’evangelismo conservatore. Più giovane e carismatico, il suo territorio è l’Ohio, lo Stato dove Bush ha di fatto vinto le elezioni nel 2004. Quell’anno, guarda che caso, tra le schede su cui mettere la croce nel giorno delle presidenziali, c’era anche un referendum statale che aboliva il matrimonio omosessuale. Parlsey promosse il referendum e i cristiani dell’Ohio parteciparono come non mai al voto. Il corpulento pastore è uno che parla a neri e bianchi e, a fine febbraio, durante le primarie in Ohio, parlò ad un comizio di McCain a Cincinnati. Erano i giorni in cui dal campo delle primarie repubblicano non era ancora stato eliminato Mike Huckabee, il predicatore evangelico che raccoglieva i voti religiosi. Il sostegno di Parsley fu una mano santa per McCain.
Come Hagee, Parsley ha le sue teorie religiose. Nel suo libro del 2005, “Silent no more”, spiega che è in corso "una guerra tra islam e civiltà cristiana". L’America, secondo Parsley, sarebbe stata fondata con il disegno di "vedere distrutta questa falsa religione e l’11 settembre è una chiamata alle armi che non possiamo ignorare". Un vero moderato. Come quando sostiene che occorre mettere in galera gli adulteri. Uno tutto d’un pezzo? No, se è vero che si è beccato una denuncia per aver infranto le regole al sostegno dei partiti che consentono alla sua chiesa di non pagare le tasse - non paga se non si schiera e lui ha trovato il modo per schierarsi e non pagare, ma lo hanno beccato.
Nelle scorse settimane le frasi sull’11 settembre del reverendo Wright, padre spirituale di Barack Obama, hanno generato attacchi a raffica da parte di McCain. Se il senatore afroamericano dovesse diventare il candidato democratico come è probabile, avrà qualche freccia al suo arco. Agli elettori indipendenti e ai moderati negli Stati a maggioranza repubblicana potrebbero dispiacere più Hagee e Parsley che non Wright.
22 aprile 2008
L'ultima spiaggia di Clinton (l'ennesima)
Ad oggi i numeri dicono +141 per il senatore nero dell'Illinois, +164 se si prendono in considerazione i superdelegati, eletti e dirigenti che partecipano di diritto. Negli ultimi mesi un numero crescente di questi pezzi grossi del partito hanno scelto di schierarsi con Obama, contribuendo così ad assottigliare la pattuglia di indecisi e riducendo al minimo il vantaggio di Clinton su questo terreno. Un vantaggio che a gennaio era ritenuto incolmabile da qualsiasi osservatore della politica statunitense.
Per questo la Pennsylvania è importante, dopo questo grande Stato che elegge molti delegati le cose potrebbero essere finite. Oppure no, è già successo nei mesi passati. E per questo le ultime settimane di campagne sono state tanto aspre, i toni cattivi, le polemiche accese. Negli ultimi due giorni gli spot Tv di entrambi sono cattivissimi, uno accusa l'altra di prendere soldi dalle lobby mentre la senatrice risponde con l'accusa di essere uno che parla contro il sistema che ci si trova bene dentro. La novità sta nell'aggressività di Obama, non viceversa.
La Pennsylvania ha anche un valore nazionale, ci dirà se stiamo assistendo ad un cambiamento epocale. Da queste parti, infatti, abita il tipico elettore che negli anni 80 ha lasciato il partito democratico per diventare parte del tifone reaganiano, consolidandone la base. Classe lavoratrice bianca in crisi di identità, conservatrice sul terreno morale, che ha abbracciato la formula patriottica, moralista, della liberalizzazione e del meno tasse. La crisi del partito democratico, una certa mancanza di idee rinnovate, capaci di parlare a quel momento storico, l'assenza di leader carismatici ha spostato fasce prodigiose di elettorato. Era appena successo in Gran Bretagna e in forme diverse sarebbe successo ovunque. Bill Clinton ha saputo spezzare il ciclo, ma non dare una prospettiva nuova ai democratici. Dopo un mandato si è trovato un Congresso a maggioranza repubblicana e si è spostato progressivamente a destra. Poi Bush figlio ha portato in dote la mobilitazione degli evangelici, una loro partecipazione al voto massiccia e determinante in diversi Stati.
Erano i “Reagan democrats" e a novembre la scommessa democratica è di farli tornare all'ovile. Un ritorno alla partecipazione, all'iscrizione al voto e al volontariato si è già visto altrove, anche in diversi Stati tradizionalmente rossi (è il colore del Grand Old Party, i repubblicani) e anche in Pennsylvania la tendenza è questa. Nel 2002 i democratici registrati al voto furono 3 milioni e 200 mila, seicentomila in meno dei repubblicani, oggi sono 4 milioni e 200mila, un milione in più. Anche in contee rosse crescono i blu. Nel 2004 qui vinse Kerry, e i numeri sembrano dire che i Reagan democrats non ci sono più. La presenza di quella tipologia di elettore favorisce Hillary Clinton che fino ad oggi ha vinto in New Jersey e Ohio, Stati a maggioranza bianca con caratteristiche simili. Obama dovrà cercare di rosicchiare punti tra quell'elettorato e fare il pieno a Philadelphia e dintorni dove vivono più giovani (lo Stato è “vecchio", altro vantaggio per Hillary), più laureati, e una popolazione afroamericana che fa più del 40% della città. L'afflusso di nuovi elettori, immigrati nello Stato o giovani, è una buona notizia per lui. E', come sempre, una questione di coalizioni, di gruppi sociali, comunitari e più spesso una sovrapposizione delle due cose.
Classe e razza. Il reverendo Wright, controverso pastore di Obama e i commenti dello stesso senatore sulla popolazione sui lavoratori delle piccole città industriali in declino che per ritrovare speranza si aggrappano a croce e fucili. A parte il fatto che con altri fattori in gioco il ritorno alla tradizione di queste settimane ricorda qualcosa agli italiani - e perché no, al Pc francese che si ritrovò incalzato nei suoi bastioni del Nord non dai socialisti ma da Le Pen - l'analisi (fatta in privato) di Obama e la retorica a tratti eccessiva del suo padre spirituale sono diventati l'arma in più di Clinton. Di Sanità, Iraq, tasse e crisi economica la gente ha già sentito parlare per mesi e sono le notizie fresche quelle che possono condizionare un voto. E di questo si è parlato nel dibattito Tv di venerdì scorso, seguito da polemiche furiose contro i conduttori della Abc da parte dei giornali progressisti che fanno il tifo per Obama. Per giorni si è discusso sui media se il ragionamento del senatore afroamericano fosse offensivo, se fosse giusto.
Anche Hillary ha avuto i suoi piccoli guai in questa lunga pausa senza voti. Mark Penn, consigliere del marito e mente della sua campagna ha lasciato dopo mesi di polemiche interne. I superdelegati hanno continuato ad accumularsi nella bisaccia di Barack. Una sua battuta su MoveOn - organizzazione a rete che raccoglie fondi e lancia campagne, schierata con Obama dopo un referendum on line tra gli iscritti - e sui liberal ad una cena per raccogliere fondi susciterà la rabbia dei milioni di progressisti che stanno donando a Obama e potrebbero non darsi da fare per lei. E poi è e resta indietro e il suo argomento sulla non eleggibilità del suo avversario non regge alla prova dei sondaggi - e a quella degli Stati bianchi dove Obama ha vinto.
La chiave del voto in Pennsylvania sta tutta nella capacità di Obama di rispondere ai temi che lo hanno investito. Quanti lavoratori amareggiati sarà riuscito a convincere che il suo era un commento analitico e non una forma di disprezzo. Che i fucili e la croce non sono qualcosa di sbagliato in sé ma rischiano di diventare una trappola, un rifugio senza prospettive? Nessun candidato per qualsiasi piccolo incarico, se non forse in qualche quartiere di New York e San Francisco potrebbe sostenere il contrario e sembra che i gun owners, i possessori di fucili stiano uno contro due con la senatrice (sulla stampa sono apparsi articoli che ricordano l'attività per il gun control, la limitazione alla circolazione di armi da parte di Obama). Se il venditore di speranza avrà fatto bene i suoi compiti la corsa sarà finita e un outsider diventerà candidato alla Casa Bianca. Un fatto tanto storico quanto il fatto che il 45enne senatore non abbia il faccino rosato dei nord europei. Se il messaggio di Obama avrà funzionato in parte, perderà di poco e farà un altro passo verso la nomination e su Clinton le pressioni per lasciare aumenteranno ancora. Se Hillary dovesse vincere con dieci punti di vantaggio, aspettatevi i fuochi d'artificio. Che spesso bruciano le mani alla parte che ci gioca e avvantaggiano il vecchio McCain che aspetta sulla riva del fiume.
21 aprile 2008
Pennsylvania, 22 aprile 2008
Sguardo a volo d'uccello su questa Pennsylvania elettorale. Primo: le notizie di stampo enciclo- pedico sullo stato. E' stato fondato da un quacchero pacifico e molto avanti per i tempi come William Penn, che diede una terra ai suoi confratelli ("quaccheri brava gente": pacifici, tolleranti, open minded). Il soprannome dello stato è Keystone: era centrale nella geografia dell'Unione dei 13 stati, oltre a essere una piccola sintesi dell'economia americana già nell'800. Manifattura più agricoltura e latifondo. L'analista elettorale di casa Clinton James Carville lo ha descritto come "Pittsburgh e Filadelfia con l'Alabama ficcato in mezzo", cioè due grandi cinture industriali con una grande zona rurale che le divide.In Pennsylvania ci sono 12 milioni di abitanti - è uno degli stati più popolosi - che eleggono 21 "grandi elettori" per le presidenziali del 2008. Il governatore è un democratico, i senatori sono uno repubblicano e uno democratico, Alla Camera dei Rappresentanti ci sono 11 democratici e 8 repubblicani. Il più celebre è il vecchio John Murtha.
Elettoralmente è il classico stato in bilico, tra quelli cruciali per qualsiasi elezione presidenziale. Nel 2004 qui vinse Kerry con due punti e mezzo di vantaggio, e i sondaggi della Rasmussen di questo mese danno in vantaggio qualsiasi candidato democratico su McCain. I sondaggi di aprile che riguardano le elezioni di novembre vanno sempre presi con le pinze, ma la tendenza è a favore dei democratici già da qualche anno (un democratico ha vinto lo stato nelle ultime quattro elezioni presidenziali). Un esempio è la conquista nel 2006 del collegio elettorale dei sobborghi di Pittsburgh, dove a sorpresa un democratico ha battuto la rappresentante uscente repubblicana.
Perché è un esempio importante? Perché si tratta di un collegio formato per lo più da sobborghi residenziali abitati da professionisti bianchi della classe media, con a disposizione un reddito pro capite più alto della media nazionale. Quel tipo di elettorato che più facilmente potrebbe abbandonare i repubblicani stanchi dell'amministrazione Bush, sempre che McCain non si adoperi con intelligenza al loro recupero.
Allo stesso tempo la Pennsylvania è considerata un tipico stato di residenza per i Reagan Democrats, le tute blu che hanno cominciato a votare repubblicano dai tempi di Reagan. Di nuovo è presumibile immaginare che questo tipo di elettorato premi - come in Ohio - la Clinton, la quale vuole affermare l'impossibilità di Obama di fare presa sull'elettorato che possiede questo genere di caratteristiche: tuta blu, bianco, di una certa età, conservatore per quello che riguarda i valori, il più delle volte cattolico e democratico da una vita (spesso per la contestuale frequentazione dell'ambiente sindacale). Nello stato gli over 65 sono il 15,1% della popolazione - contro il 12,4 della media nazionale - e a possedere una laurea è il 25,4%, rispetto al 27% del resto del paese.
I sondaggi oggi danno la Clinton in vantaggio, chi dice di 3 chi dice di 10 punti. A gennaio Obama era sotto anche di 30 punti percentuale. Evidentemente a ragione chi (come l'Economist) sostiene che anche la Pennsylvania è terreno di scontro tra le due americhe democratiche: quella appena descritta e quella "Obamiana", i neri, i giovani, i professionisti della società dei servizi che oggi patiscono gli effetti della crisi finanziaria o sono stufi di Bush.
Sempre l'Economist traccia una sorta di confronto tra i democratici della rust belt di Pittsburgh, cioè delle zona manifatturiera più in crisi, e l'area della Greater Filadelfia (dove si sono impiantate aziende high tech e di servizi). Pittsburgh ricorda l'Ohio, dove i posti di lavoro sono aumentati solo dello 0.5% negli ultimi cinque anni, mentre nell'area di Filadelfia l'occupazione è cresciuta ben oltre il 3% annuo. E nell'area della Grande Filadelfia vive il 60% dei democratici registrati per il voto.
Il risultato delle primarie della Pennsylvania darà un'idea piuttosto precisa del comportamento di voto dell'elettorato democratico, ma ci dirà poco sull'orientamento di chi si registra alle elezioni presidenziali come indipendente. In queste primarie esiste un doppio meccanismo di filtro: possono votare solo gli elettori registrati come democratici e tra loro quelli che lo hanno fatto con almeno un mese d'anticipo. Obama può sperare però che i 100 mila nuovi democratici iscritti a queste primarie siano "gente" sua, mobilitata dai suoi supporter e trascinata dal suo successo mediatico di questi mesi (gli infortuni sono arrivati dopo).
Comunque vadano le primarie (se la Clinton vincesse bene continuerebbe di essere l'unico candidato "presidenziabile", l'unica in grado di vincere negli stati in bilico) qualcuno dovrà ragionare, ancora una volta, su due elementi: come tenere unito il partito democratico a novembre, dove puntare per il futuro. La Pennsylvania, come l'Ohio, è uno stato che non cresce di popolazione, nel quale l'economia va così così (a parte alcune aree) e dove la categorie più allineate al partito sono minoranze in via di estinzione: pensionati e sindacalizzati vecchia maniera. Come il partito democratico italiano, che prende voti dai lavoratori del settore pubblico e dai pensionati. In queste condizioni, un partito può guardare lontano?
14 aprile 2008
Glossario della crisi economica/2. SUBPRIME
I subprime, (o "B-Paper" o "second chance") sono prestiti che vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato (ovvero al mercato prime), in quanto ha avuto problemi con i debiti precedenti. Circa il 25% della popolazione americana ricade in questa categoria. I prestiti subprime sono rischiosi sia per i creditori sia per i debitori, vista la pericolosa combinazione di alti tassi di interesse e cattiva storia creditizia (fallimenti, insolvenze, pignoramenti …).
Poiché i debitori subprime vengono considerati ad alto rischio di insolvenza, i prestatori applicano un più alto tasso di interesse di quanto non farebbero in presenza di un debitore solido ed affidabile. Coloro che proponevano i subprime hanno sostenuto il ruolo positivo di questo tipo di credito: aver esteso l’accesso al credito a fasce di popolazione che prima ne erano escluse.
Dal 2007, l'industria statunitense dei mutui subprime è entrata in crisi. Un'ascesa vertiginosa nel tasso di insolvenza di mutui subprime ha costretto diverse banche d’affari al fallimento o alla bancarotta.
Gli analisti hanno indicato precise responsabilità. Molti hanno sottolineato le pratiche predatorie dei prestatori subprime e la mancanza di una effettiva supervisione da parte delle autorità governative. Altri criticano i debitori per aver contratto mutui, pur ben consci di non poterli soddisfare.
Al momento della forte crescita dei mutui, tuttavia, i tassi di interesse ai minimi storici e stabilmente bassi, lasciavano pensare che fossero convenienti mutui a tasso variabile. I contratti stessi non prevedevano espressamente un interesse massimo applicabile, perché nessuno si aspettava sostanziosi rialzi. La mancanza di un tetto massimo a permesso l’impennata dei tassi.
Molti rapporti sulla crisi evidenziano pure il ruolo della caduta dei prezzi degli immobili, iniziato nel 2005. Mentre i prezzi crescevano, dal 2000 al 2005, i debitori che avevano difficoltà nell'adempiere ai pagamenti potevano sempre vendere oppure accedere più facilmente a nuovi finanziamenti. Dal 2005, però i prezzi delle case sono calati improvvisamente e drasticamente. Da allora non è stato più possibile vendere la propria casa in caso di difficoltà a ripagare il mutuo.
Mentre la crisi si è rivelata e sono cresciuti i timori su un suo peggioramento, alcuni senatori democratici (Charles Schumer, Robert Menendez, Sherrod Brown) hanno proposto che il governo USA fornisca fondi per aiutare i debitori subprime nei guai ed evitare che queste persone possano perdere la loro abitazione. Alcuni economisti criticano la proposta, affermando che potrebbe persino peggiorare le insolvenze o incoraggiare prestiti ancora più rischiosi.
Quali sono le proposte dei candidati per fa pronte alla crisi?
Hillary Clinton ha l’esplicito obiettivo di salvare i titolari dei subprime e le loro case attraverso un programma di incentivi alla ristrutturazione dei “troubled mortgage”(mutui con problemi), di limitazione delle forti penalità inserite nei contratti e di rafforzamento dell’informazione attraverso un grande piano di strutture indipendenti di consulenza che aiutino e proteggano chi cerca casa e finanziamento.
Barack Obama invece, chiede soprattutto agevolazioni fiscali e fondi di sostegno. Per alcuni commentatori appare decisamente più moderato di Hillary.
McCain ritiene, al contrario, che il ruolo di Washington debba essere limitato, rifiutando la creazione di fondi federali. Il candidato del GOP ribadisce le soluzioni proposte per il bail out delle società in crisi (vedi post precedente):
“Non è compito del governo tutelare gli investitori irresponsabili (tra cui per McCain rientrano 2 milioni di famiglie con mutui a rischio). Il governo deve solo prevenire le crisi garantendo la trasparenza dei mercati”. Tutto ciò testimonia come la finanza e il modo di governarla siano entrati a pieno titolo nella campagna elettorale. Una volta, parlare di banche, borse, azioni e tassi di interesse significava rivolgersi a pubblici ristretti e quindi elettoralmente poco significativi. Oggi, e il popolo dei subprime è la più evidente dimostrazione, la finanza e le sue distorsioni riversano i loro effetti su fasce sociali sempre più ampie e sempre più interessate a sapere cosa ne pensano i candidati alle elezioni, candidati che devono mantenere un difficile equilibrio tra gli oggettivi bisogni di protezione delle persone più deboli e i pericoli delle derive populiste, molto facili in periodi preelettorali.
(Matteo Dian)
07 aprile 2008
Glossario della crisi economica/1. BAIL OUT
Parte del dibattito economico degli ultimo giorni si è svolto sulla questione del bail out. Cosa significa? Un bail out (letteralmente, tirare fuori dai guai) è un salvataggio di un’azienda in crisi da parte dello stato, di solito attraverso un prestito. La società in crisi beneficia del prestito per evitare la bancarotta, affrontare i debiti e le spese nell’immediato e per ristabilire la fiducia dei mercati. In questo modo si possono evitare le conseguenze economiche, finanziarie e sociali di un possibile fallimento. Questo tipo di salvataggio è però considerato distorsivo dei meccanismi auto regolativi del mercato (l’impresa che sa di essere salvata è portata a rischiare di più, innescando un circolo vizioso che fa venir meno l’avversione al rischio, con effetti negativi sul sistema economico e sul benessere generale).
Il caso più recente e più clamoroso è il bail out di Bearn Sterns, una delle più importanti banche d’affari degli Stati Uniti. E’ anche l’istituto di credito più attivo nel settore dei mutui sub-prime. Per questo Bearn Sterns si è trovata in crisi di liquidità (ovvero il suo patrimonio è ampio, ma a causa della crisi dei mutui molti creditori non riescono a restituire i prestiti). Quando la voce si è sparsa a Wall Street il titolo è crollato e la banca di investimento ha rischiato il fallimento, che sarebbe stato disastroso per l’intero mercato.
A questo punto è arrivato il salvataggio attraverso un prestito di breve periodo (28 giorni) da parte della Federal Reserve e di un rivale nel mercato finanziario, JP Morgan.
Due considerazioni: il fatto che JP Morgan si adoperi per salvare una delle principali concorrenti ci aiuta a capire come in questo momento ci sia un timore diffuso che la crisi finanziaria assuma dimensioni da Grande Depressione del ’29, con un crollo complessivo del sistema bancario.
Inoltre, il bail out in questione segna la più decisa espansione delle competenze della Federal Reserve dagli anni ’30. Questo testimonia una diffusa percezione dell’inadeguatezza delle politiche macroeconomiche dell’Amministrazione Bush e della sua fiducia assoluta nelle potenzialità del free market. (Jeff Madrick sul Huffington Post parla di “fine dell'Era di Friedman”).
Questa questione, che sembrerebbe una disputa tra economisti e finanzieri ha invece importanti risvolti politici. Il governo, cosciente della crisi finanziaria si discosta dalla sua ortodossia economica e “salva” Bearn Sterns, in difficoltà per la crisi dei mutui sub-prime, rassicurando Wall Street. La crisi però colpisce anche migliaia di famiglie che non riescono più a pagare il mutuo e sono costrette ad abbandonare le loro case. Per ora l’Amministrazione Bush non ha in mente nessun salvataggio per loro.
La questione non poteva che finire in cima all’agenda politica di queste settimane.
La senatrice Clinton ha proposto un fondo federale di 30 miliardi di dollari per aiutare i cittadini con problemi legati ai mutui sub prime che rischiano di dover abbandonare le loro case. (La proposta di Obama è simile).
McCain, come riportato dal NYT, ha preso nettamente le distanze da queste soluzioni affermando ““it is not the duty of government to bail out and reward those who act irresponsibly, whether they are big banks or small borrowers.” (Non è compito del governo salvare gli investitori irresponsabili, siano essi grandi banche o piccoli debitori).
La questione del bail out riflette le divisioni ideologiche del passato recente: McCain e il GOP ribadiscono la loro fiducia nel mercato, nella sue potenzialità di autoregolamentazione, senza troppa attenzione agli sconfitti generati dalla crisi economica. Clinton e Obama sembrano proporre una ricetta alternativa basata su un ruolo attivo del governo nel attenuare le conseguenze della crisi sia per le grandi società finanziarie sia per i piccoli risparmiatori. Come evidenziato da Paul Krugman i democratici hanno la possibilità di dare vita ad un patto simile a quello del New Deal: salvataggio in cambio in cambio di regolamentazione per evitare altre crisi. Questa, forse sarebbe, la fine della Friedman Era.
(Matteo Dian)
04 aprile 2008
Quel giorno a Memphis
Esattamente quarant’anni fa, il 4 aprile del 1968 alle ore 6 e un minuto del pomeriggio, Martin Luther King moriva ammazzato sul balcone antistante l’entrata della camera numero 306 del Motel Lorraine, a Memphis, nel Tennessee. E chi oggi ritorna sul luogo del delitto non ritrova, all’ombra dei nuovi grattacieli del “downtown” e nella fredda luce dei neon che illuminano Beale Street, che la memoria imbalsamata di quel giorno. Tutto com’era allora. Tutto meticolosamente uguale. La balconata, il numero della stanza, il colore delle pareti, il cortile e, oltre la strada, la Bessie Brewer boarding house da una delle cui finestre era partito il colpo mortale. Tutto al suo posto, diligentemente pietrificato nella religiosa immobilità d’un museo – il National Civil Rights Museum – che pur non vantando la marmorea solennità d’un monumento, come un monumento (o come un mausoleo) ha il compito di congelare, nella fredda ed artefatta realtà del mito, il senso ultimo, le più profonde ragioni del ricordo. L’uomo condannato per quell’omicidio, James Earl Ray, è morto in carcere dieci anni fa (il 23 aprile del 1998), in quasi perfetta coincidenza con il trentesimo anniversario dell’assassinio. Ed è, a suo modo, morto innocente. Non per la legge, com’è ovvio, ma per se stesso e, quel che più conta, per la famiglia e per i più stretti seguaci dell’uomo al quale quel monumento è dedicato. Pochi credono che davvero sia stato lui – James Earl Ray, un piccolo e maldestro criminale latitante, uno scialbo personaggio estraneo ad ogni ideologia razzista - a sparare il colpo di fucile che ha ucciso quella che è oggi un’intoccabile icona, un “santino” quasi, della storia ufficiale americana. E praticamente nessuno – nemmeno il House Selected Committee on Assassination, la commissione d’indagine creata dal Congresso nel 1976 – ha in questi anni sposato quella teoria dell’ assassino solitario (“one crazy man”) che nel marzo del ‘69, senza un vero processo, ha chiuso il caso con i 99 anni di carcere inflitti a Earl Ray.
Come l’attentato che, a Dallas, uccise John Fitzgerald Kennedy, e come quello che due mesi appena dopo Memphis, avrebbe stroncato la corsa presidenziale di Bob Kennedy, anche l’assassinio di Martin Luther King si muove in un cono d’ombra popolato dai fantasmi di troppe incongruenze e strane coincidenze, dallo sfregio d’una condanna definita (extra giudizialmente, come si dice in gergo) sulla base d’una confessione che sarebbe stata subito dopo ritrattata, dai fumi fetidi d’una verità prima negata e, poi, cristallizzata in una edificante leggenda. Eppure, non c’è dubbio: per cogliere il significato più autentico di questo anniversario – quello che i mausolei ed i “santini” tendono a nascondere – occorre davvero “tornare a Memphis”. Non per visitare il museo dei diritti civili sorto sul luogo del delitto, ma per ritrovare le ragioni che, in quel giorno d’aprile, avevano spinto il reverendo Martin Luther King verso la più grande città del Tennessee.
C’era uno sciopero in corso a Memphis, in quell’inizio di primavera del 1968. E non si trattava d’uno sciopero qualunque. Ad incrociare le braccia erano stati, tre settimane prima, gli ultimi degli ultimi. Ovvero: i lavoratori delle immondizie, 1200 anime, uomini “invisibili” in grande maggioranza di pelle nera, che, lungo le strade secondarie o immersi nelle fognature, raccoglievano i rifiuti della città. E che come rifiuti vivevano o, non di rado, morivano. Proprio per questo, infatti, la sera del 12 febbraio, lo sciopero era cominciato. Per il cattivo funzionamento d’uno dei camion della raccolta, due lavoratori erano stati risucchiati, come immondizia, dagli ingranaggi che triturano il sudiciume. Le cose che i “garbage men” chiedevano erano legate, nel modo più semplice e diretto, alla difesa della vita e della dignità umana. Chiedevano più sicurezza. Chiedevano una doccia per potersi lavare al termine del turno di lavoro ed un posto dove poter orinare. Chiedevano orari meno massacranti (la giornata lavorativa poteva arrivare a 14 ore, senza straordinari) e salari che consentissero di sopravvivere. Chiedevano la fine della discriminazione (solo ai lavoratori di pelle bianca venivano pagate le giornate perdute a causa del maltempo). Ma per il sindaco della città, Henry Loeb – un personaggio il cui ritratto spicca nella galleria dell’America più reazionaria e razzista – erano soltanto dei “comunisti”, nemici della Patria e dell’ordine. Sovversivi da rimettere al loro posto. La sua amministrazione aveva compensato con un mese aggiuntivo di salario (300 dollari) e con un assegno di 500 dollari le vedove dei due lavoratori morti. E tanto doveva bastare. Nessuna concessione, nessuna trattativa.
Il Martin Luther King che era disceso a Memphis per dare il suo appoggio ai lavoratori in lotta era già, a tutto tondo, una “celebrità” politica. Ma era, nel contempo, un uomo molto diverso da quello che nel 1964 aveva ritirato – a riconoscimento della sua battaglia per i diritti civili dei negri d’America – il premio Nobel per la Pace. E molto diverso, anche, da quello del “Bloody Sunday” di Selma, punto culminante, nel marzo del ’65, della battaglia contro l’apartheid. Lo sfondo della sua visita – uno sfondo turbolento, luminoso e cupo al tempo stesso – era quello del 1968, l’anno nel quale tutti i nodi della Storia d’America erano parsi collidere nel medesimo crocevia. L’anno cruciale della protesta contro la guerra nel Vietnam. L’anno della ribellione nei campus, delle rivolte nei ghetti urbani e, sull’altra sponda, l’anno del consolidamento della “maggioranza silenziosa”. Martin Luther King era, in quei giorni di fuoco, un uomo alla ricerca di nuovi cammini, di nuove verità. Ed era, a suo modo, un uomo solo.
Esattamente un anno prima di quello che sarebbe diventato il giorno della sua morte, il 4 aprile del 1967, nella Riverside Church di New York, King aveva definito in un memorabile discorso – consegnato alla Storia sotto il titolo “Beyond Vietnam”, oltre il Vietnam – le ragioni filosofiche, politiche e religiose della sua opposizione alla guerra (potete leggerne ampi stralci qui sotto). E questo aveva tagliato, in pratica, tutti i ponti che, nel corso della battaglia per i diritti civili, erano stati gettati tra lui ed il presidente Lyndon Johnson. O, per meglio dire, tra lui e l’establishment bianco. «Calunnie demagogiche che assomigliano a comunicati di Radio Hanoi». Così il settimanale Time aveva definito le sue parole contro la presenza americana in Vietnam. E subito il Washington Post aveva fatto eco sottolineando come quelle stesse parole avessero irrimediabilmente «sminuito l’utilità della causa» di cui King era divenuto simbolo. Tra i neri d’America era, intanto, andata crescendo l’influenza di quelle che King chiamava «le sirene della separazione e della violenza». Vale a dire: la forza del “Black Power” che ratificava la “inconciliabilità” tra gli interessi dell’America nera e quelli dell’America bianca, rimarcando la necessità del ricorso alla forza. In questo quadro la nuova e tormentata frontiera di Martin Luther King si chiamava, in quella primavera del 1968, “Poor People Campaign”, campagna contro la povertà. E, contro la povertà, contro la “umiliazione del bisogno e della diseguaglianza" King stava cercando di forgiare una nuova coalizione sociale "senza distinzione di razza" capace, senza violenza, di "ricostruire la società americana» sulla base del nuovo paradigma d’una "giustizia che non ha colore". Ed il suo obiettivo era, per l’appunto, come nel 1964, una nuova grande marcia su Washington. Una marcia per la pace e la giustizia.
Non era la prima volta che King arrivava a Memphis. Solo due settimane prima, il 18 marzo, proprio lui aveva condotto un corteo per le vie della città. Ed aveva, in quell’occasione, potuto ascoltare e vedere le "sirene della separazione e della violenza". Ai margini della manifestazione, gruppi di giovani – chiamati “The Invaders”, gli invasori – avevano fracassato vetrine e rovesciato automobili, consentendo alla stampa locale e nazionale di definire "il pacifista reverendo King" come un proverbiale "lupo nella pelle d’agnello". Martin Luther King era dunque tornato tra gli uomini della spazzatura, tra gli ultimi degli ultimi, per ribadire, una volta di più, il suo “sovversivo” credo di non violenza, la sua fede in una giustizia sociale che fosse, senza distinzioni, giustizia per tutti. La sua idea di un’America nella quale finalmente, come recita la Dichiarazione d’Indipendenza, "tutti gli uomini sono creati uguali".
Raccontano le cronache come King fosse arrivato in città, esausto dopo un lungo viaggio, la sera del 3 di aprile. E come avesse, per stanchezza, deciso di non partecipare all’assemblea che, quella notte, era stata programmata nel Mason Temple, affidando a Ralph Albernathy, il più in vista dei suoi seguaci, il compito di parlare alla gente. Ma non ci fu nulla da fare, i “garbage men” di Memphis volevano sentire lui e solo lui. Sicché a King altro non rimase che lasciare la sua stanza d’albergo e, giunto nel Mason Temple, improvvisare un discorso. Fu così, seguendo d’istinto il filo dei suoi pensieri e dei suoi tormenti , che pronunciò parole (le sue ultime) destinate a restare – come si usa dire – scolpite nella pietra. Parole piene di poesia e di forza. Parole profetiche. Gli annali rammentano quel discorso sotto il titolo “I’ve been to the Montaintop”, sono stato in cima alla montagna. Ma al centro del discorso c’era – come spesso nei discorsi di King – una parabola evangelica: quella del buon Samaritano che, lungo la strada che porta Gerico, assiste un viandante derubato e picchiato dai banditi. Anche l’America, aveva detto King, sta camminando lungo la via Gerico, tutti noi, bianchi, neri, gialli e marroni, stiamo camminando lungo la via Gerico…
Martin Luther King aveva parlato anche di se stesso, del suo cammino. Ed aveva raccontato del giorno in cui, a New York, una squilibrata lo aveva accoltellato. La lama, disse, era penetrata nel petto e si era fermata a meno di un millimetro dall’aorta. Sarebbe bastato uno starnuto e lui sarebbe morto dissanguato. Ma così non fu. Ed oggi – aveva aggiunto – "sono contento di non avere starnutito perché ho potuto continuare a camminare lungo la strada di Gerico". Perché ho potuto vedere il boicottaggio degli autobus di Montgomery e la resurrezione della grande marcia su Washington. Ho potuto vedere Selma. Sono contento di non avere starnutito perché ho potuto venire qui, a Memphis, dove altri viandanti, picchiati ed umiliati, hanno bisogno di amore e di giustizia. "Non so quel che accadrà ora…ma non m’importa perché io sono stato in cima alla montagna…Anch’io, come tutti, vorrei vivere una lunga vita…ma non è a questo che penso ora, perché io voglio fare la volontà di Dio. E Dio mi ha permesso di raggiungere la cima della montagna. E dalla montagna io ho guardato ed ho visto la terra promessa. Forse io non la potrò raggiungere insieme a voi. Ma voglio che voi sappiate che noi, come popolo, raggiungeremo la terra promessa. E per questo, stasera io sono felice. Sono felice e non ho paura di nulla, non temo nessuno. Perché i miei occhi hanno visto la gloria e l’avvento del Signore".
Il giorno dopo, Martin Luther King moriva ammazzato. Ed oggi nel luogo della sua morte sorge un museo il cui direttore, J.R. “Pitt” Hyde è un repubblicano che, lo scorso anno, ha attivamente ed impunemente partecipato ad una campagna elettorale – quella che ha visto la sconfitta del democratico nero Harold Ford nella corsa per un seggio senatoriale – marcata da molto acuti toni razzisti. King – il sovversivo King che sobillava gli uomini della spazzatura e che il Fbi perseguitava - è diventato “patrimonio nazionale”. Ed in una della sale, un manichino-robot ripete incessantemente le parole finali del suo ultimo discorso. Parole intatte nella loro potenza evocativa. Ma l’America che l’ascolta è, oggi, più diseguale che mai. La terra promessa che il reverendo aveva visto dalla cima della montagna, appare perduta oltre gli orizzonti della retorica e del mito. Lontana. Irraggiungibile.
Religione, politica e l'eredità del doctor King
In America religione e politica si intrecciano in mille forme diverse: il leader della lotta per i diritti civili e gli incappucciati che impiccavano i neri agli alberi erano - e spesso sono - animati dal discorso religioso. La sinistra democratica afroamericana è religiosa come lo è la destra che si domanda se votare il repubblicano McCain che non è abbastanza netto sull’aborto. La religione e il reverendo King sono già entrati due volte nella campagna delle primarie democratiche del 2008. E parlando di MLK si parla di razza come non lo si faceva dai tempi dei diritti civili. Non è un caso.
Nei suoi discorsi, Barack Obama ripete spesso che la sua conversione al sociale negli anni di Chicago è passata per la sua conversione al cristianesimo nella chiesa del reverendo Jeremiah Wright. Grazie alla sua religiosità Obama ha conquistato diversi voti bianchi in qualche Stato dove il suo essere un candidato nero e più o meno liberal non è un buon lasciapassare. Per colpa dei sermoni di Jeremiah Wright, Obama è poi finito sotto il tiro incrociato dei clintoniani e dei repubblicani. In entrambi i casi Obama ha fatto ricorso all’eredità del “doctor King”. Parlando nella chiesa dove predicava, la Ebenezer baptist church di Atlanta il 21 gennaio, prima delle elezioni in South Carolina e a Philadelphia, il 18 marzo, quando era alle spalle al muro e le frasi sull’11 settembre del reverendo Wright (God damn America, Dio maledica l’America)passavano ogni minuto su Fox news, il canale più trash e di destra del palinsesto americano.
Ad Atlanta Obama ha parlato davanti a una platea nera, che faceva “yeah" a ogni frase con riferimenti religiosi. Erano i giorni del voto nel Sud, quelli in cui si diceva che Obama non era abbastanza nero - mentre Bill Clinton, si scherza spesso, è il primo presidente nero d’America. Quel discorso era per i neri: Obama parlava di unità, della sua identità meticcia e del lascito del reverendo.
Quel giorno Obama parlava dei muri che devono venire giù e che per abbatterli serve unità, come nella Gerico del libro di Giosué, un tema caro agli evangelici, un gospel tra i più famosi (“Joshua fit the battle of Jerico”). Il tema era ed è di quelli duri, difficili da masticare e indigesti alle comunità e alla politica americana. “Non possiamo credere che l’unità e la riconciliazione razziale sia facile, che se cacciassimo i demagoghi i nostri problemi sarebbero risolti" diceva Obama. "Ci sono barriere strutturali e istituzionali per il lavoro decente e la salute per tutti. L’unità comincia cambiando i nostri cuori e le nostre menti". E ce n’è anche per gli afroamericani: "Dobbiamo essere onesti: la nostra comunità non è sempre nel solco del dottor King. Abbiamo disprezzato i gay, a volte siamo antisemiti e spesso pensiamo agli immigrati come gente che ci ruba il lavoro". King insomma diventa il luogo da cui Obama trae l’ispirazione per il suo discorso sull’unità.
Poi c’è stata la vicenda del reverendo Wright, il guru spirituale di Obama, quello che lo ha sposato con Michelle e ha battezzato le sue figlie. Per difendersi il senatore ha rilanciato, tornando sulla questione di razza, religione e politica in maniera scomoda, approfondendo alcuni temi che aveva affrontato ad Atlanta. Ma nella chiesa di King giocava in casa, a Philadelphia tutto era diverso, era l’unica settimana in cui Obama sembrava essere sul punto di perdere. Nel discorso di Philadelphia c’è la macchia dello schiavismo nella costituzione e c’è la disobbedienza civile. “Vorremmo continuare quella strada, per un America più giusta e prospera. Abbiamo storie diverse, non ci assomigliamo fisicamente, ma dobbiamo avere un obbiettivo comune". Obama attacca anche su Wright: "Sapevo cosa dice il pastore? Certo! Quel discorso è sbagliato perché divide in un momento in cui c’è bisogno di unità: guerre e recessione non sono roba da bianchi, neri o ispanici. Ma io amo la mia chiesa perché c’è la comunità nera: il medico e la donna che vive di buoni pasto, lo studente modello e il membro della gang; ci sono l’intelligenza e l’ignoranza, l’amore e l’amarezza che costruiscono la vita degli afroamericani". Il problema di Wright, secondo Obama, non è che ha parlato di razzismo, ma che immagina di una società statica. I commentatori si sono schierati e divisi: “Non ha condannato abbastanza", "Ha detto quel che doveva". La questione è un’altra: il video di "A more perfect Union", così si intitola la prolusione, è già stato visto da quattro milioni di persone su Youtube. E tutti dicono che per il suo essere coraggioso e scomodo, questo discorso sembra un sermone di Martin Luther King.
L’effetto del discorso di Philadelphia è stato quello di far tornare il tema della razza al centro della scena politica. E visto che si avvicina l’annversario della morte del reverendo a Memphis, predicatori, politici e studiosi afroamericani parlano di King e Obama. Otis Moss III, il pastore che ha preso il posto di Wright alla Trinty church di Chicago parlando alla televsione pubblica ha detto: "Credo e spero che questa campagna serva a rompere gli steccati, che gli evangelici comincino a parlare di ambiente e povertà come temi religiosi, ad andare oltre le certezze di ciascuno". Un po’ King, un po’ Obama. Harry Jackson la vede diversamente: riconciliazione razziale e giustizia sociale vanno assieme alla lotta contro l’aborto. “Le fondamenta del lavoro di King", sostiene, "erano bibliche e oggi sarebbe un conservatore sociale". Al suo opposto Lennox Yearwood, pastore militante che ha fondato l’Hip-hop caucus: "Abbiamo ancora a che fare con razzismo e povertà e spendiamo più soldi per guerra che per programmi sociali. La nostra è la generazione della speranza per il XXI secolo, l’Iraq è il nostro Vietnam e Katrina è la nostra Birmingham (il luogo del razzismo per eccellenza). Oggi leggiamo King solo con il suo “I have a dream”. Ma King era un radicale". Lewis Baldwin, che insegna Studi religiosi crede che sia proprio la religiosità di King ad aver dato forza al suo messaggio politico: "C’era sempre l’idea che qualcosa di soprannaturale stesse dietro al movimento".
Tutti vogliono essere King. Come spiega Cheryl Sanders, professoressa di Etica cristiana alla Howard university: "Tutti parlano di King e trovano argomenti per dire che starebbe con loro". Sanders parla anche di politica: "Spero che la gente non voti Obama per il colore, ma per come parla di razza e religione. Non dice piccole cose per piacere ai religiosi, ha una visione religiosa delle cose. Anche io mi sento offesa da alcune delle parole di Wright, ma la verità è che c’è discriminazione razziale in questo Paese ed è da la che vengono quelle parole". Peserà questo dibattito acceso sull’eredità di King? Verrà dimenticato come un passaggio qualsiasi della campagna elettorale? Oppure siamo alla vigilia di una trasformazione radicale come quella che Marthin Luther King contribuì a forgiare assieme a Malcolm X ed altri leader? Lo scopriremo a novembre e - se Obama verrà eletto - negli anni successivi. Come ha scritto Alice Walker, l’autrice de «Il colore viola» in un articolo di appoggio al candidato: “Questo Paese è in tale stato che anche se Obama diventa presidente sarà oltre i suoi poteri rimetterlo in sesto". In politica si ha la tendenza a personalizzare e per la comunità afroamericana il dottor King e il senatore Obama sono bandiere. Ma a entrambi sono servite e - semmai - serviranno le energie di coloro a cui volevano e vogliono garantire più diritti.
21 marzo 2008
Ha fallito Reagan, non Bush
Con Bush figlio non solo non si è saputo regolare il sistema del credito, ma si è di fatto incentivata la creazione della bolla speculativa del settore immobiliare. E’ stata pilotata la posticipazione di una crisi già in nuce alla fine degli anni ’90. Lo si è fatto con gli strumenti culturali ed economici ereditati dagli anni ’80, come è ovvio che fosse.
Le crisi portano panico, e il panico genera pulsioni irrazionali; le stesse che colgono gli analisti italiani e mondiali. Ieri il solitamente sobrio Massimo Gaggi ha reagito malamente sulle pagine del “Corriere della Sera” alla crisi di questi giorni, che lui stesso aveva descritto in modo appropriato in altre occasioni. Scrive Gaggi: “Attenzione a non confondere la crisi americana, che ha le sue radici in un'applicazione caricaturale del liberismo da parte di un gruppo dirigente pasticcione e troppo ideologizzato, con un fallimento del modello economico liberale: quelli della presidenza Bush sono stati anni di deterioramento delle capacità amministrative del governo federale e di un'attuazione dogmatica della deregulation che ha fatto saltare norme e controlli necessari per un sano sviluppo dell'economia di mercato”.
L’obiettivo – più che altro di carattere culturale – è quello di salvare il bambino e buttare l’acqua sporca. Il bambino ha le sembianze delle politiche “originali” di Ronald Reagan e l’acqua sporca quelle dell’estremismo di Bush, che avrebbe brandito i testi di Milton Friedman come in Cina si sventolava il libretto rosso. E’ una risposta molto americana: il problema non è nelle coordinate culturali ma nella crisi della leadership. Attraverso nuove personalità - più pragmatiche, flessibili e capaci - si potrebbero rivitalizzare i fondamenti della dottrina allontanando lo spauracchio del dirigismo economico e del protezionismo, apparsi in questa campagna elettorale (in Italia e negli Usa).
Non si può però ridurre Bush a un epifenomeno ideologico e caricaturale del reaganismo. Reagan fu senz’altro assai più pragmatico – come sostiene Gaggi - di George W. Bush, molto più capace di blandire la base e al tempo stesso di stringere accordi con i poteri che contano, quelli che badano ai fatti e meno alla purezza ideologica; producendo – a volte - politiche più accorte.
Reagan aveva però commesso il peccato originale, lo stesso di Augusto che si fa divino. Aveva piantato il seme dell’ideologismo conservatore, che non poteva non crescere nel sistema politico americano. Un dato di fatto facilmente verificabile: nel giro di un trentennio la classe dirigente del partito repubblicano è radicalmente cambiata, passando dalla generazione dei repubblicani “liberal” alla Rockefeller agli estremisti alla Gingrich, perché ha legato le proprie fortune elettorali ai pasdaran del “governo minimo”, i gruppi di pressione anti-tasse (come l’Americans for Tax Reforms) o quelli per la difesa del diritto di proprietà. A questi, in primo luogo, i politici repubblicani devono rispondere per trovare legittimità e consenso.
Quella di Bush è l’élite politica che è nata e cresciuta nel solco rivoluzionario tracciato da Reagan, e grazie a quelle basi culturali ha alimentato la propria forza elettorale, esasperandone ancor di più il carattere quando il nemico da combattere era Bill Clinton: la polarizzazione ideologica del sistema politico è stata garanzia di riproduzione di una “classe dirigente”, come diciamo in Europa. Un’élite nata già sotto il segno di un liberismo onnipotente: quella precedente, che semplicemente non esiste più, sapeva dotarsi del pragmatismo di chi aveva convissuto con quattro decenni di politiche neo-keynesiane, con lo strapotere della coalizione democratica costruita da Roosevelt e i missili di Mosca. Quella di oggi non è in grado di fare questo, è perdente e si affida a un politico - McCain – che di economia nemmeno ci capisce molto. Un salvatore della patria non appare all’orizzonte.
Gaggi presenta, per esempio, il fenomeno dell’esternalizzazione dei servizi legati alla logistica militare - fino ai contractor che svolgono mansioni belliche, come è avvenuto in Iraq - come un tipico esempio di distorsione dei principi liberali; ma questo potrebbe essere inteso come la naturale prosecuzione delle politiche di deregolamentazione e dismissione di attività pubbliche avviate da Reagan negli anni ’80. Che in realtà non era affatto deregolamentazione, ma trasferimento di mansioni pubbliche a un attore privato, il cosiddetto “governo-per-contratto”.
Un Big Government sotto mentite spoglie, nel quale si offusca il confine tra privato e pubblico: un tratto comune a Bush e a Reagan. Fino a quando il pubblico non deve rifarsi carico dell’intera macchina perché il privato fallisce. Questa crisi potrebbe segnare un cambio di rotta: c’è un candidato democratico (americano) capace di utilizzare la salutare richiesta di più stato e più intervento pubblico che viene dall’elettorato? Si potrebbero finalmente attuare politiche di redistribuzione; addirittura le si potrebbe rilegittimare, se esistessero i politici e i think tank capaci di cogliere l’attimo. Se questo avverrà potrebbe aprirsi ovunque una fase nuova, e il tema non sarebbe il protezionismo alla Tremonti.
Ora, per il bene di tutti, bisognerebbe farsi carico del fallimento di un’epoca, con il pragmatismo che giustamente Gaggi rimpiange. Evitando le reazioni di “pancia”, epidermiche, a difesa dell’onore tradito del mercato.
(Mattia Diletti, 19 marzo)
19 marzo 2008
I multi-kulti di Bush: i nuovi consiglieri del principe
L’ebreo di corte in Germania e i cristiani rinnegati dell’impero ottomano svolsero per i loro sovrani servigi impagabili. I centri di potere tradizionali – gilde, corporazioni e signorie – ostacolavano l’avvio del processo di modernizzazione dello stato, la creazione di una burocrazia nazionale e l’affermazione del mercantilismo; mentre Francia e Inghilterra avevano già istituito un sistema nazionale di imposizione fiscale la Germania combatteva contro i residui del feudalesimo. Solo chi era senza titoli, senza legami con la terra e con il passato poteva garantire la fedeltà di cui i principi avevano bisogno nella loro battaglia per la concentrazione del potere. L’ebreo di corte diveniva così elemento attivo a fianco del suo signore nel processo di trasformazione dell’economia e delle istituzioni. Nel 1972 Lewis Coser pubblica su "The American Sociological Review" un breve saggio dal titolo "The Alien As a Servant of Power: Court Jews and Christian Renegades", che appare in realtà un pretesto polemico per parlarci del suo presente. Scrive Coser:
con questi due esempi storici, gli ebrei di corte della Germania del ‘600 e i cristiani rinnegati dell’Impero ottomano all’apice del suo splendore, ho cercato di dimostrare che, ogni qual volta i sovrani intendano rafforzare la loro autonomia e si trovino di fronte a ostacoli posti dal sistema feudale o dalla burocrazia, tendono ad avvalersi dei servizi di gruppi che non hanno radici (alien groups rootless) nel paese che essi governano. Questi gruppi si piegano facilmente agli scopi del sovrano e divengono servitori ideali del potere. Lascio all’immaginazione sociologica del lettore l’evocazione di altri casi, del presente e del passato, in cui questo modello possa tornare utile.
Mentre scriveva Coser pensava a Henry Kissinger. Noi pensiamo a Condoleezza Rice, Alberto Gonzales e ai neoconservatori. All’interventismo di Bush sul piano internazionale si è affiancato quello sul piano interno: in entrambi i casi il modello di governo basato sull’onnipotenza dell’esecutivo e sull’accentramento dei poteri ha prodotto fratture e stravolgimenti, grazie anche a interpreti nuovi e inaspettati. Chi sono i neoconservatori? Chi rappresentano Condoleezza Rice e il nuovo segretario torturatore del Dipartimento di Giustizia Alberto Gonzales? A chi dobbiamo paragonarli? Va compreso se ci troviamo di fronte ai campioni della “Nuova America” di cui parla Huntington nel suo volume Who are we? e alla nascita di una nuova élite repubblicana e conservatrice, oppure se siamo di fronte semplicemente a un nuovo zio Tom, che questa volta si esprime anche in spagnolo.
I neoconservatori hanno appoggiato Bush nell’opera di riorganizzazione dell’universo simbolico e materiale che era stato scosso dagli attentati dell’11 settembre (come fece il brain trust di Roosevelt dopo la crisi del ’29). E allo stesso tempo lo hanno sostenuto affinché sfruttasse le condizioni eccezionali verificatesi allo scopo di mutare rapporti di forza ed equilibri istituzionali: a questo sono servite idee immediatamente spendibili e convincenti, in grado di superare le resistenze di burocrazie, istituzioni o gruppi che godevano di vecchie rendite di potere (tanto nell’arena internazionale che sul piano interno). In questi casi gli intellettuali si rendono utili nel legittimare la ricerca di nuovi equilibri e divengono il migliore degli alleati: regalano idee innovative ma sono sacrificabili se il loro progetto di cambiamento si dimostra destinato al fallimento. Il potere degli alien groups descritti da Coser dipende inoltre dalla volontà del principe di dargli ascolto: egli può fare a meno di loro e non il contrario. Gli intellettuali neoconservatori assomigliano all’ebreo di corte e al cristiano rinnegato: se incolpati dei fallimenti della politica estera e delle riforme dell’amministrazione Bush torneranno nei loro think tank o verranno relegati in posizioni di secondo piano, e in questo caso il paragone storico più adeguato sarà quello con i marxisti revisionisti polacchi che nel 1955 appoggiarono entusiasticamente Gomulka e dopo soli sei mesi si ritrovarono emarginati e isolati.
Alberto Gonzales rappresenta invece un luminoso esempio di consigliere del principe la cui vita è dedicata al proprio sovrano. Gonzales è nato povero, è figlio di immigrati messicani, è considerato un esempio per tutta la comunità latina da cui ogni anno riceve premi e onoreficenze. Gonzales si è sempre occupato per conto di Bush di giustizia e repressione, elementi fondamentali nell’opera di costruzione e rafforzamento di un potere esecutivo onnipotente e incontrollabile. Ai tempi del governatorato texano a Gonzales toccava stabilire quali richieste di grazia provenienti dal braccio della morte dovessero essere accettate, e si può immaginare quali siano stati i risultati. Così come i Bush Gonzales si è arricchito grazie alla Enron. Bush ha incaricato Gonzales di occuparsi delle questioni relative ai prigionieri afgani e iracheni e alla Convenzione di Ginevra. E’ divenuto ministro di Giustizia grazie a un’idea di Karl Rove (il boy genius che guida la macchina politica di Bush). Gonzales è Bush (e viceversa). E lo stesso si potrebbe dire oggi di Condoleezza Rice, che pure ha vissuto e vive anche di luce propria. Probabilmente sono tutti e due un po’ zio Tom e un po’ “nuovi americani”. Incarnano il counter-establishment conservatore che il partito repubblicano ha costruito con fatica in questi trent’anni in opposizione all’egemonia liberal degli anni ’60. Rappresentano una risposta americana ai rischi derivati dall’affermazione del relativismo culturale denunciati da Samuel Huntington:
"L’America era una nazione di persone con gli stessi diritti, che condividevano una cultura sostanzialmente anglo-protestante e rispettavano con convinzione i principi liberal-democratici del credo americano (…). Negli anni ’60 dei movimenti agguerriti cominciarono a mettere in discussione la rilevanza, la sostanza e la desiderabilità di questo concetto dell’America (…). Invitarono gli immigrati a mantenere la cultura del paese d’origine, garantirono loro dei privilegi legali negati agli stessi americani, e denunciarono l’idea dell’americanizzazione in quanto non-americana. Propugnarono la riscrittura dei libri di storia, in modo da fare riferimento ai “popoli” degli Stati Uniti, anziché al popolo unitario di cui parla la Costituzione (…). Rivendicarono il primato giuridico dei diritti e delle preferenze razziali dei diversi gruppi, sui diritti individuali posti al centro del credo americano".
Le preoccupazioni di Huntington e di altri riguardano non solo il rafforzamento di identità sub-nazionali all’interno degli Stati Uniti, a danno dell’integrità dell’identità americana, ma anche il predominio di nuove élite bianche che incarnano questa trasformazione della cultura politica e giuridica. Sembrava allora formarsi un unico fronte tra alcune élite politiche, intellettuali e istituzionali e i leader dei gruppi sub-nazionali di cui venivano promossi gli interessi. Inoltre i burocrati, i giudici e gli educatori svolgevano un ruolo fondamentale in questo disegno di “decostruzione” dell’identità nazionale. Gonzales+Rice+Bush rappresenta invece la riproposizione del vecchio modello di assimilazione al “credo americano”.
Sono stati per primi i neoconservatori a concentrare la loro analisi sugli attori sociali e politici fautori della rivoluzione culturale degli anni ’60, indagando sul ruolo dell’intellighenzia americana, definita "The New Class" (riprendendo, ironicamente, il titolo dell’opera più celebre di Milovan Gilas) o anche "The Knowledge Class" (Bell, 1981). La loro egemonia viene correlata all’espansione delle politiche di welfare e di intervento pubblico (che ne moltiplicava la presenza all’interno degli apparati burocratici e statali); il loro successo presso un’audience sempre più ampia alle trasformazioni socioculturali del paese; le loro capacità di influenzare le decisioni politiche alla loro abilità sul terreno della manipolazione simbolica. Si stabilisce chiaramente una correlazione tra interventismo statale e preminenza della cultura liberal (Lipset, 1981).
Data questa impostazione analitica, la battaglia politico-culturale dei neoconservatori e dei repubblicani si sposta su due fronti: la delegittimazione delle politiche di intervento pubblico e di welfare, e la costituzione di un counter-establishment conservatore in grado di competere con gli amministratori e gli specialisti di politiche pubbliche di orientamento liberal. Per i neoconservatori non si tratta semplicemente di costituire un nucleo di esperti e intellettuali attraverso i quali controbilanciare l’influenza della cultura progressista, ma è in gioco la salvezza stessa delle istituzioni e del sistema politico. Scrive Rita di Leo:
Nella versione dell’intellettuale conservatore la difesa del primato anglo-puritano è un grido di dolore. Nella versione della Casa Bianca è un programma ben preciso con obiettivi di medio e lungo termine. Il focus del programma è far tornare l’individuo solo e unico responsabile di se stesso all’interno delle varie comunità del suo spazio esistenziale: la fede religiosa, l’istruzione, il lavoro, la famiglia, la casa, le malattie, i consumi, il tempo libero, la vecchiaia. Questa è la proposta del vice presidente Dick Cheney: “Uno dei più grandi obiettivi della nostra amministrazione è aiutare più americani a trovare le opportunità di possedere una casa, di avere un piccolo business, un proprio piano sanitario e pensionistico. In tutte queste aeree la proprietà è la via per maggiori opportunità, maggiori libertà e più controllo sulla propria vita, e questo è un traguardo degno di una grande nazione. Tutti hanno il diritto di avere la chance di vivere il sogno americano, di farsi propri risparmi, aspirare alla ricchezza, avere un proprio gruzzolo per la pensione che nessuno ti possa portare via” (…) In agenda c’è un programma politico che usa la proprietà individuale come la scelta vincente per l’integrazione “dell’altra America” nella vecchia ("Gli Stati Uniti e la Casa Bianca di Bush")
Chi meglio di Condoleezza Rice e Alberto Gonzales potevano impersonare il ritorno ai vecchi valori americani? Le loro biografie servono a mostrare che in fondo le battaglie per i diritti civili hanno lasciato il segno anche nella cultura politica repubblicana, ma anche che si è scongiurata l’opera di decostruzione dell’identità nazionale avviata negli anni ’60. Nella loro ascesa l’opportunismo politico di Karl Rove e George Bush si fonde con l’ostinazione degli americani che hanno saputo vincere le avversità della vita. Chi può sapere meglio di un repubblicano del Texas come si tratta con gli ispanici?
Le menti più avvedute del partito repubblicano, a partire da William Simon (ministro dell’economia durante la presidenza Nixon), gli intellettuali genuinamente conservatori come Daniel Bell e Samuel Huntington e i neoconservatori come Jeanne Kirkpatrick e Irving Kristol si sono preoccupati del problema delle élite, della formazione del personale politico e della creazione di cultura politica. Gli ex-trotzkysti che hanno dato vita al movimento neoconservatore sono culturalmente ancora troppo legati e influenzati dalle loro radici europee, i loro figli sono finalmente espressione di una nuova cultura conservatrice veramente americana. Norman Podhoretz conosceva e frequentava Hannah Arendt, convertendosi al neoconservatorismo strada facendo; suo figlio John scrive sul New York Post ed è un americano impregnato al 100% di neo-populismo repubblicano fin dall’adolescenza.
Una nuova élite culturale conservatrice americana che doveva e deve rispondere alla crisi di una società malata di cosmopolitismo: dopo la defezione dei liberal dal fronte anglo-protestante è stata in grado di incontrare sulla sua strada parte di quelle élite espressione delle minoranze assimilate alla moralità dei coloni, secondo il modello che aveva funzionato per 300 anni.
In "Democrazia senza libertà" il rimpianto per il nobile paternalismo dei wasp giunge da Fareed Zakaria, un americano di origine indiana: l’ennesima prova del successo di Karl Rove, George Bush e dei neoconservatori nel opera di repackaging (secondo una felice espressione di Fabrizio Tonello) e di marketing dei valori tradizionali americani, ancora una volta (come all’epoca del Grande Risveglio) veicolati attraverso la religione. La crociata per la riamericanizzazione continua.
(Mattia Diletti - da "Posse", novembre 2005)18 marzo 2008
Obama su divisioni razziali e unità del Paese
Remarks of Senator Barack Obama
Constitution Center
Tuesday, March 18th, 2008
Philadelphia, Pennsylvania
“We the people, in order to form a more perfect union.”
Two hundred and twenty one years ago, in a hall that still stands across the street, a group of men gathered and, with these simple words, launched America’s improbable experiment in democracy. Farmers and scholars; statesmen and patriots who had traveled across an ocean to escape tyranny and persecution finally made real their declaration of independence at a Philadelphia convention that lasted through the spring of 1787.
The document they produced was eventually signed but ultimately unfinished. It was stained by this nation’s original sin of slavery, a question that divided the colonies and brought the convention to a stalemate until the founders chose to allow the slave trade to continue for at least twenty more years, and to leave any final resolution to future generations.
Of course, the answer to the slavery question was already embedded within our Constitution – a Constitution that had at is very core the ideal of equal citizenship under the law; a Constitution that promised its people liberty, and justice, and a union that could be and should be perfected over time.
And yet words on a parchment would not be enough to deliver slaves from bondage, or provide men and women of every color and creed their full rights and obligations as citizens of the United States. What would be needed were Americans in successive generations who were willing to do their part – through protests and struggle, on the streets and in the courts, through a civil war and civil disobedience and always at great risk - to narrow that gap between the promise of our ideals and the reality of their time.
This was one of the tasks we set forth at the beginning of this campaign – to continue the long march of those who came before us, a march for a more just, more equal, more free, more caring and more prosperous America. I chose to run for the presidency at this moment in history because I believe deeply that we cannot solve the challenges of our time unless we solve them together – unless we perfect our union by understanding that we may have different stories, but we hold common hopes; that we may not look the same and we may not have come from the same place, but we all want to move in the same direction – towards a better future for of children and our grandchildren.
This belief comes from my unyielding faith in the decency and generosity of the American people. But it also comes from my own American story.
I am the son of a black man from Kenya and a white woman from Kansas. I was raised with the help of a white grandfather who survived a Depression to serve in Patton’s Army during World War II and a white grandmother who worked on a bomber assembly line at Fort Leavenworth while he was overseas. I’ve gone to some of the best schools in America and lived in one of the world’s poorest nations. I am married to a black American who carries within her the blood of slaves and slaveowners – an inheritance we pass on to our two precious daughters. I have brothers, sisters, nieces, nephews, uncles and cousins, of every race and every hue, scattered across three continents, and for as long as I live, I will never forget that in no other country on Earth is my story even possible.
It’s a story that hasn’t made me the most conventional candidate. But it is a story that has seared into my genetic makeup the idea that this nation is more than the sum of its parts – that out of many, we are truly one.
Throughout the first year of this campaign, against all predictions to the contrary, we saw how hungry the American people were for this message of unity. Despite the temptation to view my candidacy through a purely racial lens, we won commanding victories in states with some of the whitest populations in the country. In South Carolina, where the Confederate Flag still flies, we built a powerful coalition of African Americans and white Americans.
This is not to say that race has not been an issue in the campaign. At various stages in the campaign, some commentators have deemed me either “too black” or “not black enough.” We saw racial tensions bubble to the surface during the week before the South Carolina primary. The press has scoured every exit poll for the latest evidence of racial polarization, not just in terms of white and black, but black and brown as well.
And yet, it has only been in the last couple of weeks that the discussion of race in this campaign has taken a particularly divisive turn.
On one end of the spectrum, we’ve heard the implication that my candidacy is somehow an exercise in affirmative action; that it’s based solely on the desire of wide-eyed liberals to purchase racial reconciliation on the cheap. On the other end, we’ve heard my former pastor, Reverend Jeremiah Wright, use incendiary language to express views that have the potential not only to widen the racial divide, but views that denigrate both the greatness and the goodness of our nation; that rightly offend white and black alike.
I have already condemned, in unequivocal terms, the statements of Reverend Wright that have caused such controversy. For some, nagging questions remain. Did I know him to be an occasionally fierce critic of American domestic and foreign policy? Of course. Did I ever hear him make remarks that could be considered controversial while I sat in church? Yes. Did I strongly disagree with many of his political views? Absolutely – just as I’m sure many of you have heard remarks from your pastors, priests, or rabbis with which you strongly disagreed.
But the remarks that have caused this recent firestorm weren’t simply controversial. They weren’t simply a religious leader’s effort to speak out against perceived injustice. Instead, they expressed a profoundly distorted view of this country – a view that sees white racism as endemic, and that elevates what is wrong with America above all that we know is right with America; a view that sees the conflicts in the Middle East as rooted primarily in the actions of stalwart allies like Israel, instead of emanating from the perverse and hateful ideologies of radical Islam.
As such, Reverend Wright’s comments were not only wrong but divisive, divisive at a time when we need unity; racially charged at a time when we need to come together to solve a set of monumental problems – two wars, a terrorist threat, a falling economy, a chronic health care crisis and potentially devastating climate change; problems that are neither black or white or Latino or Asian, but rather problems that confront us all.
Given my background, my politics, and my professed values and ideals, there will no doubt be those for whom my statements of condemnation are not enough. Why associate myself with Reverend Wright in the first place, they may ask? Why not join another church? And I confess that if all that I knew of Reverend Wright were the snippets of those sermons that have run in an endless loop on the television and You Tube, or if Trinity United Church of Christ conformed to the caricatures being peddled by some commentators, there is no doubt that I would react in much the same way
But the truth is, that isn’t all that I know of the man. The man I met more than twenty years ago is a man who helped introduce me to my Christian faith, a man who spoke to me about our obligations to love one another; to care for the sick and lift up the poor. He is a man who served his country as a U.S. Marine; who has studied and lectured at some of the finest universities and seminaries in the country, and who for over thirty years led a church that serves the community by doing God’s work here on Earth – by housing the homeless, ministering to the needy, providing day care services and scholarships and prison ministries, and reaching out to those suffering from HIV/AIDS.
In my first book, Dreams From My Father, I described the experience of my first service at Trinity:
“People began to shout, to rise from their seats and clap and cry out, a forceful wind carrying the reverend’s voice up into the rafters….And in that single note – hope! – I heard something else; at the foot of that cross, inside the thousands of churches across the city, I imagined the stories of ordinary black people merging with the stories of David and Goliath, Moses and Pharaoh, the Christians in the lion’s den, Ezekiel’s field of dry bones. Those stories – of survival, and freedom, and hope – became our story, my story; the blood that had spilled was our blood, the tears our tears; until this black church, on this bright day, seemed once more a vessel carrying the story of a people into future generations and into a larger world. Our trials and triumphs became at once unique and universal, black and more than black; in chronicling our journey, the stories and songs gave us a means to reclaim memories that we didn’t need to feel shame about…memories that all people might study and cherish – and with which we could start to rebuild.”
That has been my experience at Trinity. Like other predominantly black churches across the country, Trinity embodies the black community in its entirety – the doctor and the welfare mom, the model student and the former gang-banger. Like other black churches, Trinity’s services are full of raucous laughter and sometimes bawdy humor. They are full of dancing, clapping, screaming and shouting that may seem jarring to the untrained ear. The church contains in full the kindness and cruelty, the fierce intelligence and the shocking ignorance, the struggles and successes, the love and yes, the bitterness and bias that make up the black experience in America.
And this helps explain, perhaps, my relationship with Reverend Wright. As imperfect as he may be, he has been like family to me. He strengthened my faith, officiated my wedding, and baptized my children. Not once in my conversations with him have I heard him talk about any ethnic group in derogatory terms, or treat whites with whom he interacted with anything but courtesy and respect. He contains within him the contradictions – the good and the bad – of the community that he has served diligently for so many years.
I can no more disown him than I can disown the black community. I can no more disown him than I can my white grandmother – a woman who helped raise me, a woman who sacrificed again and again for me, a woman who loves me as much as she loves anything in this world, but a woman who once confessed her fear of black men who passed by her on the street, and who on more than one occasion has uttered racial or ethnic stereotypes that made me cringe.
These people are a part of me. And they are a part of America, this country that I love.
Some will see this as an attempt to justify or excuse comments that are simply inexcusable. I can assure you it is not. I suppose the politically safe thing would be to move on from this episode and just hope that it fades into the woodwork. We can dismiss Reverend Wright as a crank or a demagogue, just as some have dismissed Geraldine Ferraro, in the aftermath of her recent statements, as harboring some deep-seated racial bias.
But race is an issue that I believe this nation cannot afford to ignore right now. We would be making the same mistake that Reverend Wright made in his offending sermons about America – to simplify and stereotype and amplify the negative to the point that it distorts reality.
The fact is that the comments that have been made and the issues that have surfaced over the last few weeks reflect the complexities of race in this country that we’ve never really worked through – a part of our union that we have yet to perfect. And if we walk away now, if we simply retreat into our respective corners, we will never be able to come together and solve challenges like health care, or education, or the need to find good jobs for every American.
Understanding this reality requires a reminder of how we arrived at this point. As William Faulkner once wrote, “The past isn’t dead and buried. In fact, it isn’t even past.” We do not need to recite here the history of racial injustice in this country. But we do need to remind ourselves that so many of the disparities that exist in the African-American community today can be directly traced to inequalities passed on from an earlier generation that suffered under the brutal legacy of slavery and Jim Crow.
Segregated schools were, and are, inferior schools; we still haven’t fixed them, fifty years after Brown v. Board of Education, and the inferior education they provided, then and now, helps explain the pervasive achievement gap between today’s black and white students.
Legalized discrimination - where blacks were prevented, often through violence, from owning property, or loans were not granted to African-American business owners, or black homeowners could not access FHA mortgages, or blacks were excluded from unions, or the police force, or fire departments – meant that black families could not amass any meaningful wealth to bequeath to future generations. That history helps explain the wealth and income gap between black and white, and the concentrated pockets of poverty that persists in so many of today’s urban and rural communities.
A lack of economic opportunity among black men, and the shame and frustration that came from not being able to provide for one’s family, contributed to the erosion of black families – a problem that welfare policies for many years may have worsened. And the lack of basic services in so many urban black neighborhoods – parks for kids to play in, police walking the beat, regular garbage pick-up and building code enforcement – all helped create a cycle of violence, blight and neglect that continue to haunt us.
This is the reality in which Reverend Wright and other African-Americans of his generation grew up. They came of age in the late fifties and early sixties, a time when segregation was still the law of the land and opportunity was systematically constricted. What’s remarkable is not how many failed in the face of discrimination, but rather how many men and women overcame the odds; how many were able to make a way out of no way for those like me who would come after them.
But for all those who scratched and clawed their way to get a piece of the American Dream, there were many who didn’t make it – those who were ultimately defeated, in one way or another, by discrimination. That legacy of defeat was passed on to future generations – those young men and increasingly young women who we see standing on street corners or languishing in our prisons, without hope or prospects for the future. Even for those blacks who did make it, questions of race, and racism, continue to define their worldview in fundamental ways. For the men and women of Reverend Wright’s generation, the memories of humiliation and doubt and fear have not gone away; nor has the anger and the bitterness of those years. That anger may not get expressed in public, in front of white co-workers or white friends. But it does find voice in the barbershop or around the kitchen table. At times, that anger is exploited by politicians, to gin up votes along racial lines, or to make up for a politician’s own failings.
And occasionally it finds voice in the church on Sunday morning, in the pulpit and in the pews. The fact that so many people are surprised to hear that anger in some of Reverend Wright’s sermons simply reminds us of the old truism that the most segregated hour in American life occurs on Sunday morning. That anger is not always productive; indeed, all too often it distracts attention from solving real problems; it keeps us from squarely facing our own complicity in our condition, and prevents the African-American community from forging the alliances it needs to bring about real change. But the anger is real; it is powerful; and to simply wish it away, to condemn it without understanding its roots, only serves to widen the chasm of misunderstanding that exists between the races.
In fact, a similar anger exists within segments of the white community. Most working- and middle-class white Americans don’t feel that they have been particularly privileged by their race. Their experience is the immigrant experience – as far as they’re concerned, no one’s handed them anything, they’ve built it from scratch. They’ve worked hard all their lives, many times only to see their jobs shipped overseas or their pension dumped after a lifetime of labor. They are anxious about their futures, and feel their dreams slipping away; in an era of stagnant wages and global competition, opportunity comes to be seen as a zero sum game, in which your dreams come at my expense. So when they are told to bus their children to a school across town; when they hear that an African American is getting an advantage in landing a good job or a spot in a good college because of an injustice that they themselves never committed; when they’re told that their fears about crime in urban neighborhoods are somehow prejudiced, resentment builds over time.
Like the anger within the black community, these resentments aren’t always expressed in polite company. But they have helped shape the political landscape for at least a generation. Anger over welfare and affirmative action helped forge the Reagan Coalition. Politicians routinely exploited fears of crime for their own electoral ends. Talk show hosts and conservative commentators built entire careers unmasking bogus claims of racism while dismissing legitimate discussions of racial injustice and inequality as mere political correctness or reverse racism.
Just as black anger often proved counterproductive, so have these white resentments distracted attention from the real culprits of the middle class squeeze – a corporate culture rife with inside dealing, questionable accounting practices, and short-term greed; a Washington dominated by lobbyists and special interests; economic policies that favor the few over the many. And yet, to wish away the resentments of white Americans, to label them as misguided or even racist, without recognizing they are grounded in legitimate concerns – this too widens the racial divide, and blocks the path to understanding.
This is where we are right now. It’s a racial stalemate we’ve been stuck in for years. Contrary to the claims of some of my critics, black and white, I have never been so naïve as to believe that we can get beyond our racial divisions in a single election cycle, or with a single candidacy – particularly a candidacy as imperfect as my own.
But I have asserted a firm conviction – a conviction rooted in my faith in God and my faith in the American people – that working together we can move beyond some of our old racial wounds, and that in fact we have no choice is we are to continue on the path of a more perfect union.
For the African-American community, that path means embracing the burdens of our past without becoming victims of our past. It means continuing to insist on a full measure of justice in every aspect of American life. But it also means binding our particular grievances – for better health care, and better schools, and better jobs - to the larger aspirations of all Americans -- the white woman struggling to break the glass ceiling, the white man whose been laid off, the immigrant trying to feed his family. And it means taking full responsibility for own lives – by demanding more from our fathers, and spending more time with our children, and reading to them, and teaching them that while they may face challenges and discrimination in their own lives, they must never succumb to despair or cynicism; they must always believe that they can write their own destiny.
Ironically, this quintessentially American – and yes, conservative – notion of self-help found frequent expression in Reverend Wright’s sermons. But what my former pastor too often failed to understand is that embarking on a program of self-help also requires a belief that society can change.
The profound mistake of Reverend Wright’s sermons is not that he spoke about racism in our society. It’s that he spoke as if our society was static; as if no progress has been made; as if this country – a country that has made it possible for one of his own members to run for the highest office in the land and build a coalition of white and black; Latino and Asian, rich and poor, young and old -- is still irrevocably bound to a tragic past. But what we know -- what we have seen – is that America can change. That is true genius of this nation. What we have already achieved gives us hope – the audacity to hope – for what we can and must achieve tomorrow.
In the white community, the path to a more perfect union means acknowledging that what ails the African-American community does not just exist in the minds of black people; that the legacy of discrimination - and current incidents of discrimination, while less overt than in the past - are real and must be addressed. Not just with words, but with deeds – by investing in our schools and our communities; by enforcing our civil rights laws and ensuring fairness in our criminal justice system; by providing this generation with ladders of opportunity that were unavailable for previous generations. It requires all Americans to realize that your dreams do not have to come at the expense of my dreams; that investing in the health, welfare, and education of black and brown and white children will ultimately help all of America prosper.
In the end, then, what is called for is nothing more, and nothing less, than what all the world’s great religions demand – that we do unto others as we would have them do unto us. Let us be our brother’s keeper, Scripture tells us. Let us be our sister’s keeper. Let us find that common stake we all have in one another, and let our politics reflect that spirit as well.
For we have a choice in this country. We can accept a politics that breeds division, and conflict, and cynicism. We can tackle race only as spectacle – as we did in the OJ trial – or in the wake of tragedy, as we did in the aftermath of Katrina - or as fodder for the nightly news. We can play Reverend Wright’s sermons on every channel, every day and talk about them from now until the election, and make the only question in this campaign whether or not the American people think that I somehow believe or sympathize with his most offensive words. We can pounce on some gaffe by a Hillary supporter as evidence that she’s playing the race card, or we can speculate on whether white men will all flock to John McCain in the general election regardless of his policies.
We can do that.
But if we do, I can tell you that in the next election, we’ll be talking about some other distraction. And then another one. And then another one. And nothing will change.
That is one option. Or, at this moment, in this election, we can come together and say, “Not this time.” This time we want to talk about the crumbling schools that are stealing the future of black children and white children and Asian children and Hispanic children and Native American children. This time we want to reject the cynicism that tells us that these kids can’t learn; that those kids who don’t look like us are somebody else’s problem. The children of America are not those kids, they are our kids, and we will not let them fall behind in a 21st century economy. Not this time.
This time we want to talk about how the lines in the Emergency Room are filled with whites and blacks and Hispanics who do not have health care; who don’t have the power on their own to overcome the special interests in Washington, but who can take them on if we do it together.
This time we want to talk about the shuttered mills that once provided a decent life for men and women of every race, and the homes for sale that once belonged to Americans from every religion, every region, every walk of life. This time we want to talk about the fact that the real problem is not that someone who doesn’t look like you might take your job; it’s that the corporation you work for will ship it overseas for nothing more than a profit.
This time we want to talk about the men and women of every color and creed who serve together, and fight together, and bleed together under the same proud flag. We want to talk about how to bring them home from a war that never should’ve been authorized and never should’ve been waged, and we want to talk about how we’ll show our patriotism by caring for them, and their families, and giving them the benefits they have earned.
I would not be running for President if I didn’t believe with all my heart that this is what the vast majority of Americans want for this country. This union may never be perfect, but generation after generation has shown that it can always be perfected. And today, whenever I find myself feeling doubtful or cynical about this possibility, what gives me the most hope is the next generation – the young people whose attitudes and beliefs and openness to change have already made history in this election.
There is one story in particularly that I’d like to leave you with today – a story I told when I had the great honor of speaking on Dr. King’s birthday at his home church, Ebenezer Baptist, in Atlanta.
There is a young, twenty-three year old white woman named Ashley Baia who organized for our campaign in Florence, South Carolina. She had been working to organize a mostly African-American community since the beginning of this campaign, and one day she was at a roundtable discussion where everyone went around telling their story and why they were there.
And Ashley said that when she was nine years old, her mother got cancer. And because she had to miss days of work, she was let go and lost her health care. They had to file for bankruptcy, and that’s when Ashley decided that she had to do something to help her mom.
She knew that food was one of their most expensive costs, and so Ashley convinced her mother that what she really liked and really wanted to eat more than anything else was mustard and relish sandwiches. Because that was the cheapest way to eat.
She did this for a year until her mom got better, and she told everyone at the roundtable that the reason she joined our campaign was so that she could help the millions of other children in the country who want and need to help their parents too.
Now Ashley might have made a different choice. Perhaps somebody told her along the way that the source of her mother’s problems were blacks who were on welfare and too lazy to work, or Hispanics who were coming into the country illegally. But she didn’t. She sought out allies in her fight against injustice.
Anyway, Ashley finishes her story and then goes around the room and asks everyone else why they’re supporting the campaign. They all have different stories and reasons. Many bring up a specific issue. And finally they come to this elderly black man who’s been sitting there quietly the entire time. And Ashley asks him why he’s there. And he does not bring up a specific issue. He does not say health care or the economy. He does not say education or the war. He does not say that he was there because of Barack Obama. He simply says to everyone in the room, “I am here because of Ashley.”
“I’m here because of Ashley.” By itself, that single moment of recognition between that young white girl and that old black man is not enough. It is not enough to give health care to the sick, or jobs to the jobless, or education to our children.
But it is where we start. It is where our union grows stronger. And as so many generations have come to realize over the course of the two-hundred and twenty one years since a band of patriots signed that document in Philadelphia, that is where the perfection begins.
La forza dei democratici, le strategie e i danni del triangolo
Sono passati quasi tre mesi dal voto in Iowa, quando Obama spiazzò l'establishement del partito e i commentatori e Clinton arrivò terza. Da allora i senatori duellanti hanno raccolto più soldi che mai per le loro campagne e, con molte primarie ancora da fare, sono i candidati più votati della storia avendo superato entrambi i 12 milioni di consensi - Bush è terzo con 10 milioni, ma dominò le primarie nel 2000. Alla corsa democratica hanno partecipato più giovani, più donne, più latinos, più afroamericani che non nel 2004. Ci sono Stati in cui il voto di una di queste categorie, o quella degli indipendenti - ci si registra al voto dichiarando le proprie preferenze politiche - può far vincere sia la presidenza che seggi al Congresso. Quel che più fa sorridere il partito riorganizzato da Howard Dean è che la tendenza a raccogliere più voti tra giovani, neri, donne e ispanici sembra essere consolidata: tra presidenziali del 2004 ed elezioni di medio termine del 2006 il voto delle donne è salito del 4%, quello dei giovani del 5, dei latinos del 14. Consolidando la propria presa e l'alta partecipazione su questi segmenti e mantenendo il proprio elettorato tradizionale, i democratici possono sperare di fare grandi cose a novembre.
Il fatto che tra gli elettori democratici ci siano anche più persone con un reddito superiore a 100mila dollari ha fatto dire a diversi osservatori che è la composizione sociale della coalizione democratica che sta cambiando: il voto dei maschi bianchi sindacalizzati sarebbe a rischio. Specie contro uno come McCain, che è un outsider nel suo partito, ha forti credenziali in materia di sicurezza e politica estera ed è un maschio bianco che parla schietto. L'osservazione è giusta se si guarda ai redditi e alla categoria sociale solo mentre si osservano i bianchi. Afroamericani e latinos sono lavoratori e disoccupati e non votano solo o necessariamente in base al colore della loro pelle.
La faccenda che toglie il sonno all'establishement del partito è il rebus su come risolvere la battaglia tra Obama e Clinton per la nomination. Tutto sembra far pensare che lo scontro si concluderà alla convention di Denver ad agosto. Un'ipotesi che l'ex governatore di New York Mario Cuomo ha definito «rovinosa». Se si arrivasse davvero all'estate avremmo altri mesi di colpi bassi e fango. Altre allusioni al «candidato nero» come quelle di Bill Clinton o Geraldine Ferraro potrebbero far crollare la partecipazione afroamericana nel caso Hillary venisse nominata alla convention grazie al voto dei 795 superdelegati - 350 dei quali non è ancora schierato. Questo potrebbe far perdere Stati come la Virginia che nel 2004 hanno votato per Bush dove i democratici sperano di farcela. Clinton può sostenere una tesi simile a suo favore parlando della necessità di ripetere le primarie in Florida, per non umiliare uno Stato a rischio - il voto di quest'anno è stato invalidato perché tenuto troppo presto, contro le regole del partito.
La scelta dei superdelegati verrà anche a partire da considerazioni come queste e le due campagne stanno facendo di tutto per trovare argomenti a loro favore. Obama è in vantaggio per numero di voti (anche tenendo conto di Florida e Michigan), per numero di Stati e, quel che conta, per numero di delegati. Clinton ha vinto in più Stati grandi e raccoglie i consensi dell'elettorato democratico tradizionale.
E allora conta più l'Ohio o la Virginia? Il tentativo di conquistare qualche Stato del Sud come teorizza Obama o la necessità di consolidare quello che c'è? La prima ipotesi è una scommessa sul futuro, la seconda è quella sulla quale si giocano le presidenziali da decenni. E su chi si può contare per costruire una solida maggioranza? I giovani e i latinos o la base in crisi di identità degli Stati industriali? I democratici hanno una grande opportunità di mettere tutti assieme inventando un'ipotesi per il futuro americano che faccia uscire il Paese dalle secche politiche ed economiche in cui l'ha portato la maggioranza conservatrice che domina la scena politica dal 1968. Obama, con i suoi appelli al cambiamento e l'ossessivo richiamo alla partecipazione dal basso è sicuramente messo meglio per incarnare il domani. Clinton avrebbe bisogno del sostegno del senatore dell'Illinois e di prendere le distanze dagli anni del marito (che le portano i voti dell'elettorato tradizionale). Come che vada i democratici devono sbrigarsi a trovare una faccia che li rappresenti. I repubblicani, con la loro guerra e i loro tagli alle tasse per i ricchi guardano al passato. Ma McCain ha il tempo dalla sua per provare a raccogliere i voti dei bianchi democratici spaventati dal futuro. Quelli che mai e poi mai voterebbero per il negro e la puttana.
(Martino Mazzonis)
17 marzo 2008
Era il partito, bellezza.. La crisi della coalizione conservatrice
Di Nixon molti conservatori parlano male, e non a causa del Watergate: feroce a parole contro i liberal, avrebbe avuto la colpa di perpetuare le politiche stataliste e assistenziali ereditate dai democratici. In realtà Nixon, un politico tanto abile quanto ossessionato e paranoico, aveva un obbiettivo: costruire una coalizione conservatrice che prendesse il posto di quella democratica e aprisse un ciclo repubblicano, come non avveniva dalla Grande Depressione. Per questo servivano le idee - le fornirono i think tank fondati negli anni '70 per costruire egemonia culturale - e una base elettorale nuova. I think tank potevano garantire che i "quadri" repubblicani elaborassero il pensiero conservatore, preparando il terreno per la prossima battaglia politica; la base elettorale doveva essere costruita attorno a una coalizione di gruppi sociali nuovi che avrebbero dovuto identificarsi con il partito repubblicano.
Anzi, essi dovevano divenire l'asse costituente del partito: i religiosi - gli evangelici, che per la prima volta subivano un inquadramento politico su così larga scala - e quelli anti-tasse, la classe media che negli anni '70 sentiva cadere sulle proprie spalle la crisi economica. La grande ondata di vittorie elettorali conservatrici del dopo Watergate prende avvio proprio da un referendum anti-tasse - il Proposition 13 - che si tenne in California nel 1978. Quasi tutto l'establishment politico dello stato si schierò contro il referendum, che ottenne invece il 65% dei consensi: era l'inizio di un'ondata populista di destra a guida della quale si pose Ronald Reagan negli Stati Uniti.
Il partito repubblicano rappresentava una classe imprenditoriale arrembante e cannibale che si rafforzava soprattutto nel sud e nell'ovest del paese; al tempo stesso era divenuto il partito della Bibbia, degli evangelici e dell'incarnazione della nuova missione civilizzatrice degli Stati Uniti, il Bene assoluto contro il Male assoluto, l'Unione sovietica. Una grande narrazione collettiva che sostituiva l'ammaccato progressismo americano: a Washington un centro ideologico, capace di controllare la macchina federale tramite il presidente e di disciplinare il messaggio del partito e dei suoi eletti; nella periferia gruppi di interesse alleati in modo (quasi) definitivo con i nuovi conservatori alla Reagan o alla Newt Gingrich, il grande oppositore di Clinton negli anni ‘90. Il sogno di Gingrich, e poi di Rove, era quello di rendere la coalizione reaganiana permanente attraverso il mezzo del partito, uno strumento che in America era stato considerato morto e sepolto.
In un paese dove si vota poco e si vince con scarti anche minimi come gli Usa, conta mobilitare uno zoccolo duro che trascina tutti gli altri, e su questo Rove aveva costruito la fortuna dei repubblicani e aveva contribuito ulteriormente alla polarizzazione ideologica dell'elettorato. Una struttura che potrebbe persino reggere l'urto di Obama o di Clinton, ma che non sembra in grado di reagire ai problemi americani dell'oggi. Incredibile a dirsi solo tre anni fa, quando una nuova era conservatrice sembrava emergere dalle statistiche elettorali e demografiche. Oggi, queste sembrano favorire i democratici, anche se un nuovo paradigma culturale e politico è ben lungi dall'affermarsi. Aspettando di vedere come andrà a finire, godiamoci il corto circuito della coalizione conservatrice.
(Mattia Diletti)
07 marzo 2008
Storie democratiche
Da leftinalabama.com parte una disamina feroce della strategia del Democratic Leadership Council (il DLC), la quinta colonna di Hillary Clinton nel partito democratico, firmata dal blogger locale mooncat. Nell’atto d’accusa di mooncat (che, a dispetto del nome, in questa storia ha un ruolo assai più importante di quanto si possa pensare) troverete la sintesi della battaglia politico/culturale oggi combattuta all’interno del partito democratico americano.
FARE I REPUBBLICANI: DLC VS NETROOTS
La coalizione conservatrice è al limite del tracollo, e le attuali gravissime difficoltà dell’amministrazione Bush potrebbero essere il segnale di una crisi dell’intero movimento conservatore, diviso per la prima volta da parecchio tempo a questa parte, alle prese con una pletora di candidati alle primarie che stentano a emergere e privo di un leader, un “king maker” capace di tenere insieme le diverse componenti del movimento e il suo establishment. “Is America turning left?”, si è domandato The Economist all’inizio di agosto. E’ la crisi di un presidente o una crisi di egemonia?
Per i democratici il problema è chiaro: per tornare non solo a vincere un’elezione presidenziale, ma soprattutto a influenzare le coordinate politico/culturali del paese, bisogna comportarsi come i repubblicani in questo passato prossimo. Ironia della sorte, quarant’anni fa e a parti invertite, questi ultimi pensavano si dovesse guardare all’avversario e alla sinistra, persino quella europea, per capire come riuscire a vincere di nuovo. “Fare come i repubblicani”, però, vuol dire cose diverse a seconda di come ci si colloca all’interno del partito democratico: per il DLC significa essere anche un po’ conservatore (o, come è uso sostenere, restare nell’ “American mainstream”), e cioè avere posizioni più moderate allo scopo di sottrarre all’avversario gli elettori di centro (la chimera di ogni sistema bipartitico). Per altri significa combattere una guerra culturale permanente per ricostruire la base del partito democratico e riconquistare il controllo dell’agenda politica, come fecero i repubblicani attraverso i loro formidabili apparati culturali, ossia i think tank, le riviste, gli “esperti” d’assalto che hanno invaso radio e tv.
Le infrastrutture culturali furono inventate di sana pianta negli anni ’70 a sostegno della spettacolare mobilitazione dei militanti della destra cristiana, dei gruppi contro le tasse, dei difensori del diritto al possesso delle armi, dei quali Reagan divenne terminale istituzionale. Ma imporre un paradigma culturale è una cosa complicata, che non si improvvisa: intanto bisogna averne uno, fare in modo che sia vincente prima di tutto nel proprio campo, avere il tempo di affermarlo e farlo emergere nel dibattito generale, organizzare gruppi che lo sostengano con denaro, costanza e dedizione, e infine avere la fortuna di trovarsi di fronte a quei casi della storia che permettono l’eclissarsi dell’universo valoriale del proprio contendente (come accadde durante la crisi economica e sociale degli ’70 che decretò la fine del neo-keynesismo).
Il corrispettivo democratico del “movimento dei movimenti” conservatore è oggi rappresentato dalle centinaia di migliaia di mooncat attivi in rete. Il web gioca un ruolo importantissimo, in una misura forse non immediatamente comprensibile al pubblico italiano. E nella rete il punto di snodo dell’organizzazione democratica sono i blog: piazze virtuali di un paese nelle cui città la piazza non è mai stata prevista da alcun piano regolatore. Nelle primarie democratiche del 2004, Howard Dean è stato il primo a puntare su questo “sommerso” della partecipazione, promuovendo una campagna dai toni populisti direttamente rivolta all’uomo qualunque (anzi, al “liberal” qualunque) che ormai trovava solo nella rete un mezzo di espressione contro le élites di partito. Tra Dean e “il popolo dei blog”, che i media definiscono i “netroots”, è nata così una naturale alleanza.
Il Democratic National Committee (DNC) che Dean oggi presiede attua una strategia definita “50-states”, in quanto basata sul sostegno economico e politico a tutti i candidati e le strutture del partito democratico presenti nei 50 stati, compresi quelli irrimediabilmente repubblicani. L’idea di Dean è semplice: riorganizzare il partito dalle fondamenta e con obiettivi di radicamento di lungo periodo, allo scopo di rafforzare la struttura organizzativa dei democratici in ogni stato e armonizzarne il messaggio, anche là dove sono considerati perdenti. Data la profondità della crisi dell’amministrazione Bush, questa strategia ha prodotto risultati immediati in diversi stati già a partire dalle elezioni di mid-term del 2006.
I blogger liberal si sentono “la base” del partito democratico: la loro mobilitazione nelle elezioni del 2006 è stata considerata decisiva in alcuni collegi. E da uno di loro è partito l’assalto all’establishment democratico di Washington: si tratta di Markos Moulitsas, che è riuscito a costruire in cinque anni il blog liberal più frequentato del paese, ovvero Dailykos.com (Kos è il diminutivo di Markos), forte di 600 mila contatti giornalieri e 500 mila dollari raccolti per i democratici nelle elezioni del 2004. Moulitsas (36 anni, un’infanzia nel Salvador materno, ex repubblicano, ex militare, alle spalle qualche insuccesso nella new economy: oggi può intervenire su Washington Post e New York Times) è una sorta di portavoce del movimento dei bloggers e ha organizzato nel 2006 il loro primo incontro annuale, la YearlyKos Convention. Quest’anno, al secondo appuntamento (il prossimo si chiamerà “Netroots Nation”) sono arrivati tutti i candidati delle primarie democratiche, inclusa Hillary Clinton che nelle primarie virtuali della convention ha preso un misero 9%.
LA RIVINCITA DEI NERDS
Qual’è la novità culturale di questo movimento? Qual’è il suo limite?
Si tratta senz’altro di un movimento “dal basso”, con molto seguito, che ha trovato i giusti canali politici per emergere e che appare più radicale della media riguardo a molte questioni del “democratic mainstream”, suo principale spunto polemico insieme all’amministrazione Bush. Esso denuncia, infatti, il potere della “consultantocracy” (“la consulentocrazia”, l’espressione è di Joe Klein), ovvero l’esercito di specialisti e consulenti politici che, a detta dei bloggers, contano ormai più degli elettori. E proprio per questo suo odio verso i professionisti che vivono “attorno” alla politica, il movimento non ha scelto la strada del think tank, laboratorio di idee istituzionalizzato, rifiutando di disciplinare il messaggio o di promuovere in modo univoco e chiaro proposte per l’azione di governo. A suo modo Moulitsas è però anche un impolitico, per di più assai moderato e contraddittorio su alcune questioni, che rappresenta a meraviglia un’ampia fetta della generazione nata tra i ’70 e gli ’80: scarsa alfabetizzazione politica e tanta frustrazione per una vita da classe media ai margini, lontana dagli odiati circoli “che contano” di Washington. Questo genuino populismo è una delle ragioni del successo di Moulitsas, che ha dato voce alla rivolta di uomini e donne con buona preparazione lavorativa e scolastica, mezzi economici incerti, futuro ancora più incerto, i quali, per la prima volta dopo anni, guardano al partito democratico e chiedono più stato, più intervento pubblico, meno privilegi per i ricchi. E Moulitsas ammette ironicamente di essere un emarginato un pò nevrotico, un“nerd” (termine che appartiene all’immaginario di questa generazione), che ce la sta facendo, senza rinnegare se stesso e grazie ai suoi fratelli.
Quello che DailyKos e un’altra miriade di siti e blog domandano a gran voce è di venire rappresentati da politici che affermino orgogliosamente di essere democratici, che stiano in mezzo alla “gente comune” e che lo facciano mobilitando la base del partito e non i tecnici del consenso. Quest’ultimo dev‘essere trovato sui grandi temi e sulla costruzione dei punti principali dell’agenda politica (“subito fuori dall’Iraq”, “sanità gratuita”, “più tasse ai ricchi per ricostruire le infrastrutture del paese”), e non su come si costruisce una “exit strategy”, questa sì lasciata ai politici e ai loro think tank.
Il punto debole è proprio qui. In questa sorta di “outing” democratico, di orgogliosa riscoperta di un’identità politica, le idee a volte stentano ad emergere. Lo strumento - internet e la sua “orizzontalità”, la libertà di espressione e accesso che esso consente – si trasforma nel contenuto, per il semplice fatto di essere “open”, democratico. E di questo caos si fa vanto: la democrazia è confusione. A vincere è però il candidato più disciplinato e organizzato, il nemico Hillary Clinton, che continua a salire nei sondaggi per le primarie democratiche grazie alla costruzione di un’immagine “presidenziabile”. La macchina elettorale della Clinton, com’è ormai abitudine del sistema politico americano, è un’organizzazione a sé, che nulla ha a che vedere con il partito democratico: del DNC di Dean, Hillary Clinton non avrà bisogno di utilizzare neanche un dollaro, una lista di potenziali elettori, un volontario, una conferenza stampa, un focus group, un memo, un sondaggio. Per ognuna di queste cose la Clinton ha un suo specifico staff. Il sogno di Dean (un rampollo dell’alta borghesia di New York, come Bush imparentato alla lontana con la corona inglese) è, forse, diventare un giorno il candidato del “partito”, con un milione di Moulitsas come base militante.
I NUOVI INTELLETTUALI ORGANICI
Oggi abbiamo quindi due visioni opposte del partito democratico: da una parte l’idea di tenere saldamente il centro, perché i liberal sono minoranza e bisogna accettare il fatto che l’America è un paese fondamentalmente conservatore; dall’altra l’idea che la mobilitazione politico/culturale e l’affermazione di un’identità forte siano volano del rafforzamento elettorale, e che le tendenze socio/demografiche degli Stati Uniti dovrebbero favorire sul medio periodo il partito democratico, come quelle dell’ultimo trentennio hanno favorito i repubblicani.
Per anni i democratici hanno osservato, con invidia e rancore, la perfetta macchina da guerra repubblicana, che ha dimostrato di dare il meglio di sé quando era all’opposizione, lontana dall’esecutivo (tenuto comunque in pugno per 28 degli ultimi 40 anni), ma in grado di riconquistare entrambe le camere del Congresso nel 1994, per la prima volta dopo un quarantennio. Ancora: già nel dopo Watergate i repubblicani erano stati in grado di costruire una strategia di rafforzamento globale del partito fin dalla sua base, stringendo alleanze con gruppi emergenti in tutto il paese, quali appunto la destra cristiana e il movimento contro le tasse. E a questo modello dice di essersi ispirato Howard Dean: un processo di “nazionalizzazione” e in certo senso di europeizzazione dei partiti americani, che smentisce il vecchio detto di Tip O’Neill “All politics is local”.
Al partito repubblicano erano stati forniti dei muscoli, il movimento conservatore, e al tempo stesso un cervello, i think tank. Se negli anni ’70 la sola idea dell’esistenza di “intellettuali conservatori” era considerata come una sorta di ossimoro, negli anni ’80 e ’90 essa diviene realtà. E’ proprio negli anni ’70, tuttavia, che un piccolo e coeso gruppo di finanziatori, in accordo con una esigua schiera di ricercatori sociali, professionisti e membri del partito repubblicano, fonda la terza generazione dei think tank americani. In quell’epoca i conservatori inventano la versione americana dell’intellettuale organico, un esperto che sa fare ma è anche ideologicamente schierato (e questa è la novità della nuova generazione di think tank). Uno strumento di rilegittimazione culturale delle politiche del laissez faire, dove il nemico è sempre lo stesso: lo stato, la regolamentazione pubblica. Una complessa macchina di marketing dell’ideologia conservatrice che, dai volumi accademici agli slogan elettorali, acquista finalmente una sua dignità nazionale. E questo sistema appariva ancora invincibile appena due anni e mezzo fa.
LA LUNGA CAVALCATA DEI CERVELLI DI HILLARY E BILL
Il primo tentativo di rovesciamento dell’egemonia conservatrice nasce negli anni ’80 e ha una matrice moderata: si tratta del suddetto Democratic Leadership Council, creato da Al From e Will Marshall - entrambi con anni di lavoro alle spalle in diverse strutture del partito democratico - a partire da un gruppo di eletti democratici centristi, i cosiddetti New Democrats. Il loro immediato obiettivo è quello di presentare alle presidenziali del 1988 una candidatura che rompa col recente passato (lo spunto nasce dalla pesantissima sconfitta elettorale di Walter Mondale, che nel 1984 sfida Reagan con una piattaforma considerata molto tradizionale e “old democrat”). La vittoria di Bush a danno di Dukakis nel 1988 conferma la bontà delle loro tesi, e, guardando al modello vincente dei repubblicani, il DLC fonda un suo think tank, il Progressive Policy Institute (PPI). I News Democrats cercano il loro principe e finalmente lo trovano in un outsider del sud, Bill Clinton, mentre il deus ex machina del DLC diviene un altro uomo del sud, questa volta di sangue politicamente nobile: Al Gore. Il DLC e soprattutto il PPI sono un laboratorio di idee per la Terza Via: ancora oggi il manifesto del think tank dei New Democrats si intitola Third Way, definita “La filosofia politica dell’età dell’informazione”, quasi a voler congelare l’effimero status quo degli anni ’90.
La Clinton ha quindi il suo laboratorio di idee, anzi ne ha più di uno: c’è anche il Center for American Progress (CAP), che il giornalista di The Nation Robert Dreyfuss ha definito “la Casa Bianca di Clinton in esilio – o lo staff in pectore della Casa Bianca del presidente Hillary Clinton”. Il CAP nasce nel 2003, dopo la pesante sconfitta dei democratici alle elezioni di mid-term del 2002: come ha pubblicamente ammesso il presidente John Podesta, ex capo dello staff del presidente Bill Clinton, il modello di riferimento è la Heritage Foundation, il più importante think tank conservatore, di cui Podesta ammira la capacità di produrre idee e, soprattutto, saperle vendere. Per sostenere questo “marketing della idee” è nata nel 2005 la Democracy Alliance, un gruppo di ricchi finanziatori - tra i quali George Soros e Mark Buell, uno dei principali sostenitori di Hillary Clinton che ha deciso di sostenere i think tank, le organizzazioni e i gruppi liberal. Con tre scopi: razionalizzare gli investimenti dopo la fallimentare esperienza del 2004, quando in molti elargirono notevoli contributi a Kerry, convinti di vincere; condizionare questi gruppi al fine di avere un messaggio più omogeneo ed efficace che emerga sul lungo periodo; ripetere il successo della Philanthropy Roundtable, un’organizzazione conservatrice che da trent’anni finanzia la sua galassia culturale di riferimento con gli scopi appena citati. Il motore della creazione di Democracy Alliance è stato Rob Stein, un altro ex dell’amministrazione Clinton, mentre la nuova direttrice è Kelly Craighead, già nello staff di Hillary Clinton quando svolgeva il ruolo di first lady.
CONGELARE GLI ANNI ‘90
La Clinton sta costruendo attorno a sé un sistema di relazioni molto coeso, e da tempo. Come per Bush nel 2000, la fedeltà al candidato è stata richiesta molto prima che cominciassero le primarie. In un sistema politico centrato sul candidato come quello americano, le “macchine politiche” devono edificare un complesso sistema di cooptazione che non lascia spazio alle improvvisazioni. Il nuovo presidente dev’ essere certo, prima di entrare in carica, della fedeltà di alcune centinaia di persone che occuperanno i posti di maggior rilievo nell’amministrazione, il suo “core executive”: tra queste le “ideas people” dei think tank. L’imprenditore politico si appoggia a un consulente che, per quanto la cosa possa apparire paradossale, è insieme imprenditore di se stesso e “militante”, un esperto di politiche pubbliche che mette sul mercato le sue capacità e si affilia al suo mecenate. Si scommette a vicenda l’uno sull’altro. Il sostegno evidente di almeno un paio di grandi think tank di Washington serve a confermare il possesso di conoscenze e capacità di governo da parte di Hillary Clinton, in un intreccio complesso tra business (vedi la Democracy Alliance), consiglieri del principe ed élites politiche. Il risultato? La semplice e insopportabilmente noiosa riproposizione, nel momento di maggior crisi della storia del movimento conservatore, di un usato sicuro, il brand Clinton, una macchina di potere già oliata. Gradito all’establishment economico/finanziario - che ha bisogno a intervalli regolari di un democratico capace di mettere i conti in ordine dopo i disastri compiuti dai repubblicani - e accettabile per il popolo, sia pure senza eccessivo entusiasmo ( ma l’importante è far fuori Bush).
Tutto ciò vi ricorda qualcosa?
(Mattia Diletti - settembre 2007)
29 febbraio 2008
Sherrod Brown
Il senatore dell’Ohio esprime il disagio della Rust Belt (la cintura della ruggine), ex motore dell’industria americana che oggi soffre la delocalizzazione e la globalizzazione. E’ la voce delle classi medio basse che si sentono minacciate e dalle “fast track policies” adottate da Clinton e Bush e dalla crisi dell’industria meccanica americana. Vorrebbe uscire dal WTO e commerciare il meno possibile con la Cina. E’ famoso per aver guidato gli oppositori della CAFTA (area di libero scambio con il Centro America) nel 2005. E’ anche autore di The Myths of Free Trade: Why American Trade Policy Has Failed in cui denuncia: “Washington ha tradito la classe media e gli operai”.
Per ora i suoi elettori, tradizionalmente democratici, anche se da sempre contrari candidati del Nord Est, sembrano preferire Hillary Clinton.
Sondaggi primarie Ohio. http://www.pollster.com/08-OH-Dem-Pres-Primary.php
Sito di Brown al Senato http://brown.senate.gov/
Sito Brown http://www.sherrodbrown.com/
Record elettorale http://www.ontheissues.org/Senate/Sherrod_Brown.htm
Cos’è la CAFTA http://www.caftaintelligencecenter.com/subpages/What_is_CAFTA.asp
(Matteo Dian)
Quando i repubblicani persero l'Ohio
Il candidato Brown viene da Mansfield, a metà strada tra la capitale dello Stato, Columbus e Cleveland. "Born and raised here" (Nato e cresciuto qui) come recita la propaganda che in questa zona dell'Ohio è più visibile che altrove. Intorno boschi, fiumi e laghetti e qualche parco naturale – e una marea di carcasse di beste accoppate dalle auto sul ciglio della strada – in città una grande strada, qualche chiesa e edificio pubblico primi 900 e un palazzo della Chase Manhattan bank. In periferia un sacco di grandi capannoni industriali vecchi di almeno 50 anni, la metà abbandonati gli altri magazzini o cementifici. "Brown vuole riportare il lavoro negli States, qui lavoro ce n'è sempre meno", spiega Bob, cinquant'anni portati male, capelli lunghi, barba incolta, occhi e pelle da fumatore incallito che non se la passa per niente bene. Sta seduto al banco del Coney island restaurant, accanto a lui una donna e un uomo della stessa età, malmessi come lui, tutti con la sigaretta in bocca e la tuta sdrucita al posto dei jeans. Al tavolo di fronte, una famiglia addobbata per Hallowen che sembra uscita da un film tragico sull'America profonda (o da un episodio della Famiglia Addams).
Dopo aver strabuzzato gli occhi dietro gli occhiali per essersi trovata davanti qualcuno finito quaggiù a fare domande di politica, la cameriera, si mette a parlare di guerra: "Da queste parti c'è abbastanza disoccupazione e più vai a nord e più gente c'è che ha un amico, un parente, un figlio partito in guerra. A me non me ne frega niente dell'Iraq, voglio quei ragazzi a casa". Mentre raccatta i piatti sua madre interviene per solidarizzare con l'Italia, che anche noi abbiamo perso delle giovani vite "e nessuno ha capito perché". Qui l'immigrazione, l'altro tema caldo della campagna elettorale, non sembra essere una priorità. Assistenza medica e privatizzazione dello stato sociale invece lo sono. Del resto, lo Stato dell'Ohio è l'unico che ha l'onore di avere due città tra le prime dieci più povere. La seconda (all'8° posto) è Cincinnati, all'estremo sud rispetto a Cleveland, sulla riva opposta rispetto a Newport, Kentucky.
2Certo che siamo poveri, non ci sono idee, mancano i trasporti pubblici di ogni tipo (hai visto un treno passare?) e poi dipendiamo dal petrolio. Nonostante qui soffi un vento tremendo non c'è traccia di una centrale eolica". A parlare è Bob Fitrakis, candidato indipendente dei Verdi alla carica di governatore e giornalista. E' famoso nello Stato per aver documentato le frodi elettorali nel 2004 e condotto una feroce battaglia per non far bruciare le schede. Secondo lui il problema sta tutto qua: dotare l'Ohio di infrastrutture e denunciare i trattati commerciali che hanno fatto delocalizzare tante imprese. "Non saranno i democratici a fare cose del genere – sottolinea Bob divorando una busta di pop-corn – ma speriamo si predano la maggioranza che di questi pazzi invasati non se ne può più".
Bob fa campagna a Columbus, la sua città, la piccola capitale dello Stato. L'unica ad avere un'economia postmoderna: un enorme centro congressi e una strada di ristoranti che ci passa davanti, lo stadio della squadra di football universitaria, un grande campus e qualche edificio di servizi finanziari. Tra fiere, economia generata dalla burocrazia locale e studenti, una piccola città tira avanti bene. E poi qui era meno industrializzato che altrove. Uscendo di città in macchina, però, le villette diventano di materiali più scadenti o sono tenute peggio. Sulle verande delle case peggiori stanno seduti, quasi sempre, i neri. I bianchi poveri vivono ancora più in la, nel quartiere di case su ruote: praticelli verdi, una scuola, una chiesa e tante roulotte giganti, pronte a spostarsi dove la vita costa meno o dove fa meno freddo. Più lontano ancora comincia quel fenomeno americano che sono i suburbs, che tradotto si dice sobborghi, ma non è proprio la stessa cosa. Entità artificiali a non finire dove le famiglie americane di ceto medio alto si sono spostate, condannandosi ad affrontare ore di automobile per andare al lavoro ed ottenendo in cambio una villetta e una zona commerciale dove comprare qualsiasi cosa, mangiare fuori, andare al cinema, fare sport. La campagna elettorale, in molti degli Stati dell'Unione si fa qui. Qui vivono i bianchi che vanno a votare.
La statale 71 che corre da Cleveland a Cincinnati funziona bene per vedere quanto può essere diverso uno Stato americano di media grandezza. Se il Nord dell'Ohio è un pezzo di quello che è stato l'equivalente del nostro triangolo industriale (con Detroit, Chicago), il sud è agricolo e infarcito di sobborghi. Tanti villaggi di coltivatori di soia, cereali vari e granoturco. In un altro diner (i posti dove si mangiano hamburger e patatine) della contea di Clinton, c'è meno degrado. Qui si fa l'agricoltore ma più o meno si lavora. Le prime cose di cui parlano gli avventori quando gli si chiede delle elezioni sono la guerra e lo scandalo Abramoff, il lobbysta accusato di aver pagato esponenti del Congresso e truffato i nativi indiani con una storia di costruzione di case da gioco. Il primo condannato tra i politici è il repubblicano Bob Ney, eletto nel 18° distretto elettorale dell'Ohio. Non è qui, ma ai due anziani signori che sorseggiano caffè chiacchierando col padrone, quella storia non è andata giù. "Parlano di Cristo e guarda cosa hanno fatto…" dice uno dei due. La televisione è accesa su Fox news, che più repubblicana di così non si potrebbe. Eppure anche il padrone, che si distrae un momento dall'assumere una ragazzina che ha risposto all'annuncio "cercasi cameriera" affisso alla portaci tiene a dire che lui qualche dubbio su chi votare ce l'ha. Non gli piacciono i matrimoni gay e non gli piace la gente che il partito democratico ha candidato: "Troppo di sinistra". Uno di sinistra sarebbe Sherrod Brown – che però, da deputato ha appoggiato una parte delle leggi speciali anti terrore. L'altra è Mary Jo Kilroy, candidata a Columbus ma usata in tutto l'Ohio per terrorizzare il ceto medio. La sua avversaria, Deborah Pryce, ha pagato uno spot nel quale la dipinge come un'estremista favorevole persino al taglio delle spese militari.
Più si scende lungo la Interstate 71 e più si nota che il clima cambia. Se a nord ci sono gli operai (o gli ex operai), a sud ci sono le chiese. Tantissime e per ogni gusto. Un enorme cartello autostradale recita: "Se morissi oggi, dove credi che spenderesti il resto della tua esistenza?"; cento metri più avanti la risposta: "L'inferno esiste". Le chiese promettono miracoli di ogni tipo e alla radio diventa difficile trovare musica che non sia "christian music"e speakers che non siano pastori. Proprio loro sembrano smentire l'idea che gli evangelici, delusi da Bush, non siano mobilitati per queste elezioni. E' anche vero che il candidato governatore Ken Blackwell è diretta espressione delle organizzazioni religiose, appoggiato da figure di spicco come James Dobson di Focus on family – che tra le tante altre cose offre sul suo sito consigli su come guarire dall'omosessualità. "Non dico che fare politica sia un dovere cristiano, ma il voto è un dono di dio", spiega uno di loro a chi per telefono esprime dubbi sulla relazione tra religione e politica. Un altro va più in la e mentre chiede donazioni alla Lega della Bibbia per spedire 100mila Testamenti in Guatemala, spiega che non facendo politica potrebbe succedere che un giorno governi qualcuno che impedisca di pregare. "E' vero che la parola di Cristo si è diffusa sotto i romani, in un periodo di repressione, ma io preferisco essere libero di poter diffondere la parola del Signore e per questo il 7 novembre vado a votare". Non c'è bisogno di dire per chi: dietro Obama e Clinton si potrebbe nascondere un Pol Pot o un feroce Saladino. Per capire che forza abbiano gli evangelici basta ascoltare le tante stazioni radio, la quantità di gente che chiama e la gamma impressionante di pubblicità che vendono prodotti cristiani. "Vuoi costruire una chiesa? Lo facciamo noi. Chiamaci", recita uno, mentre l'altro propone corsi per rieducare i bambini che si comportano male (niente psicologo, per carità). E poi c'è il "Centro Salute&natura mormone" per il padre e figlio "e ai primi tre che chiamano un buono di 280 dollari per un weekend gratis". Nella piccola e ridente Lebanon, cittadina dai tanti edifici pre900 alle porte di Cincinnati, il numero di chiese si avvicina in maniera inquietante a quello delle case. A Newport in Kentucky, città gemella di Cincinnati sull'altra sponda del fiume c'è un grande centro commerciale. Intorno solo villette. A parte due punk isolati che leggono i fumetti in libreria, si vede che sono tutti timorati di dio. Nella stessa libreria dei punk, nel reparto "Religione" ci sono 1500 titoli dedicati al tema. Biografie di gente rinata in Cristo, insegnamenti per la vita quotidiana, letture morali e 200 edizioni della Bibbia. Per i democratici da queste parti sarà molto più dura che al Nord. Se ce la fanno, sarà lo scandalo Abramoff-Ney a fare la differenza. E la crisi economica pure. Se per la Camera i seggi in ballo sono tanti e tre o quattro sono ancora molto indecisi, al Senato sembra fatta. Negli ultimi giorni di campagne elettorale i partiti decidono dove spendere soldi per comprare spazi radio e spot Tv. Sembra che il partito del senatore uscente Mike DeWine abbia scelto il Tennesse e il New Jersey. L'Ohio, i repubblicani, lo danno per perso.
(Martino Mazzonis)
Ohio, geografia politica di uno stato in bilico
Per questo e per i suoi 20 voti elettorali l’Ohio è stato spesso decisivo nelle presidenziali (nel 2004 votando per Bush, nel 1992 per Clinton, nel 1976 per Carter).
L’Ohio ha sempre votato il candidato vincente ad eccezione di Dewey nel 1944 e Nixon nel 1960. Inoltre, nessun repubblicano è mai stato eletto senza vincere in Ohio.
Un’altra caratteristica del voto degli ohioans è il rifiuto per i democratici del nord est. Il loro voto è spesso anti-establishment (votarono contro FDR e JFK, ma a favore di Johnson e Carter, democratici del Sud).
L’Ohio è particolarmente significativo proprio per la presenza di regioni con una diversa geografia politica, zone fortemente democratiche (industriali e sindacalizzate) e zone rurali e conservatrici.
Gli analisti dividono lo stato in cinque regioni diverse. Quella di nord est, che include Cleveland e le aree industriali è storicamente dominata dai democratici, segnata da una forte presenza dei sindacati. Nel nord ovest agricolo prevalgono i repubblicani, anche se con una maggioranza esigua.
La zona del sud ovest è massicciamente repubblicana, sopratutto tra Dayton e Cincinnati (in queste zone sono apprezzati anche i libertari). Il Sud est, la zona degli Appalachi, è la vera swing area, in cui il risultato non è mai scontato, ma prevalgono solitamente i candidato con un agenda economica forte, che “protegga” gli interessi locali, come quella del senatore Brown.
La zona centrale, quella della capitale Columbus, ha una geografia politica tipica delle grandi metropoli americane, soprattutto della Rust Belt: un centro fortemente democratico (più povero) e la zona suburbana repubblicana (più ricca).
In vista delle prossime primarie il vantaggio della Clinton si sta assottigliando.
Gli ultimi sondaggi sostengono che Obama avrebbe conquistato parte degli operai bianchi e sindacalizzati, considerati la “base naturale” dell’elettorato della Clinton.
Per quanto riguarda le presidenziali è difficile azzardare previsioni. Le precedenti elezioni locali hanno dato risultati alterni.
Il governatore è democratico (Ted Strickland, eletto nel 2006) ma le due camere sono nettamente controllate dai repubblicani. I senatori sono uno democratico (Sherrod Brown eletto nel 2006) e uno repubblicano. I sindaci delle maggiori città sono tutti democratici.
Inotre, essendo uno swing state, in Ohio è particolarmente rilevante lo scontro per conquistare il cosiddetto issue voting di alcune fasce di elettorato.
La issue principale del 2004, in Ohio come altrove, era la sicurezza. Nel 2008, come evidenziato dalle analisi del Pew Reserch Center, gli elettori ritengono più importanti i temi economici.
In Ohio significa trovare alcune soluzioni per la crisi industriale e per il degrado che si accompagna a questa crisi. Le ragioni dell'affossamento dell'economia dell'Ohio sono molteplici, ma la perdita di posti di lavoro è da imputare effettivamente alla concorrenza di Cina, India e altri paesi in forte crescita. Si è deciso di investire altrove facendo scendere il totale dei lavoratori nel settore manifatturiero a circa 75o mila; nel 1996 erano più di un milione, un abitante dello stato ogni dieci.
La delocalizzazione oltre alla perdita di posti di lavoro ha comportato una serie di problemi economici e sociali come il crollo dei prezzi delle case e il degrado urbano, che rendono ancora più acuti i problemi derivanti dalla crisi.
A questo proposito vedi: http://www.detnews.com/apps/pbcs.dll/article?AID=/20080117/NATION/801170360/1020/rss09 (sul degrado urbano)
http://www.wfls.com/News/FLS/2008/022008/02072008/354337/index_html?page=2 (sull’abbandono delle case)
http://www.workinglife.org/wiki/The+Auto+Industry+Crisis+is+a+Health+Care+Crisis+(April+15,+2005) (sulle conseguenze sociali della crisi industriale)
Vengono proposti anche alcune soluzioni come quella di Sean Sufford del MIT basate sul rilancio della produttività e sulla ricerca.
(Matteo Dian)
27 febbraio 2008
La politica estera dei democratici? Prussiani contro negoziatori
Stephen Zunes insegna Politica internazionale all'Università di San Francisco, dove dirige il dipartimento di Studi mediorientali e negli ultimi mesi ha pubblicato diversi articoli nei quali analizza le posizioni dei personaggi che contrinuiranno a formare le opinioni di Obama e Clinton nel caso riuscissero nell'impresa di entrare alla Casa Bianca.
Cominciamo dalla questione più generale: chi sono e cosa pensano gli esperti di politica estera di Hillary Clinton?
Cominciamo da una figura nota, Richard Holbrooke, ambasciatore Usa all'Onu fino al 2001 e probabile Segretario di stato in caso di vittoria dell'ex first lady. Holbrooke è l'uomo degli accordi di Dayton che hanno posto fine alla guerra di Bosnia ed è un forte sostenitore della proiezione esterna e militare per proteggere gli interessi statunitensi. A suo tempo convinse Carter che era utile proteggere Suharto in Indonesia e Marcos nelle Filippine. Nel primo caso gli Usa con il sostegno militare contribuirono indirettamente ai massacri a Timor Est. Non ci sono indicazioni che abbia, su questo, fatto autocritica. Dopo un periodo in cui Bush ha usato l'unilateralismo come se niente fosse sarebbe grave avere uno così alla guida della politica estera. E' stato a lungo grande sostenitore della guerra in Iraq ed ha apertamente criticato i governi europei che non hanno partecipato all'avventura. Una seconda figura importante che non dovrebbe avere incarichi formali è Madeleine Albright (già Segretario di Stato nella seconda amministrazione Clinton). Ha un ruolo cruciale nella campagna ed è amica di Hillary. E' anche lei una sostenitrice dell'unilateralismo. In generale tutti gli advisors, ad esempio l'ex consigliere per la Sicurezza nazionale Sandy Berger, sono tra i falchi del partito.
Il campo di Obama è diverso?
Tra le gente del senatore ci sono veterani delle amministrazioni democratiche e diversi innovatori. Susan Rice, Zbigniew Brezinski e Anthony Lake hanno lavorato con Carter e Clinton. Poi ci sono accademici liberal come Samantha Power, vincitrice del premio Pulitzer, che fa campagna per il Darfur. Tutti costoro tendono ad avere una predilezione per il "soft power". Sono preoccupati per i cosiddetti failed states, per la quaità dello sviluppo, per la povertà. Anche figure dell'establishment come Brezinski - e questo è interessante - hanno cambiato opinione a partire dalla vicenda dell'attacco all'Iraq. Brezinski l'ha condannata pubblicamente fin dall'inizio ed è anche stato critico del sostegno incondizionato alle scelte israeliane. Su Tel Aviv Brezinski dice: «sosteniamo il loro diritto a esistere, sono tra i nostri migliori amici ma, smettiamo di dare a Israele assegni in bianco».
Il ritorno della politica del soft power che tipo di impatto potrebbe avere sulla politica estera americana?
Intendiamoci, l'assunto fondamentale è che gli Usa vogliono il primato sul mondo. Nessuno può nemmeno pensare di diventare presidente senza sostenerlo in qualche modo. Non ci saranno grandi stravolgimenti, ma ci potrebbe essere una proiezione degli Usa nelle organizzazioni internazionali e nella diplomazia più articolata e ragionevole, che non mette subito la mano alla fondina. I democratici, in sintesi, sono divisi tra "negoziatori" e "prussiani". Penso che il campo di Obama potrebbe dare agli Usa un ruolo attivo a più facce. Meno enfasi sulle soluzioni militari - ma in Afghanistan pensa che bisogna proseguire e aumentare - e nuovi impegni su temi come l'Aids o il riscaldamento globale perché sono anche loro pericoli per la stabilità mondiale.
C'è un tema di grande attualità, il commercio, che si sovrappone in parte alla politica estera...
Alcuni degli advisors di Clinton sono tra i principali architetti del Wto, del Nafta e di altri pezzi del consenso neoliberista di Washington. Anche gli altri hanno sostenuto, in generale, l'idea di un'economia trainata dagli investimenti esteri, ma con qualche idea in più. Ad esempio la sottolineatura delle imprese locali da aiutare o la cancellazione del debito. La gente di Obama, nei suoi scritti, chiede più regole globali e mette al centro i temi ambientali. Se vogliamo, sono un po' più europei: allo stesso modo pro mercato ma non all'americana - «se va bene per il big business va bene per tutti». E' una globalizzazione dal volto umano. Non un fatto da sottovalutare.
(Martino Mazzonis)
22 febbraio 2008
Stonecash: il voto non è solo questione di razza o genere
(New York)
Il gioco americano del momento è quello di studiare la mappa politica e demografica del Paese per cercare di capire come andrà il voto di martedì prossimo (Super-duper tuesday o Tsunami tuesday, come lo chiamano). Quanti indipendenti e quanti elettori cristiani, quante donne e quanti lavoratori bianchi sindacalizzati. Nel campo democratico, dopo l'uscita di scena di Edwards, questi ultimi sono tra i voti da conquistare per Hillary Clinton e Barack Obama. Negli Stati del Sud formano una delle parti determinanti del voto democratico assieme agli afroamericani. In Arizona e California i latinos pesano intorno al 15 per cento e saranno determinanti sul fronte democratico. In altri Stati saranno gli evangelici a pesare e il fatto che ci sia ancora Huckabee in giro penalizzerà, dicono gli esperti, Mitt Romney. L'appartenenza ad una comunità tende spesso ad essere la lente attraverso la quale si legge il voto. Alle primarie così come alle elezioni vere. I neri stanno coi democratici e a Sud il voto bianco sceglie repubblicano per contrapposizione. Al nord, le grandi città, la struttura economica, i bianchi più liberal e alcune sacche di voto nero (Illinois, New York, New Jersey) regalano ai democratici la maggior parte dei seggi al Congresso. Questa almeno è una parta della lettura. Jeffrey Stonecash, che insegna politica alla Maxwell school dell'Università di Syracuse ha un'idea diversa. Prendiamo l'ultimo voto, quello in South Carolina. "Non credo che quei risultati possano essere interpretati solo su base razziale. Gli scienziati politici tendono a dare questa interpretazione, specie dopo che negli anni 70 il voto per i democratici si è spostato al Nord. L'idea è che i bianchi poveri siano spinti verso il voto ai repubblicani perché temono di venire superati e che i più ricchi preferiscano puntare sulle divisioni razziali per offuscare, far sparire dalle campagne elettorali il tema della loro ricchezza. Io credo che la cosa sia almeno in parte diversa". Stonecash studia i partiti e la loro base elettorale usando molti numeri e secondo lui il censo pesa specie da quando dagli anni 80 la forbice dei redditi si è allargata e i repubblicani hanno guadagnato voti grazie a generosi tagli di tasse. "Quello del Sud è un voto anche di classe perché la popolazione afroamericana del Sud è quella più povera, vota democratico - ed è andata in massa a votare. Quei voti sono di persone che vogliono un governo capace di offrire qualcosa sul piano della sanità, del lavoro, della qualità delle scuole. Nessuno ha poi osservato che ci sono anche i giovani ad aver votato Obama. Sono giovani e vanno alla ricerca di una politica che dia loro opporunità che temono di non avere, di aver perso. E' presto per capire bene dove stanno i giovani bianchi che hanno votato Obama, lo capiremo dopo il 5 febbraio, quando si sarà votato in più stati".
Le campagne? Cercano di dare risposte a queste richieste?
Un elemento da sottolineare, che distingue le primarie del 2008, è che mai come in questa occasione i candidati alla presidenza di entrambi i partiti si siano posizionati in maniera netta: i democratici portano avanti un'agenda sociale mentre i repubblicani insistono su tagli alle tasse, meno spese e bonus fiscali per la sanità. Nessuno dirà che è un posizionamento di classe, non è un discorso che la politica americana fa così, ma il tema è quello. La forza dei democratici, forse, ma è troppo presto per dirlo adesso, io guardo ai numeri almeno sul medio termine, è anche dovuta alla paura che attraversa la middle class. Potrebbe diventare una forza, spostare voti da un partito all'altro in maniera consistente.
La enorme partecipazione alle primarie democratiche – comprese quelle inutili della Florida – fanno pensare su una rimonta anche al Sud. Sta funzionando la scelta di Howard Dean (il presidente del Democratic national comitee) di puntare su 50 Stati anziché concentrarsi per consolidare la presenza dove il partito è già forte? O è la crisi economica alle porte?
Ci sono differenze Stato per Stato, particolarità specifiche, bisogna aspettare anche in questo caso, almeno fino al 5 febbraio. Non saprei se dire che è la strategia dei 50 Stati che sta funzionando. Ed è difficile dire se il voto è solo dovuto alle questioni sociali. Per adesso il vento sembra questo, ma attenzione all'effetto Bush, a quanto questa presidenza sia stata disastrosa per i repubblicani. In otto anni il presidente ha demolito il suo partito e per ricostruirlo ci vorrà del tempo. Nel 2000 avano l'America in mano e uno avrebbe pensato che sarebbero rimasti alla guida del Paese per molto tempo ancora. Oggi non è più così e il G.O.P. dovrà mettersi a ragionare bene su quale coalizione tentare di costruire, pensare se riposizionarsi al centro o provare a mobilitare di nuovo il voto degli evangelici. Poi ci sono gli elettori indipendenti e quelli moderati: Iraq e crociate conservatrici tipo quella contro gli omosessuali li hanno allontanati. Specie al Nord, dove i repubblicani erano riusciti a mettere le mani su qualche Stato. Ma ripeto, attenzione all'effetto Bush, non è detto che svanito quello le cose tornino a girare bene per i repubblicani.
Dunque a novembre non c'è da scommettere ad occhi chiusi su una valanga democratica in Congresso e per la presidenza?
Il pubblico ci mette molto a cambiare idea in maniera profonda. Io faccio rilevazioni per i candidati e seguo da vicino le rilevazioni. Sono due anni che la gente parla di Iraq e nient'altro. Ora forse la marea sta cambiando e si comincia a parlare di economia. Ma negli ultimi due-tre anni era tutto pro o contro la guerra, pro o anti Bush. Forse la crisi economica potrebbe far tornare di moda i temi sociali, ma questa è una società individualistica, la gente ci crede talmente tanto che l'equilibrio che i democratici ci dovranno mettere sarà cruciale per capire come andrà a finire.
21 febbraio 2008
L'eterno ritorno del populismo americano
La storia del sistema politico americano è contrassegnata da ondate cicliche di populismo moralizzatore nelle quali il popolo, o un campione che lo rappresenta, si oppone all’egoismo degli interessi particolari. Il contadino e il piccolo proprietario terriero contro il finanziere aguzzino; il lavoratore contro i monopoli e i robber barons; l’imprenditore e la sua famiglia contro i burocrati (nella sua declinazione conservatrice e anti-statalista). A seconda dell’epoca storica rappresentazioni diverse della “middle class”, che nella sua accezione più larga e più comune sembra comprendere chiunque lavori o paghi le tasse, una sorta di surrogato del termine popolo.
Il movimento populista americano ebbe un suo rispettabilissimo partito alla fine del diciannovesimo secolo, forte nelle aree agricole del sud e dell’ovest nelle quali la crisi economica, le trasformazioni del tessuto produttivo - e finanziario - del paese avevano prodotto povertà, rabbia e risentimento. Il People’s Party elesse persino un suo senatore proveniente dallo stato del Kansas. Da allora in poi la retorica e i temi del populismo riemergono ciclicamente: nel movimento socialista e sindacale di inizio ‘900, negli anni della Grande Depressione, nel nuovo conservatorismo di Ronald Reagan, solo per fare alcuni esempi.
Lo storico americano Michael Kazin parla della “Populist Persuasion” come di una storia americana, nella quale retorica e linguaggi dei diversi movimenti populisti conquistano la scena politica e pervadono il discorso pubblico e il funzionamento delle organizzazioni sociali e politiche. Il populismo in questo caso non sarebbe solo “discorso” (la lingua dei ribelli), ma avrebbe anche una sua declinazione organizzativa, popolare e di massa.
Il partito democratico ha sempre avuto una sua anima populista, anche in questo caso sia conservatrice che progressista. Nel primo uno dei suo esponenti fu George Wallace, il governatore democratico dell’Alabama che lasciò il suo partito alla fine degli anni ’60 perchè contrario alla leggi anti-segregazioniste. Il suo nemico era l’establishment del partito, che avrebbe scelto di assecondare gli hippies e i ben pensanti del nord-est, allo scopo di togliere denaro ai contribuenti per regalarlo alle minoranze. E queste ultime divennero effettivamente la base del nuovo partito democratico degli anni ’70.
L’anima populista e progressista del partito democratico è riaffiorata anche in chi meno te lo aspetti, come Bill Clinton e Al Gore, due teorici della “Terza Via”. Sia Clinton nel 1992 che Gore nel 2000 fecero largamente uso di una retorica populista (comune anche ad altri politici del sud). Ecco Clinton durante la campagna presidenziale del 1992: “l’amministrazione Bush rappresenta l’elite economica del paese (...); negli anni ’80 chi ha pagato meno tasse è riuscito ad avere di più facendo meno, e oggi pretende di dare lezioni a chi ha dovuto lavorare più duro per avere meno soldi e pagare più tasse”.
Dopo gli anni del “common touch” molto berlusconiano di George W. Bush la parola popolo è tornata ad appartenere al campo democratico: a tenerla in pugno ora è Obama. Egli invoca, a ogni comizio, l’unità delle gente comune contro la solita Washington delle lobby e dei poteri forti. A partire dal 2006 un approccio orgogliosamente populista era già tornato a fare breccia tra i democratici: erano stati eletti deputati e senatori libertari, alcuni imbevuti di retorica religiosa, spesso più isolazionisti che pacifisti, ancora più spesso nemici del Big Business e del libero commercio che ha fatto perdere posti di lavoro traslocando altrove gli impianti industriali.
Hillary Clinton sta utilizzando la stessa retorica del marito negli stati della Rust Belt (la cintura della vecchia economia manifatturiera) come l’Ohio, dove si avrà un voto decisivo per queste primarie il 4 marzo. La Clinton si trova nella scomoda posizione di dover proporre soluzioni contro le politiche di liberalizzazione – come quella del Nafta – sostenute dal marito; un prezzo che sta pagando per non perdere altro terreno nell’elettorato sindacalizzato dell’Ohio che ha votato per Sherrod Brown, uno dei senatori populisti del partito democratico. Il popolo di “We the People” che si è schierato con Obama appare come un accenno di blocco sociale, al tempo stesso mobilitato e organizzato dal senatore dell’Illinois ma schieratosi con lui anche in modo spontaneo, quasi impulsivo. Le paure e le insicurezze economiche prima di tutto hanno generato un nemico: l’establishment di cui la Clinton è accusata di far parte. In questa coalizione c’è una parte di elettorato giovane, poco politicizzato, con la laurea in tasca ma scarse certezze materiali, infilato in un’industria dei servizi che offre molte meno opportunità che negli anni ’90 del boom economico gestito proprio da Bill Clinton. Le loro paure li hanno avvicinati ad altri gruppi sociali.
Insieme si sono riconosciuti nel “We the People” offerto da Obama. Rappresentare “il popolo” è cosa ben diversa, e molto più potente, di quell’incarnazione di minoranze perdenti e distinte (i neri, gli ispanici, i sindacati, i gay...) che era il partito democratico degli ultimi 40 anni. Una coalizione multicolore che ha vinto solo grazie a imprenditori politici che hanno giocato in proprio, come Carter e Clinton. Obama, almeno dal punto di vista retorico, è riuscito a rappresentarsi come incarnazione di un “interesse generale” (come diremmo qui da noi), sintesi carismatica di un’unità del Popolo che prima era appannaggio retorico del conservatorismo americano. Che è sì in crisi, ma sufficientemente forte da poter sfidare il candidato dei democratici: non è solo una battaglia elettorale, ma uno scontro sul significato del motto “We the People”.
(Mattia Diletti)
13 febbraio 2008
Analisi del voto: Missouri
Quanti hanno votato:
In età di voto: 4.428.000
Registrati: 3.871.000 (87%)
Votanti alle primarie:
1.401.000 ( 36% dei registrati, 31,6% degli adulti)
Democratici: 819.000, nel 2004 erano 418.000 (+96%)
Repubblicani: 582.000, nel 2004 erano 123.000 (+473%)
Cosa hanno votato:
Obama 405.284 (49%)
Clinton 395.287 (48%)
Edwards 16,747 (2%)
Analisi del voto: Georgia
Nello stato che fu di Jimmy Carter, Barack Obama ha prevalso nelle città come Atlanta e Savannah mentre Hillary Clinton si è aggiudicata solo le aree in viola
Quanti hanno votato:
In età di voto: 6.910.000
Registrati: 5.200.000 (63,6%)
Votanti alle primarie:
1.989.000 (45,2% dei registrati e 21% degli adulti)
Democratici: 1.039.000, nel 2004 erano 626.000 (+ 66%)
Repubblicani: 950.000, nel 2004 erano 161.000 (+590%)
Come hanno votato
Obama: 696,622 (66%)
Clinton: 326,354 (31%)
Edwards 17,897 (2%)
Analisi del voto:California
In viola le contee dove ha vinto Hillary Clinton, in verde quelle dove ha prevalso Obama
Quanti hanno votato:
In età di voto: 26.924.000
Registrati: 15.468.000 (67.29%)
Votanti alle primarie:
6.074.00 ( 39,2% dei registrati, 16,6% degli adulti)
Votanti Democratici: 3.900.000, nel 2004 erano 3.107.000 (+25,5%)
Votanti Repubblicani: 2.174.000, nel 2004 erano 2.216.000 (-1,9%)
Come hanno votato
Clinton: 2,055,340 (52%)
Obama: 1,680,331 (42%)
Edwards: 166,872 ( 4%)
08 febbraio 2008
Non è solo un duello di personalità…
Inoltre, Hillary e Obama rappresentano anche due strategie elettorali differenti: gli strateghi clintoniani partono dalla constatazione che l’America è geograficamente divisa in due, con le coste e le città che votano democratico, il Sud, l’Ovest e le campagne che votano repubblicano. Occorre quindi concentrare gli sforzi sui pochi stati incerti (meno di una decina) perché il meccanismo del collegio elettorale permette di vincere anche avendo gli stessi voti, o meno voti, dell’avversario. Per esempio, nel 2004, un pessimo candidato come John Kerry, rischiò di vincere per l’incertezza del risultato in Ohio: se avesse avuto appena 120.000 voti in più lì (su oltre 5,5 milioni) sarebbe diventato presidente.
Il ragionamento di Hillary e dei suoi collaboratori è quindi che non ha nessuna importanza se i tradizionali elettori repubblicani della “cintura della Bibbia” vanno a votare in massa contro di lei: l’importante è rassicurare l’elettorato democratico tradizionale e conquistare alcuni gruppi importanti per gli swing States, come gli ispanici. Per esempio, se il candidato del partito riuscisse quest’anno a tenere tutti gli Stati conquistati da Kerry quattro anni fa e ad aggiungervi New Mexico, Colorado e Nevada potrebbe fare a meno anche dell’Ohio ed entrare alla Casa Bianca, sia pure con una maggioranza risicatissima.
I collaboratori di Obama partono da un’idea diversa, ispirata da Howard Dean, che nel 2004 rappresentò il candidato dei giovani e della sinistra del partito. L’idea è che non si deve rinunciare a nessuno Stato, a nessuna contea, perché i democratici possono vincere ovunque, se hanno dei candidati capaci di parlare anche agli elettori indipendenti, o addirittura ai repubblicani. Dean, ora energico presidente del Comitato Nazionale Democratico, ha quindi sostenuto una strategia “50 States”, cioè un tentativo di entrare anche nelle roccaforti repubblicane del Sud e dell’Ovest.
Obama chiaramente parla un linguaggio diverso, più soft (e anche più vago) di Hillary, si presenta come “uomo nuovo” e non esita a riconoscere (piuttosto opportunisticamente) i meriti di Ronald Reagan. In effetti, agli elettori indipendenti piace più della Clinton ma non è detto che piaccia “negli Stati giusti”, che sono poi quelli con un forte elettorato ispanico perché negli Stati del Sud con un forte elettorato afroamericano i democratici hanno comunque poche possibilità. Fra l’altro, i sondaggi contano poco: nelle urne si sa che i candidati di colore persono sempre alcuni punti rispetto alle previsioni, quindi Obama dovrebbe essere accreditato almeno del 53% per avere, nella realtà, il 50,1. Può darsi che Obama porti al voto molti giovani che altrimenti non voterebbero ma, di nuovo, è un problema di geografia elettorale: i voti degli universitari del Connecticut e del Massachusetts non servono, occorrono i voti dei ventenni del West Virginia, dell’Ohio, del Wisconsin, dell’Iowa, del New Mexico.
Con due candidati praticamente pari nel numero dei delegati, è possibile che la scelta finale della convenzione di Denver dipenda da valutazioni degli esperti sulle due strategie, cioè su chi sarà meglio in grado di competere con John McCain negli Stati-chiave.
Fabrizio Tonello
07 febbraio 2008
John Roos sui rischi di una divisione tra i democratici
Quella democratica è stata – e forse sarà ancora – una corsa dura con i grossi calibri schierati su fronti diversi. Che rischio c’è che il partito democratico risenta delle divisioni.
Vedremo i risultati domani. L’ultimo dibattito è stato più educato e questo è un bene. Ma la mia impressione è che qualche divisione potrebe esseri nell’elettorato. Fino ad ora abbiamo avuto i neri schierati da con Obama e la maggioranza delle donne con Clinton. Qualche reazione emotiva si è vista durante la campagna in South Carolina: i media afroamericani e l’elettorato con loro hanno risposto molto duramente alle uscite di Bill Clinton. Ma ho anche visto qualche popolare commentatrice femminista sostenere che c’è un rigetto maschile della candidatura di Hillary Clinton. Poi c’è il voto dei giovani che è una novità. Se si finisse alla convention a negoziare sui delegati non sarebbe un modo per convincerli ad andare a votare a novembre. Nel ’68 molti superdelegati si schierarono con il candidato dell’estblishement, il vicepresidente Hubert Humphrey, che non aveva partecipato alle primarie ma aveva in tasca tutti gli eletti. Dopo quella convention una commissione riformò le regole per la nomination democratica, restituendo più peso agli elettori. Per finire c’è quella fetta di elettorato che fuori dai seggi dice che sarebbe
Quanto pesano gli appoggi? Corrispondono a gruppi politici o a cosa?
Gli endorsements sono un processo complicato. E a volte non contano troppo. Ad esempio ci sono molti eletti importanti vicini a Clinton che stanno con lei dall’inizio per storia o pre interesse. Quelli aiutano a organizzarsi sul territorio ma non spostano elettori direttamente. Obama è stato più efficace nell’attirare nell’ultima parte della campagna, quando le emozioni cominciano a far parte dell’atmosfera. Molti probabilmente stavano con lui fin dall’inizio ma aspettavano di vedere quanto fosse credibile. Caroline Kennedy non scrive che le ricorda il padre senza aver constatato la forza di Obama. Poi ci sono le divisioni dei partiti che, credo, hanno un fattore locale. Nei singoli Stati cosa influenzerà l’elettorato? In un posto con molti indipendenti forse mi conviene Obama, dove non c’è elettorato nero forse Hillary. Sempre guardando al partito e al suo elettorato in senso stretto, Clinton ha con lei i grandi sindacati, mentre Obama ha saputo mobilitare una base che c’è sempre stata – che era con Bob Kennedy, con Mc Govern o con Bill Bradley, che infatti sta con il senatore. Nel 2000 Bradley, stella del baseball e senatore del New Jersey, perse con Gore nonostante l’appoggio di alcune figure importanti. L’establishement era con l’ex vicepresidente.
L’affluenza alle urne nelle primarie democratiche fa ben sperare per novembre. E’ anche un successo della campagna di Howard Dean di puntare su tutti gli Stati e non concentrarsi per consolidare Stati blu (democratici) e stati indecisi? O sono la guerra e l’economia?
La strategia di Dean ha funzionato dove c’era da costruire: attivisti, una base possibile. In quei casi le risorse del Dnc (il democratic national commitee) sono servite. Io credo che l’affluenza sia dovuta all’enorme fascino dei candidati. Le donne, i giovani, i neri sono i protagonisti di questa campagna. Il fattore Bush gioca un suo ruolo: il 90% dei democratici è insoddisfatto del presidente (contro il 70% dell’elettorato in generale). Non credo che la crisi economica abbia giocato un ruolo in questo senso, se ne parla da un mese, ma l’entusiasmo per le primarie era già alle stelle.
E che possibilità hanno i democratici di riconquistare parti del Paese finite in mano ai repubblicani negli anni ’60?
In termini nazionali dipende molto dal candidato. Una nomination di Obama potrebbe aiutare al Sud. Per quanto riguarda i singoli seggi del Congresso, il numero di deputati e senatori repubblicani che non correranno per la rielezione ti dice qualcosa: sono 28 alla Camera dei rappresentanti e 6 al Senato. Loro stessi sentono che l’aria è girata e preferiscono saltare un turno sperando che la prossima volta le cose siano migliori. La grande domanda è quanti seggi riuscirano a mangiare i democratici. Oggi alla camera la maggioranza è di 235 contro 195, è più o meno così dal 1984 ed è il più lungo periodo della storia americana in cui le maggioranze sono state così sottili. Credo che stavolta i democratici potrebbero andare intorno a quota 250. Sempre che le divisioni di queste settimane non si facciano sentire, finendo anche per rendere fragile la maggioranza. C’è anche, specie in Senato, il problema di che tipo di candidati saranno i democratici. Ci sono Stati in cui presentano populisti e altri dove presentano figure molto vicine ai repubblicani su alcune questioni come le armi o il matrimonio gay. Anche quello sarà un problema.
04 febbraio 2008
Qualche dato per il supermartedì
Ecco qualche dato sugli Stati più importanti. Tra parentesi qualche dato significante sulla partecipazione di maggioranze o minoranze etniche alle primarie democratiche del 2004. In ciascuno Stato al voto il supermartedì le donne elettrici delle primarie democratiche superano i maschi (i dati sono sempre del 2004). In Arizona, Connecticut, Delaware, New York, Oklahoma e Utah gli indipendenti non votano. Per i democratici si vota con il proporzionale mentre il sistema varia per il Grand Old Party – nove Stati sono “winner takes it all”.
California, delegati 370 Dem/170 Rep (8% afroamericani, 16% latinos)
L’avanguardia economico culturale del Paese. Apple e gli studios di Hollywood e una società tra le più diverse (53 comunità registrate a votare). Hillary è sempre stata in vantaggio, contava sul sostengo dei latinos, ma non si aspettava Ted Kennedy. Le ultime rilevazioni assegnano vantaggi minimi all’uno o all’altra. Tra i repubblicani McCain conta su Schwarzenegger e sulla poca forza del voto religioso dello Stato.
New York 232 Dem/101 Rep (20% afroamericani, 11% latinos)
Clinton qui gioca in casa. Nel 2006 è stata rieletta al Senato con il 67% dei voti. Obama conta sui volontari. E’ venuto tre volte nella tana del lupo. Hilary ampiamente in vantaggio, ma in flessione come ovunque. Qui a sostenere il candidato del G.O.P. c’è Rudy Giuliani che è appannato ma forte in città. I repubblicani dello Stato sono moderati.
Illinois 153 Dem/57 Rep
Obama la fa da padrone, Hillary non ha nemmeno comprato spot pubblicitari. Con il lavoro a Chicago Obama è diventato l’unico senatore nero della legislatura. Le ultime rilevazioni parlano di trenta punti di vantaggio per Barack. McCain conta anche lui su un vantaggio enorme.
New Jersey 107 Dem/52 Rep
Hillary è a un passo dal suo Stato, molti degli abitanti lavorano oltre l’Hudson. Ha fatto campagna, soprattutto tra le donne. Obama è convinto di portare al voto un elettorato nero che mai aveva votato prima. McCain in vantaggio anche qui
Massachussets 93 Dem/40 Rep (90% bianchi)
I sondaggi danno in vantaggio Hillary Clinton ma Obama può contare sull'appoggio del governatore Deval Patrick, l'unico governatore nero d'America, nonchè su quello di Ted Kennedy e di John Kerry, che hanno fatto entrambi campagna elettorale per lui nello Stato. E’ lo Stato dove Romney è stato governatore.
Georgia 87 Dem/52 Rep (47% afroamericani)
Il secondo voto nero. Dopo la South Carolina e il discorso alla Martin Luther King church di Atlanta i numeri per Obama nello Stato di Coca-cola e Cnn hanno preso a correre. Qui e in altri Stati del Sud ha puntato molto Huckabee. Gara a tre per il G.O.P.
