29 maggio 2008

La Casa Bianca di Bush? Un porto delle nebbie (il libro di McClennan)

Martino Mazzonis
Un porto delle nebbie. Così verrà ricordata dagi storici la Casa Bianca dell’era Bush II. Non c’è ex generale, collaboratore, portavoce, aiutante che, lasciando l’amministrazione in carica, non abbia sparato a zero su Cheney e la sua marionetta presidenziale. Gli unici a stare zitti o a svicolare sono Rumsfeld e Wolfovitz le figure portanti finite male. L’ultimo della serie è Scott McClellan, ex capo ufficio stampa della Casa Bianca per sei anni che ha pensato bene di dare alle stampe un libro che colpisce una presidenza barcollante e ai minimi storici per approvazione.
Il libro di McClennan si chiama “Cosa è successo: dentro la Casa Bianca di Bush e la sua cultura washingtoniana dell’inganno”, un titolo fatto apposta per vendere tante copie, che è esattamente il motivo per cui negli Stati Uniti in tanti si tolgono sassolini dalle scarpe nel momento in cui lasciano un posto importante. Ci aveva provato anche Ari Fleischer, ex portavoce di Bush ma si dice che il suo libro sia così noioso e privo di notizie sensazionali che dopo qualche tempo sugli scaffali delle librerie sia pronto per il macero.
McClellan non risparmia nessuno: accusa Rove, l’ex stratega di Bush, di avergli mentito sulla vicenda della fuga di notizie dalla Cia, Condoleezza Rice di essere sorda alle critiche e Cheney di essere “il mago" che manovra la politica da dietro le quinte stando bene attento a non lasciare traccia del suo passaggio.
L’ex portavoce della Casa Bianca non arriva fino ad accusare Bush di aver volutamente mentito sulle vere ragioni per invadere l’Iraq, ma afferma che lui e il suo staff oscurarono la verità e fecero in modo che "la crisi fosse gestita così da far apparire la guerra come l’unica opzione praticabile". Quella messa in piedi dalla Casa Bianca nell’estate del 2000, aggiunge McClellan, fu una "campagna di propaganda politica" mirata a "manipolare le fonti alle quali attinge l’opinione pubblica" e a "minimizzare le reali ragioni della guerra»". Tra gli altri episodi citati nel libro anche un dialogo a porte chiuse tra Rove e Lewis Scooter Libby, aiutante di Cheney che rivelò le notizie su Valerie Plame agente segreto della Cia. Su tutta la faccenda Libby paga col carcere e in molti chiedono l’impeachment per il vicepresidente (mentre Rove è indagato). McClellan lasciò la Casa Bianca il 19 aprile del 2006 dopo che il nuovo capo di gabinetto Joshua Bolten, avviò un radicale rimpasto di cui fece le spese anche Karl Rove.
"Ammiro ancora Bush" scrive McClellan, che ha appena compiuto 40 anni e lavora con il presidente dai tempi in cui govrnava placidamente sul Texas, nelle 341 pagine del libro anticipato dal Washington Post, "ma lui e i suoi consiglieri hanno confuso la propaganda con l’onestà e il candore necessari a costruire e mantenere il supporto dell’opinione pubblica in tempo di guerra. Da questo punto di vista Bush è stato terribilmente malconsigliato, specie per quanto riguarda la sicurezza nazionale". L’ex capo ufficio stampa ha anche accusato lo staff della Casa Bianca di aver gestito in maniera disastrosa la comunicazione durante la devastazione portata dall’uragano Katrina nel 2005. "Per tutta la prima settimana non hanno fatto altro che negare" scrive McClellan, "così uno dei più gravi disastri della storia del nostro Paese è diventato il più grave disastro della presidenza Bush". McClennan racconta anche della famosa foto (qui sopra) con il presidente che guarda New Orleans seduto sull’Air force one, invece che in mezzo alla gente. Su quella foto c’è stata un discussione e, come sempre, racconta McClennan, l’ha avuta vinta Rove. Mancano sei mesi all’addio di George W., un altro libro ci racconta dall’interno che disastro è stato questa presidenza. Persino per chi ci ha lavorato.

21 maggio 2008

Il nuovo secolo degli Stati Uniti, intervista con Arnaldo Testi

Martino Mazzonis

La politica e la storia americane sono più ricche e articolate di quanto non tendiamo a raccontarci. Il secolo degli Stati Uniti (Il Mulino, 20€) di Armando Testi, che insegna storia degli Stati Uniti a Pisa, è un affresco completo, rapido e ricco di suggestioni. Una lettura del secolo americano dove si intrecciano i grandi accadimenti ufficiali e le mutazioni di lungo periodo, le guerre e la produzione culturale. Con Testi abbiamo provato a parlare della campagna presidenziale Usa con uno sguardo rivolto al secolo scorso.

L’ultimo capitolo del libro (che riguarda la presidenza Bush) è narrato al passato, un’esigenza editoriale o il secolo americano sta davvero finendo?
Sono vere entrambe le cose. Pensavo all’effetto che avrebbe fatto tra due anni a uno studente, certo, ma probabilmente possiamo già parlare al passato dell’era Bush. C’è l’ipotesi di uno dei grandi cambiamenti di regime che caratterizzano la storia nazionale americana. Sia dal punto della politica estera che da quello della politica interna mi sembra di percepire una grande incertezza. Cosa sono i due grandi partiti e chi sono i loro elettori? I democratici si interrogano su quale sia la coalizione sociale che può restituire loro una forza stabile, mentre i repubblicani ragionano sul crollo finale della coalizione che sostenne il New deal. Molti studiosi si chiedono se le prossime saranno elezioni storiche, ma è difficile dare una risposta netta. E’ già così per le candidature democratiche, anche se Obama potrebbe finire come McGovern, che perse nel 1972 come outsider con una piattaforma populista e anti guerra del Vietnam. Ma la sensazione resta, c’è un senso di eccitazione e partecipazione e i dati quantitativi parlano chiaro.

Tra le cose che cambiano sembra esserci un nuovo atteggiamento nei confronti del rapporto tra religione e politica.
A guardare alcuni dati sembra che anche su quel fronte stia avvenendo una rottura: gli evangelici non sono più così legati ai repubblicani. McCain non ha il profilo del candidato valoriale che piace alla destra, ma la stessa destra religiosa sembra non essere più la punta egemonica del movimento religioso protestante. Così la coalizione repubblicana perderebbe una delle componenti di amalgama tra valori e interessi che l’ha sorretta. Qualche indagine approfondita mostra che la difesa del creato (il tema ambientale) stia diventando più importante dell’aborto. Non è chiaro se si tratti solo di una speranza di alcuni analisti. Certo è che negli anni 70 ci abbiamo messo tempo a capire che la destra evangelica non era un gruppetto strambo ma un movimento politico poderoso.

Passiamo ai partiti. Quelli americani sono solo macchine elettorali del leader? Le ultime primarie, con due outsider che vincono (nel caso di Obama non è sicuro al cento per cento) sembrano raccontare un’altra storia.
Negli ultimi anni si è vista una ripresa di funzioni, di ruolo, di autorità del partito struttura permanente. E’ ovvio che le primarie vere, di diritto pubblico che non servono a fare votare uno già scelto dall’alto, spingono a far crescere la personalità e il carisma del candidato. Ma c’è una riorganizzazione generale dei partiti e, in particolar modo dei democratici. Per la prima volta il segretario, Howard Dean, è una figura nota, la sua elezione ha avuto un significato politico e sta funzionando. Lo stesso Dean ha detto delle presidenziali: «Bisogna far finta che sia un’elezione diretta». Vuol dire che ogni voto conta, che bisogna essere presenti ovunque anche dove non c’è speranza di prendere lo Stato e i relativi grandi elettori. E poi, cosa importante per uno che ha fatto le primarie del 2004 usando benissimo il Web e le nuove tecnologie, Dean ha detto «Basta Tv, facciamo il porta a porta». Non esattamente il modello di politica americana che noi immaginiamo, dove il lavoro organizzativo di base è stare nei quartieri, esserci, parlare. C’è un’estensione dell’autorità del partito, anche se è ovvio che di fronte a delle primarie vere con candidati forti, non è il partito che interviene a sciogliere i conflitti, a decidere se Clinton debba o no lasciare. Io sostengo che dagli anni 70 c’è stata una ripresa organizzativa della forza dei partiti. Lo stesso vale per la riorganizzazione delle primarie negli anni 80 - una reazione alla sconfitta di McGovern - con l’invenzione dei supermartedì. Mettendo tutte le primarie assieme solo i candidati che hanno il sostegno del partito riescono a sopravvivere. Lo stesso Dean venne macinato in fretta.

Si vincono solo al centro le elezioni americane? O è anche questa una nostra proiezione?
Se guardiamo le cose sul lungo periodo osserviamo che i modi di vincere le elezioni sono diversi. In alcuni casi c’è stata la corsa al centro, in altri, e queste sono state le elezioni significative, si sono mobilitate le ali o i non elettori. E’ il caso del New deal e quello di Ronald Reagan. Quando i candidati hanno egemonizzato il centro e attratto le ali. Non saprei cosa potrebbe essere il centro nel 2008. Entrambi punteranno agli elettori indipendenti, ma questi non sono necessariamente il centro. In questo senso credo che possano essere due candidature diverse. Il problema di Obama è che di certo porta dentro, ma probabilmente lascia anche scappare - non sappiamo come reagirà l’elettorato bianco. Gli elettori bianchi si sono mossi molto tra il ’64 e il ’68, poi nell’80 e di nuovo con Clinton. Non c’è più quella lealtà incrollabile rappresentata da quanto sentii dire da un’anziana signora: «Neanche se Gesù fosse repubblicano voterei per loro...e d’altra parte Gesù non può essere repubblicano». Una cosa simile a Pci e Dc. Non è più così ed è difficile sapere chi premieranno o puniranno gli spostamenti. Obama è capace di fare una intelligente narrazione della storia nazionale. Il suo discorso sulla razza in risposta alla polemica sul reverendo Wright è uno dei discorsi intelligenti politici fatti negli Usa in epoca moderna, difficile da fare in maniera razionale sulla piazza pubblica. Lui può usare la sua vicenda personale, che è una storia conflittuale. Sua moglie Michelle manda un messaggio diverso. La prima volta che ho visto i due Obama ho ricevuto dei messaggi nettamente distinti. Lui lancia un messaggio di non aggressività e non risentimento nei confronti dell’elettorato bianco. Michelle un po’ meno e i bianchi americani lo percepiscono.

Un tema molto presente nelle primarie è quello populista del commercio internazionale, del protezionismo. C’è spazio per un ritorno vero di quelle scelte?
Secondo me sono discorsi elettorali. Chiunque vincerà dovrà deludere quelle promesse. L’economia americana è così globalizzata che sembra davvero difficile poter scegliere quella strada. Ci sono stati episodi di lingua biforcuta da parte di entrambi i candidati sui temi del commercio estero: mentre criticavano il Nafta davano garanzie informali sul fatto non ci saranno rivoluzioni. Diverso sarebbe se scoppiassero guerre commerciali e il meccanismo di redistribuzione dell’autorità a livello globale (verso Cina e India) non prendesse forme così aspre da precipitare in una crisi. Svolte protezionistiche ci saranno in caso di crisi internazionali, non per stare mantenere promesse fatte agli operai dell’Ohio. Nel suo ultimo libro Fareed Zakaria (auorevole giornalista/esperto di politica internazionale del Newsweek) sostiene che non c’è una crisi Usa, ma la crescita di altri poteri e che ci si deve preparare a un’età policentrica. Una bella cosa in teoria, ma non prevede il momento di passaggio: cosa succede quando ci si sente minacciati nelle proprie posizioni, quando si perdono pezzi di mercato e le forme di competizione che ci penalizzano? Una crisi difficile da gestire. Mi pare di capire che nello staff di Obama il problema venga contemplato e che si spinga per usare i tavoli multilaterali. Potrebbe essere un segno della raggiunta consapevolezza della propria debolezza.

Obama ha (quasi) vinto raccogliendo consensi tra i giovani e criticando le forme della politica e della gestione del potere. E’ in atto un salto generazionale?
Non è successo dalla sera alla mattina. Ci sono simil-Obama in giro: come governatori, sindaci, un senatore del Sud. C’è una generazione di quarantenni neri, a volte figli dei dirigenti dei diritti civili, ma radicalmente diversi dai loro genitori. Il sindaco di Newark, Booker, ad esempio. Anche di lui si è detto che non era abbastanza nero. C’è chi si porta dietro il peso di quello che ha significato fare politica negli anni 60, esponenti di un ceto sociale uscito dal ghetto. Sia Obama che il sindaco di Newark sono persone che sono tornate a lavorare nel ghetto per scoprirlo, impararlo. E’ difficile mischiare Obama e compagnia con la cultura del rap, sono abissi culturali. E quindi c’è un cambiamento nella comunità afroamericana, ma anche nelle comunità ispaniche e bianche. Francamente prevedere se il cambiamento generazionale è anche un cambiamento reale del panorama politico è difficile. Non si riesce a intravedere ancora qual’è la nuova cultura politica. Probabilmente però vedremo l’emergere di un ceto politico nuovo che finalmente manderà in pensione i baby boomers.

5 maggio 2008

North Carolina, profondo Sud (che cambia)

Come l'Indiana, la North Carolina non è un Paese per democratici. Il georgiano e bianco possidente del Sud Jimmy Carter è l'ultimo presidente ad aver portato a casa lo Stato per il suo partito. Nemmeno Clinton, l'altro presidente del Sud, è riuscito a strapparla al Grand Old Party.
Come per l'Indiana, lo Stato è stato colpito negli ultimi anni dalle conseguenze dall'abbattimento delle barriere commerciali. Al pari della sua parente del Sud, la Carolina ha visto le sue aree rurali e i piccoli centri industriali spazzati via dalla concorrenza asiatica: un quinto del lavoro manufatturiero è andato perduto e il cotone e il tabacco non servono più a produrre ricchezza. Ma la crisi della vecchia industria non è tutto. Se in South Carolina è il turismo ad essere la nuova frontiera, a Raleigh e Charlotte il tentativo è quello di generare crescita con un enorme investimento in ricerca e sviluppo. Lo Stato sta investendo 5 miliardi di dollari per costruire un Research campus a Kannapolis con l'idea di produrre 37mila nuovi posti di lavoro. Un esperimento simile ha funzionato con il Research triangle park, fondato el 1959, all'inizio del declino di tessile e tabacco. Il problema, qui come altrove, è che il nuovo lavoro di qualità non pesca nei bacini della disoccupazione post-industriale. Come altrove, insomma, lo sviluppo è destinato ad attrarre giovani brillanti e laureati, ma lascia fuori quel ceto medio in balia della grande trasformazione che sta attraversando tutti gli Stati Uniti.
Su gli scontenti e insicuri punta Hillary Clinton, che spera così di colmare il divario che da mesi la vede dietro nei sondaggi. La proposta sul taglio delle tasse sulla benzina - populista e di corto respiro - sembra fatta apposta per corteggiare le famiglie che non ce la fanno a pagare i conti. Gli attacchi a Obama sul gun control sono la stessa cosa. Il tentativo è quello di replicare Ohio e Pennsylvania. Sulla grande comunità afroamericana può contare Obama: il 21% della popolazione e possibile 40% degli elettori delle primarie sono neri e voteranno a grande maggioranza per lui. Anche i cambiamenti dell'economia locale, con i centri di eccellenza sono un bastione del senatore dell'Illinois. La vicenda del reverendo Wright lo ha colpito pesantemente e il suo vantaggio, un tempo sopra i dieci punti, oggi oscilla nei sondaggi tra un massimo di dieci e 3 punti. Una sconfitta di misura sarebbe per Hillary il segnale da agitare che è lei ad avere il vento nelle vele. Per Obama un vantaggio sotto i cinque punti sarebbe un disastro. Una vittoria larga è importante anche sul fronte dei delegati: qui sono 115, il numero più alto rimasto prima di Denver e portarne a casa parecchi, per Obama, sarebbe un passo in più verso la nomination. Le cronache dal campo raccontano di una campagna del senatore meno caratterizzata da grandi raduni, che punta sul porta a porta e gli incontri tematici. Qui come in Indiana, piccoli centri in crisi e fabbriche sono stati molto corteggiati.
Nessuno tra i contendenti può contare sull'appoggio di John Edwards, che è nato qui e qui veniva eletto senatore. Un suo sostegno servirebbe proprio a corteggiare quei lavoratori bianchi che sono diventati oggetto del contendere dal Supermartedì in poi. Ma l'ex avvocato dei poveri non ha intenzione di scoprirsi: vuole un posto nella prossima amministrazione e gli serve di sostenere il vincitore finale.

Indiana elettorale

L'indiana è uno stato con poco più di 6 milioni di abitanti, terra di fabbriche (senza grandi città industriali, però), di campi di grano e di sport: la gara automobilistica di Indianapolis e il basket, grandissima passione dello stato. E' uno stato conservatore che fa da cerniera tra il mid-west e il sud: a ovest l'Illinois, a est l'Ohio e a sud il Kentucky. Un democratico qui non vince le presidenziali dal 1964 (nell'immagine la distribuzione del voto nel 2004 nei distretti elettorali dello stato: in rosso i repubblicani. I democratici vincono nelle città, come al solito).
Gli abitanti dell'Indiana sono chiamati Hoosiers, non si sa bene perché (in realtà un po' di storie al riguardo esistono, e una è divertente: si tratterebbe di una cattiva ricezione del termine "ussaro" a inizio '800. Scherzi delle migrazioni dalla vecchia Europa). Fine delle notizie alla wikipedia.
Dal punto di vista elettorale, in queste primarie, dovrebbe essere favorita la Clinton, anche se i sondaggi hanno visto un testa a testa tra i due candidati proprio nell'ultimo mese. L'elettorato democratico è composto in buona parte dal tipico bacino elettorale della Clinton: lavoratori bianchi, sindacalizzati e poco scolarizzati (l'industria manufatturiera e quella dell'automobile in questo stato sono - erano - una cosa seria). Come in Pennsylvania (vedi qui e qui le nostra schede). Vicino all'Illinois le buone notizie per Obama: una discreta percentuale di popolazione nera che subisce l'influenza dello stato di provenienza del senatore. Inoltre, al contrario della Pennsylvania, in queste primarie possono votare anche gli indipendenti, più propensi a sostenere Barack. Vedremo se il suo sforzo di portare nuovi elettori al seggio funzionerà.
Il solito mix di necessità mediatiche e opportunità politiche ha caricato questo appuntamento di enormi significati, ed entrambi i candidati hanno speso grosse cifre per la campagna elettorale. Se Obama vincesse la Clinton sarebbe quasi costretta al ritiro, al contrario avrebbe un ulteriore spinta, ora che è già in recupero. I suoi strateghi continuano a sostenere che chi vince in Indiana vincerà le presidenziali. Forse esagerano..
Il senatore democratico dello stato Evan Bayh, molto popolare, appartiene a una vecchia dinastia politica locale (suo padre è stato senatore e ha partecipato alle primarie democratiche per le presidenziali del 1976) ed è un grande sostenitore della Clinton. E' un possibile candidato alla vicepresidenza nel caso la Clinton ce la facesse.
I temi locali della campagna elettorale sono stati tre: lavoro, lavoro, lavoro. La crisi è la stessa dell'Ohio, della Pennsylvania.. Si è promesso lavoro e molto protezionismo, un tema ricorrente di questa campagna elettorale (guardate qui lo spot elettorale di Hillary che ricorda, con toni populistici, le sue umili origini, e qui il video di Obama di fronte a una fabbrica dismessa). Ormai le parole, le strategie, i contenuti e gli stili di comunicazione di questa campagma elettorale non cambieranno. Aspettiamo, da domani, il prossimo diluvio di numeri e commenti.

30 aprile 2008

Glossario della crisi economica/3. SUBPRIME 2.0

Le Salsicce infette contagiano i mercati


Gli analisti negli ultimi tempi parlano di una crisi finanziaria di proporzioni enormi (Krugman parla di crisi simile a quella del 1929) avviata dallo scoppio della bolla immobiliare e dalla vicenda dei mutui subprime. La crisi dei mutui, infatti, rischia di minacciare la salute dell’intero mercato finanziario americano e di “contagiare” anche i mercati europei.
A questo punto è utile cercare di capire i perché di questo contagio, che non risiede solo in un periodo di panico e di mancanza di fiducia da parte degli investitori. Esiste, infatti, una catena di trasmissione che lega i mutui, i pignoramenti e le difficoltà dei risparmiatori americani alle attuali turbolenze finanziarie.
Il problema è quello delle salsicce infette. Ovvero: la banca che eroga i mutui può - a determinate condizioni - "cartolarizzarli", ossia trasformarli in strumenti finanziari: gli "ABS", Asset Backed Securities. Gli ABS sono titoli il cui valore è garantito del valore delle case ipotecate dal mutuo. Il rendimento dei titoli è legato agli interessi che il debitore paga e che sono tanto più alti quanto minore è la sua affidabilità.
Gli ABS immobiliari insieme con altre cartolarizzazioni vanno a comporre altri strumenti finanziari detti CDO, (Collateralized Debt Obligation), ossia obbligazioni composte da diversi tipi di titoli. La banca propone al risparmiatore un investimento in cui sono presenti moltissimi tipi diversi di obbligazioni e altre attività finanziarie, differenti per rischio e reddito, in modo da assicurare una certa stabilità ma anche un certo profitto.
Praticamente la banca si copre dal rischio legato ad investimenti rischiosi come i mutui emettendo “obbligazioni salsiccia” in cui dentro c’è un po’ di tutto, compresi i titoli legati ai subprime.
Questi titoli erano considerati redditizi e sicuri perché al momento dell'emissione non si avvertivano motivi particolari di preoccupazione e i prezzi delle case salivano. I frutti di questa'ingegneria finanziaria finivano poi in fondi comuni o in polizze vita senza che l'investitore finale fosse consapevole del rischio insito in questo genere di titoli.
In sintesi, le banche d’affari americane dopo aver concesso i mutui subprime li hanno impacchettati in una obbligazione e li hanno rivenduti ad altre banche in tutto il mondo (oltre agli USA soprattutto Inghilterra, Francia, Germania e Giappone) . Esiste un contagio da mutui le cui proporzioni ancora non sono chiare. L'incertezza non riguarda solo l'ammontare del valore di questi titoli, ma anche dove essi sono andati a finire. Anche perché questi strumenti finanziari possono essere impacchettati più volte in un sistema di scatole cinesi che impedisce alle stesse banche di capire dove finiscano effettivamente i titoli.
Per qualche tempo si è pensato che i titoli subprime fossero confinati solo in portafogli di istituzioni bancarie e finanziarie americane. Ma le cose non stavano così. La Bce ha ammesso che la situazione europea non è molto diversa da quella americana: ha cominciato la banca tedesca Ikb ad andare in bancarotta perché colpita dalla crisi dei mutui subprime e poi anche la banca olandese Nibc, poi Bnp Paribas.
Le banche, infatti, hanno dovuto affrontare una “crisi di liquidità”, ovvero: le banche con le obbligazioni si indebitano a breve termine, mentre i mutui immobiliari sono, per definizione, strumenti di lungo periodo. Quando il pagamento delle rate dei mutui procede senza problemi le banche riescono a ripagare le obbligazioni (il tasso d’interesse concesso sull’emissione dell’obbligazione per essere competitivo deve essere altissimo, se no non le sottoscrive nessuno). Però si è trascurato il fatto che alla scadenza i titoli vanno rimborsati e se chi ha fatto il mutuo (sottostante al titolo) non paga, la banca deve intaccare le proprie riserve o sperare di recuperare con una nuova emissione, contando sul fatto di posticipare il pagamento ai sottoscrittori.
La seconda via non è molto percorribile perché appena si diffonde la voce dell’inaffidabilità di un titolo questo non viene più acquistato. La banca si trova con un credito che non verrà rimborsato da una parte (mutuo), un debito da pagare e niente in mano per pagarlo. Con una crisi di ampie proporzioni come quella in atto ecco arrivare la crisi di liquidità che porta la banca sull’orlo della bancarotta (come Bear Sterns).
I primi sintomi della crisi sono stati ignorati nella convinzione che questo «nuovo mercato» del credito fosse strutturalmente molto meno esposto alle crisi finanziarie: i nuovi strumenti consentono infatti di diluire tutti i rischi. Il caso tipico è proprio quello dei mutui: l’istituto che li concede spezzetta poi il credito e lo trasferisce ad altri fondi e banche che a loro volta «impacchettano » il tutto sotto forma di obbligazioni che vengono rivedute sul mercato.
E’ vero che con la «nuova finanza» i rischi sono stati diluiti, ma non fino al punto di «vaccinare» il sistema dalle conseguenze di un’ondata di prestiti concessi in modo avventato. E’ una delle disfunzioni indotte da una trasformazione del mercato che un capitalismo ben funzionante dovrebbe vedere e correggere tempestivamente: i controlli sulla solvibilità dei debitori sono spesso venuti meno perché l’istituto che emetteva il mutuo era più interessato ai profitti che alle condizioni di prestiti destinati, comunque, a essere trasferiti ad altri.
Ora che si è tornati con i piedi per terra si scopre che il nuovo mercato dei derivati (un derivato è un titolo il cui valore è legato al valore di qualche altro bene o azione) oltre al positivo effetto di diluizione dei rischi, si tira dietro anche un problema, in qualche modo speculare rispetto a questo vantaggio: una volta che emerge una crisi, è difficile individuare e circoscrivere i focolai perché i prodotti finanziari «avariati»— nel nostro caso i mutui — possono essere finiti ovunque.

(Matteo Dian)

28 aprile 2008

Le imbarazzanti amicizie religiose del senatore McCain

Martino Mazzonis
Approfittando della lunghezza delle primarie democratiche, il senatore McCain mette a punto la sua strategia. Il veterano di guerra e della politica sa bene due cose: deve prendere le distanze da George W. Bush e tentare di espandere la base che ha eletto l’amministrazione in carica. La guerra al terrore non si vende più come nel 2004 e pensare di vincere con quella sarebbe perdente. Per questo McCain punta agli indipendenti e agli ingenui. O almeno così viene da pensare a giudicare dal tour che il candidato repubblicano ha compiuto negli ultimi giorni a caccia del voto afroamericano.
Di certo ci vuole faccia tosta a presentarsi nei quartieri poveri devastati dall’uragano Katrina e a Selma, luogo della storica marcia per i diritti guidata da Marthin Luther King. Nella città del sud ancora in attesa di risposte da parte del governo federale McCain ha spiegato che la risposta all’uragano è stata “disastrosa", che una cosa del genere "non deve più capitare" per poi non saper rispondere alla domanda: "Secondo lei questi quartieri poveri vanno demoliti o restaurati?". Non una domanda da poco dal momento che è in corso un duro braccio di ferro tra migliaia di persone che aspettano di potersene tornare a casa e gli immobiliaristi, che puntano a rendere la città un posticino di lusso dove far trasferire famiglie pronte a spendere migliaia di dollari al metro quadro.
Ma essere impreparati o furbetti non sarebbe un problema. Il problema di McCain a New Orleans è un altro e si chiama John Hagee, che di mestiere fa il telepredicatore miliardario. E qualcuno gli ha fatto una domanda anche su di lui. "Non è una mia vecchia conoscenza" ha risposto. Vero. Tanto quanto la scelta del senatore di cercare il sostegno ufficiale del pastore di San Antonio, sostegno ottenuto lo scorso febbraio. McCain non tira tra gli elettori che votano con la croce nella mano destra e da quando è diventato candidato corteggia quell’elettorato. Qual’è il problema di Hagee? Quelle che seguono sono sue frasi: "Katrina è una punizione divina contro New Orleans. In città c’era una quantità di peccato che era offensiva per dio. Il lunedì in cui è arrivato Katrina si doveva addirittura tenere una parata di omosessuali". Altro motivo per cui dio avrebbe mosso le acque è la pressione, in quelle settimane, di Washington su Israele perché abbandonasse gli insediamenti nei Territori. Avendo visto tolta terra a Israele, Dio l’ha tolta agli Usa. Andatelo a raccontare ai derelitti che hanno passato giorni sul tetto di casa che la catastrofe prodotta dall’incuria umana è una punizione divina. O che dio agisce come una Onu vendicativa.
Hagee è un personaggio controverso: è divorziato e risposato, guadagna milioni di dollari come amministratore delegato del suo network evangelico, trasmette su 160 canali locali, predica l’unità evangelica con Israele e sostiene che la religione musulmana invita a uccidere i cristiani. Pur non essendo tra i predicatori pittoreschi, ha un’influenza molto grande ed è una colonna portante di quella destra religiosa che sostiene il partito repubblicano in maniera smaccata. Non è il solo.
Tra gli alleati di McCain c’è Rod Parsley, il possibile futuro dell’evangelismo conservatore. Più giovane e carismatico, il suo territorio è l’Ohio, lo Stato dove Bush ha di fatto vinto le elezioni nel 2004. Quell’anno, guarda che caso, tra le schede su cui mettere la croce nel giorno delle presidenziali, c’era anche un referendum statale che aboliva il matrimonio omosessuale. Parlsey promosse il referendum e i cristiani dell’Ohio parteciparono come non mai al voto. Il corpulento pastore è uno che parla a neri e bianchi e, a fine febbraio, durante le primarie in Ohio, parlò ad un comizio di McCain a Cincinnati. Erano i giorni in cui dal campo delle primarie repubblicano non era ancora stato eliminato Mike Huckabee, il predicatore evangelico che raccoglieva i voti religiosi. Il sostegno di Parsley fu una mano santa per McCain.
Come Hagee, Parsley ha le sue teorie religiose. Nel suo libro del 2005, “Silent no more”, spiega che è in corso "una guerra tra islam e civiltà cristiana". L’America, secondo Parsley, sarebbe stata fondata con il disegno di "vedere distrutta questa falsa religione e l’11 settembre è una chiamata alle armi che non possiamo ignorare". Un vero moderato. Come quando sostiene che occorre mettere in galera gli adulteri. Uno tutto d’un pezzo? No, se è vero che si è beccato una denuncia per aver infranto le regole al sostegno dei partiti che consentono alla sua chiesa di non pagare le tasse - non paga se non si schiera e lui ha trovato il modo per schierarsi e non pagare, ma lo hanno beccato.
Nelle scorse settimane le frasi sull’11 settembre del reverendo Wright, padre spirituale di Barack Obama, hanno generato attacchi a raffica da parte di McCain. Se il senatore afroamericano dovesse diventare il candidato democratico come è probabile, avrà qualche freccia al suo arco. Agli elettori indipendenti e ai moderati negli Stati a maggioranza repubblicana potrebbero dispiacere più Hagee e Parsley che non Wright.

22 aprile 2008

L'ultima spiaggia di Clinton (l'ennesima)

Pittsburgh e Philadelphia, le industrie chiuse di acciaio e carbone e le terre coltivate che hanno un'anima conservatrice, le ascendenze nord europee ed una città, “Philly" come la chiamano, più cosmopolita e mista del resto dello Stato. Sondaggisti e strateghi da settimane si affannano per leggere in controluce la società e la politica della Pennsylvania, nuovo giro di boa delle primarie democratiche. Si è detto già altre volte: questo è un appuntamento decisivo, per Hillary Clinton è un'altra ultima spiaggia. E' probabile che superi anche questa, la composizione del voto democratico nello Stato (e i sondaggi) le danno un certo vantaggio. Il distacco di Barack Obama nelle intenzioni di voto rilevate dai sondaggisti però si è assottigliato: gli ultimi pubblicati regalano alla senatrice un vantaggio di tre cinque punti. Molti analisti concordano che un distacco ridotto sarebbe doloroso per Hillary perché non le consentirebbe di ridurre il ritardo accumulato nella conta dei delegati alla convention democratica di Denver ad agosto. La chiave di tutto saranno i maschi bianchi, come altre volte le donne bianche favoriscono Clinton in maniera abbastanza chiara e tutti gli afroamericani stanno a stragrande maggioranza con la loro speranza - così almeno ci racconta un sondaggio della Temple University di Philadelphia.
Ad oggi i numeri dicono +141 per il senatore nero dell'Illinois, +164 se si prendono in considerazione i superdelegati, eletti e dirigenti che partecipano di diritto. Negli ultimi mesi un numero crescente di questi pezzi grossi del partito hanno scelto di schierarsi con Obama, contribuendo così ad assottigliare la pattuglia di indecisi e riducendo al minimo il vantaggio di Clinton su questo terreno. Un vantaggio che a gennaio era ritenuto incolmabile da qualsiasi osservatore della politica statunitense.
Per questo la Pennsylvania è importante, dopo questo grande Stato che elegge molti delegati le cose potrebbero essere finite. Oppure no, è già successo nei mesi passati. E per questo le ultime settimane di campagne sono state tanto aspre, i toni cattivi, le polemiche accese. Negli ultimi due giorni gli spot Tv di entrambi sono cattivissimi, uno accusa l'altra di prendere soldi dalle lobby mentre la senatrice risponde con l'accusa di essere uno che parla contro il sistema che ci si trova bene dentro. La novità sta nell'aggressività di Obama, non viceversa. ha dichiarato David Axelrod, stratega del senatore. E poi dalle primarie in Mississippi sono passati quaranta giorni, la pausa più lunga era stata di due settimane. Gli elettori hanno avuto tempo per riflettere, i media hanno potuto sezionare i candidati, le polemiche esplodere ed essere digerite. Dopo questo voto, insomma, si capirà che tenuta ha Obama contro quegli attacchi duri che saranno il suo pane contro McCain nel caso diventi lui il candidato come ieri è arrivato ad auspicare il Financial Times (). L'editore di destra e crociato degli scandali anti Bill, Richard Mellon Scaife, ha invece scelto Hillary.
La Pennsylvania ha anche un valore nazionale, ci dirà se stiamo assistendo ad un cambiamento epocale. Da queste parti, infatti, abita il tipico elettore che negli anni 80 ha lasciato il partito democratico per diventare parte del tifone reaganiano, consolidandone la base. Classe lavoratrice bianca in crisi di identità, conservatrice sul terreno morale, che ha abbracciato la formula patriottica, moralista, della liberalizzazione e del meno tasse. La crisi del partito democratico, una certa mancanza di idee rinnovate, capaci di parlare a quel momento storico, l'assenza di leader carismatici ha spostato fasce prodigiose di elettorato. Era appena successo in Gran Bretagna e in forme diverse sarebbe successo ovunque. Bill Clinton ha saputo spezzare il ciclo, ma non dare una prospettiva nuova ai democratici. Dopo un mandato si è trovato un Congresso a maggioranza repubblicana e si è spostato progressivamente a destra. Poi Bush figlio ha portato in dote la mobilitazione degli evangelici, una loro partecipazione al voto massiccia e determinante in diversi Stati.
Erano i “Reagan democrats" e a novembre la scommessa democratica è di farli tornare all'ovile. Un ritorno alla partecipazione, all'iscrizione al voto e al volontariato si è già visto altrove, anche in diversi Stati tradizionalmente rossi (è il colore del Grand Old Party, i repubblicani) e anche in Pennsylvania la tendenza è questa. Nel 2002 i democratici registrati al voto furono 3 milioni e 200 mila, seicentomila in meno dei repubblicani, oggi sono 4 milioni e 200mila, un milione in più. Anche in contee rosse crescono i blu. Nel 2004 qui vinse Kerry, e i numeri sembrano dire che i Reagan democrats non ci sono più. La presenza di quella tipologia di elettore favorisce Hillary Clinton che fino ad oggi ha vinto in New Jersey e Ohio, Stati a maggioranza bianca con caratteristiche simili. Obama dovrà cercare di rosicchiare punti tra quell'elettorato e fare il pieno a Philadelphia e dintorni dove vivono più giovani (lo Stato è “vecchio", altro vantaggio per Hillary), più laureati, e una popolazione afroamericana che fa più del 40% della città. L'afflusso di nuovi elettori, immigrati nello Stato o giovani, è una buona notizia per lui. E', come sempre, una questione di coalizioni, di gruppi sociali, comunitari e più spesso una sovrapposizione delle due cose.
Classe e razza. Il reverendo Wright, controverso pastore di Obama e i commenti dello stesso senatore sulla popolazione sui lavoratori delle piccole città industriali in declino che per ritrovare speranza si aggrappano a croce e fucili. A parte il fatto che con altri fattori in gioco il ritorno alla tradizione di queste settimane ricorda qualcosa agli italiani - e perché no, al Pc francese che si ritrovò incalzato nei suoi bastioni del Nord non dai socialisti ma da Le Pen - l'analisi (fatta in privato) di Obama e la retorica a tratti eccessiva del suo padre spirituale sono diventati l'arma in più di Clinton. Di Sanità, Iraq, tasse e crisi economica la gente ha già sentito parlare per mesi e sono le notizie fresche quelle che possono condizionare un voto. E di questo si è parlato nel dibattito Tv di venerdì scorso, seguito da polemiche furiose contro i conduttori della Abc da parte dei giornali progressisti che fanno il tifo per Obama. Per giorni si è discusso sui media se il ragionamento del senatore afroamericano fosse offensivo, se fosse giusto. ha attaccato spesso Clinton nei suoi comizi. L'ex first lady qui, come già in New Jersey e Ohio, conta sui tempi d'oro della presidenza del marito, su una popolazione rurale e lavoratrice che non va pazza per l'idea di votare un nero e vede meglio la continuità democratica che non il cambiamento radicale - e a tratti vago - disegnato da Barack Obama. Contro il senatore si è scagliato anche McCain, che vuole continuare a sfruttare la sua immagine di semi indipendente nel partito per attrarre a sé il voto di alcune aree sociali bianche nel caso il nominato democratico fosse il senatore dell'Illinois. La vicenda del reverendo Wright è più vecchia ma segnerà anch'essa questo voto: a Philadelphia Obama ha tenuto il suo discorso sulla razza proprio per schivare gli attacchi e rilanciare in avanti. La sintesi politica stretta di un lungo testo di tono alto è: in America il problema della razza esiste, le asprezze e la rabbia del reverendo sono il bagaglio di una generazione presa a bastonate nella stagione dei diritti civili. La mia storia racconta che possiamo superarlo, anche per questo sono candidato.
Anche Hillary ha avuto i suoi piccoli guai in questa lunga pausa senza voti. Mark Penn, consigliere del marito e mente della sua campagna ha lasciato dopo mesi di polemiche interne. I superdelegati hanno continuato ad accumularsi nella bisaccia di Barack. Una sua battuta su MoveOn - organizzazione a rete che raccoglie fondi e lancia campagne, schierata con Obama dopo un referendum on line tra gli iscritti - e sui liberal ad una cena per raccogliere fondi susciterà la rabbia dei milioni di progressisti che stanno donando a Obama e potrebbero non darsi da fare per lei. E poi è e resta indietro e il suo argomento sulla non eleggibilità del suo avversario non regge alla prova dei sondaggi - e a quella degli Stati bianchi dove Obama ha vinto.
La chiave del voto in Pennsylvania sta tutta nella capacità di Obama di rispondere ai temi che lo hanno investito. Quanti lavoratori amareggiati sarà riuscito a convincere che il suo era un commento analitico e non una forma di disprezzo. Che i fucili e la croce non sono qualcosa di sbagliato in sé ma rischiano di diventare una trappola, un rifugio senza prospettive? Nessun candidato per qualsiasi piccolo incarico, se non forse in qualche quartiere di New York e San Francisco potrebbe sostenere il contrario e sembra che i gun owners, i possessori di fucili stiano uno contro due con la senatrice (sulla stampa sono apparsi articoli che ricordano l'attività per il gun control, la limitazione alla circolazione di armi da parte di Obama). Se il venditore di speranza avrà fatto bene i suoi compiti la corsa sarà finita e un outsider diventerà candidato alla Casa Bianca. Un fatto tanto storico quanto il fatto che il 45enne senatore non abbia il faccino rosato dei nord europei. Se il messaggio di Obama avrà funzionato in parte, perderà di poco e farà un altro passo verso la nomination e su Clinton le pressioni per lasciare aumenteranno ancora. Se Hillary dovesse vincere con dieci punti di vantaggio, aspettatevi i fuochi d'artificio. Che spesso bruciano le mani alla parte che ci gioca e avvantaggiano il vecchio McCain che aspetta sulla riva del fiume.

21 aprile 2008

Pennsylvania, 22 aprile 2008

Sguardo a volo d'uccello su questa Pennsylvania elettorale. Primo: le notizie di stampo enciclo- pedico sullo stato. E' stato fondato da un quacchero pacifico e molto avanti per i tempi come William Penn, che diede una terra ai suoi confratelli ("quaccheri brava gente": pacifici, tolleranti, open minded). Il soprannome dello stato è Keystone: era centrale nella geografia dell'Unione dei 13 stati, oltre a essere una piccola sintesi dell'economia americana già nell'800. Manifattura più agricoltura e latifondo. L'analista elettorale di casa Clinton James Carville lo ha descritto come "Pittsburgh e Filadelfia con l'Alabama ficcato in mezzo", cioè due grandi cinture industriali con una grande zona rurale che le divide.

In Pennsylvania ci sono 12 milioni di abitanti - è uno degli stati più popolosi - che eleggono 21 "grandi elettori" per le presidenziali del 2008. Il governatore è un democratico, i senatori sono uno repubblicano e uno democratico, Alla Camera dei Rappresentanti ci sono 11 democratici e 8 repubblicani. Il più celebre è il vecchio John Murtha.

Elettoralmente è il classico stato in bilico, tra quelli cruciali per qualsiasi elezione presidenziale. Nel 2004 qui vinse Kerry con due punti e mezzo di vantaggio, e i sondaggi della Rasmussen di questo mese danno in vantaggio qualsiasi candidato democratico su McCain. I sondaggi di aprile che riguardano le elezioni di novembre vanno sempre presi con le pinze, ma la tendenza è a favore dei democratici già da qualche anno (un democratico ha vinto lo stato nelle ultime quattro elezioni presidenziali). Un esempio è la conquista nel 2006 del collegio elettorale dei sobborghi di Pittsburgh, dove a sorpresa un democratico ha battuto la rappresentante uscente repubblicana.
Perché è un esempio importante? Perché si tratta di un collegio formato per lo più da sobborghi residenziali abitati da professionisti bianchi della classe media, con a disposizione un reddito pro capite più alto della media nazionale. Quel tipo di elettorato che più facilmente potrebbe abbandonare i repubblicani stanchi dell'amministrazione Bush, sempre che McCain non si adoperi con intelligenza al loro recupero.

Allo stesso tempo la Pennsylvania è considerata un tipico stato di residenza per i Reagan Democrats, le tute blu che hanno cominciato a votare repubblicano dai tempi di Reagan. Di nuovo è presumibile immaginare che questo tipo di elettorato premi - come in Ohio - la Clinton, la quale vuole affermare l'impossibilità di Obama di fare presa sull'elettorato che possiede questo genere di caratteristiche: tuta blu, bianco, di una certa età, conservatore per quello che riguarda i valori, il più delle volte cattolico e democratico da una vita (spesso per la contestuale frequentazione dell'ambiente sindacale). Nello stato gli over 65 sono il 15,1% della popolazione - contro il 12,4 della media nazionale - e a possedere una laurea è il 25,4%, rispetto al 27% del resto del paese.

I sondaggi oggi danno la Clinton in vantaggio, chi dice di 3 chi dice di 10 punti. A gennaio Obama era sotto anche di 30 punti percentuale. Evidentemente a ragione chi (come l'Economist) sostiene che anche la Pennsylvania è terreno di scontro tra le due americhe democratiche: quella appena descritta e quella "Obamiana", i neri, i giovani, i professionisti della società dei servizi che oggi patiscono gli effetti della crisi finanziaria o sono stufi di Bush.
Sempre l'Economist traccia una sorta di confronto tra i democratici della rust belt di Pittsburgh, cioè delle zona manifatturiera più in crisi, e l'area della Greater Filadelfia (dove si sono impiantate aziende high tech e di servizi). Pittsburgh ricorda l'Ohio, dove i posti di lavoro sono aumentati solo dello 0.5% negli ultimi cinque anni, mentre nell'area di Filadelfia l'occupazione è cresciuta ben oltre il 3% annuo. E nell'area della Grande Filadelfia vive il 60% dei democratici registrati per il voto.

Il risultato delle primarie della Pennsylvania darà un'idea piuttosto precisa del comportamento di voto dell'elettorato democratico, ma ci dirà poco sull'orientamento di chi si registra alle elezioni presidenziali come indipendente. In queste primarie esiste un doppio meccanismo di filtro: possono votare solo gli elettori registrati come democratici e tra loro quelli che lo hanno fatto con almeno un mese d'anticipo. Obama può sperare però che i 100 mila nuovi democratici iscritti a queste primarie siano "gente" sua, mobilitata dai suoi supporter e trascinata dal suo successo mediatico di questi mesi (gli infortuni sono arrivati dopo).

Comunque vadano le primarie (se la Clinton vincesse bene continuerebbe di essere l'unico candidato "presidenziabile", l'unica in grado di vincere negli stati in bilico) qualcuno dovrà ragionare, ancora una volta, su due elementi: come tenere unito il partito democratico a novembre, dove puntare per il futuro. La Pennsylvania, come l'Ohio, è uno stato che non cresce di popolazione, nel quale l'economia va così così (a parte alcune aree) e dove la categorie più allineate al partito sono minoranze in via di estinzione: pensionati e sindacalizzati vecchia maniera. Come il partito democratico italiano, che prende voti dai lavoratori del settore pubblico e dai pensionati. In queste condizioni, un partito può guardare lontano?

14 aprile 2008

Glossario della crisi economica/2. SUBPRIME

La crisi dei mutui

I subprime, (o "B-Paper" o "second chance") sono prestiti che vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato (ovvero al mercato prime), in quanto ha avuto problemi con i debiti precedenti. Circa il 25% della popolazione americana ricade in questa categoria. I prestiti subprime sono rischiosi sia per i creditori sia per i debitori, vista la pericolosa combinazione di alti tassi di interesse e cattiva storia creditizia (fallimenti, insolvenze, pignoramenti …).
Poiché i debitori subprime vengono considerati ad alto rischio di insolvenza, i prestatori applicano un più alto tasso di interesse di quanto non farebbero in presenza di un debitore solido ed affidabile. Coloro che proponevano i subprime hanno sostenuto il ruolo positivo di questo tipo di credito: aver esteso l’accesso al credito a fasce di popolazione che prima ne erano escluse.
Dal 2007, l'industria statunitense dei mutui subprime è entrata in crisi. Un'ascesa vertiginosa nel tasso di insolvenza di mutui subprime ha costretto diverse banche d’affari al fallimento o alla bancarotta.
Gli analisti hanno indicato precise responsabilità. Molti hanno sottolineato le pratiche predatorie dei prestatori subprime e la mancanza di una effettiva supervisione da parte delle autorità governative. Altri criticano i debitori per aver contratto mutui, pur ben consci di non poterli soddisfare.
Al momento della forte crescita dei mutui, tuttavia, i tassi di interesse ai minimi storici e stabilmente bassi, lasciavano pensare che fossero convenienti mutui a tasso variabile. I contratti stessi non prevedevano espressamente un interesse massimo applicabile, perché nessuno si aspettava sostanziosi rialzi. La mancanza di un tetto massimo a permesso l’impennata dei tassi.
Molti rapporti sulla crisi evidenziano pure il ruolo della caduta dei prezzi degli immobili, iniziato nel 2005. Mentre i prezzi crescevano, dal 2000 al 2005, i debitori che avevano difficoltà nell'adempiere ai pagamenti potevano sempre vendere oppure accedere più facilmente a nuovi finanziamenti. Dal 2005, però i prezzi delle case sono calati improvvisamente e drasticamente. Da allora non è stato più possibile vendere la propria casa in caso di difficoltà a ripagare il mutuo.
Mentre la crisi si è rivelata e sono cresciuti i timori su un suo peggioramento, alcuni senatori democratici (Charles Schumer, Robert Menendez, Sherrod Brown) hanno proposto che il governo USA fornisca fondi per aiutare i debitori subprime nei guai ed evitare che queste persone possano perdere la loro abitazione. Alcuni economisti criticano la proposta, affermando che potrebbe persino peggiorare le insolvenze o incoraggiare prestiti ancora più rischiosi.
Quali sono le proposte dei candidati per fa pronte alla crisi?
Hillary Clinton ha l’esplicito obiettivo di salvare i titolari dei subprime e le loro case attraverso un programma di incentivi alla ristrutturazione dei “troubled mortgage”(mutui con problemi), di limitazione delle forti penalità inserite nei contratti e di rafforzamento dell’informazione attraverso un grande piano di strutture indipendenti di consulenza che aiutino e proteggano chi cerca casa e finanziamento.
Barack Obama invece, chiede soprattutto agevolazioni fiscali e fondi di sostegno. Per alcuni commentatori appare decisamente più moderato di Hillary.
McCain ritiene, al contrario, che il ruolo di Washington debba essere limitato, rifiutando la creazione di fondi federali. Il candidato del GOP ribadisce le soluzioni proposte per il bail out delle società in crisi (vedi post precedente):
“Non è compito del governo tutelare gli investitori irresponsabili (tra cui per McCain rientrano 2 milioni di famiglie con mutui a rischio). Il governo deve solo prevenire le crisi garantendo la trasparenza dei mercati”. Tutto ciò testimonia come la finanza e il modo di governarla siano entrati a pieno titolo nella campagna elettorale. Una volta, parlare di banche, borse, azioni e tassi di interesse significava rivolgersi a pubblici ristretti e quindi elettoralmente poco significativi. Oggi, e il popolo dei subprime è la più evidente dimostrazione, la finanza e le sue distorsioni riversano i loro effetti su fasce sociali sempre più ampie e sempre più interessate a sapere cosa ne pensano i candidati alle elezioni, candidati che devono mantenere un difficile equilibrio tra gli oggettivi bisogni di protezione delle persone più deboli e i pericoli delle derive populiste, molto facili in periodi preelettorali.

(Matteo Dian)

7 aprile 2008

Glossario della crisi economica/1. BAIL OUT

“To Bail or not to Bail?” questo è il problema

Parte del dibattito economico degli ultimo giorni si è svolto sulla questione del bail out. Cosa significa? Un bail out (letteralmente, tirare fuori dai guai) è un salvataggio di un’azienda in crisi da parte dello stato, di solito attraverso un prestito. La società in crisi beneficia del prestito per evitare la bancarotta, affrontare i debiti e le spese nell’immediato e per ristabilire la fiducia dei mercati. In questo modo si possono evitare le conseguenze economiche, finanziarie e sociali di un possibile fallimento. Questo tipo di salvataggio è però considerato distorsivo dei meccanismi auto regolativi del mercato (l’impresa che sa di essere salvata è portata a rischiare di più, innescando un circolo vizioso che fa venir meno l’avversione al rischio, con effetti negativi sul sistema economico e sul benessere generale).
Il caso più recente e più clamoroso è il bail out di Bearn Sterns, una delle più importanti banche d’affari degli Stati Uniti. E’ anche l’istituto di credito più attivo nel settore dei mutui sub-prime. Per questo Bearn Sterns si è trovata in crisi di liquidità (ovvero il suo patrimonio è ampio, ma a causa della crisi dei mutui molti creditori non riescono a restituire i prestiti). Quando la voce si è sparsa a Wall Street il titolo è crollato e la banca di investimento ha rischiato il fallimento, che sarebbe stato disastroso per l’intero mercato.
A questo punto è arrivato il salvataggio attraverso un prestito di breve periodo (28 giorni) da parte della Federal Reserve e di un rivale nel mercato finanziario, JP Morgan.
Due considerazioni: il fatto che JP Morgan si adoperi per salvare una delle principali concorrenti ci aiuta a capire come in questo momento ci sia un timore diffuso che la crisi finanziaria assuma dimensioni da Grande Depressione del ’29, con un crollo complessivo del sistema bancario.
Inoltre, il bail out in questione segna la più decisa espansione delle competenze della Federal Reserve dagli anni ’30. Questo testimonia una diffusa percezione dell’inadeguatezza delle politiche macroeconomiche dell’Amministrazione Bush e della sua fiducia assoluta nelle potenzialità del free market. (Jeff Madrick sul Huffington Post parla di “fine dell'Era di Friedman”).
Questa questione, che sembrerebbe una disputa tra economisti e finanzieri ha invece importanti risvolti politici. Il governo, cosciente della crisi finanziaria si discosta dalla sua ortodossia economica e “salva” Bearn Sterns, in difficoltà per la crisi dei mutui sub-prime, rassicurando Wall Street. La crisi però colpisce anche migliaia di famiglie che non riescono più a pagare il mutuo e sono costrette ad abbandonare le loro case. Per ora l’Amministrazione Bush non ha in mente nessun salvataggio per loro.
La questione non poteva che finire in cima all’agenda politica di queste settimane.

La senatrice Clinton ha proposto un fondo federale di 30 miliardi di dollari per aiutare i cittadini con problemi legati ai mutui sub prime che rischiano di dover abbandonare le loro case. (La proposta di Obama è simile).
McCain, come riportato dal NYT, ha preso nettamente le distanze da queste soluzioni affermando ““it is not the duty of government to bail out and reward those who act irresponsibly, whether they are big banks or small borrowers.” (Non è compito del governo salvare gli investitori irresponsabili, siano essi grandi banche o piccoli debitori).
La questione del bail out riflette le divisioni ideologiche del passato recente: McCain e il GOP ribadiscono la loro fiducia nel mercato, nella sue potenzialità di autoregolamentazione, senza troppa attenzione agli sconfitti generati dalla crisi economica. Clinton e Obama sembrano proporre una ricetta alternativa basata su un ruolo attivo del governo nel attenuare le conseguenze della crisi sia per le grandi società finanziarie sia per i piccoli risparmiatori. Come evidenziato da Paul Krugman i democratici hanno la possibilità di dare vita ad un patto simile a quello del New Deal: salvataggio in cambio in cambio di regolamentazione per evitare altre crisi. Questa, forse sarebbe, la fine della Friedman Era.


(Matteo Dian)

4 aprile 2008

Quel giorno a Memphis

Massimo Cavallini
Esattamente quarant’anni fa, il 4 aprile del 1968 alle ore 6 e un minuto del pomeriggio, Martin Luther King moriva ammazzato sul balcone antistante l’entrata della camera numero 306 del Motel Lorraine, a Memphis, nel Tennessee. E chi oggi ritorna sul luogo del delitto non ritrova, all’ombra dei nuovi grattacieli del “downtown” e nella fredda luce dei neon che illuminano Beale Street, che la memoria imbalsamata di quel giorno. Tutto com’era allora. Tutto meticolosamente uguale. La balconata, il numero della stanza, il colore delle pareti, il cortile e, oltre la strada, la Bessie Brewer boarding house da una delle cui finestre era partito il colpo mortale. Tutto al suo posto, diligentemente pietrificato nella religiosa immobilità d’un museo – il National Civil Rights Museum – che pur non vantando la marmorea solennità d’un monumento, come un monumento (o come un mausoleo) ha il compito di congelare, nella fredda ed artefatta realtà del mito, il senso ultimo, le più profonde ragioni del ricordo. L’uomo condannato per quell’omicidio, James Earl Ray, è morto in carcere dieci anni fa (il 23 aprile del 1998), in quasi perfetta coincidenza con il trentesimo anniversario dell’assassinio. Ed è, a suo modo, morto innocente. Non per la legge, com’è ovvio, ma per se stesso e, quel che più conta, per la famiglia e per i più stretti seguaci dell’uomo al quale quel monumento è dedicato. Pochi credono che davvero sia stato lui – James Earl Ray, un piccolo e maldestro criminale latitante, uno scialbo personaggio estraneo ad ogni ideologia razzista - a sparare il colpo di fucile che ha ucciso quella che è oggi un’intoccabile icona, un “santino” quasi, della storia ufficiale americana. E praticamente nessuno – nemmeno il House Selected Committee on Assassination, la commissione d’indagine creata dal Congresso nel 1976 – ha in questi anni sposato quella teoria dell’ assassino solitario (“one crazy man”) che nel marzo del ‘69, senza un vero processo, ha chiuso il caso con i 99 anni di carcere inflitti a Earl Ray.
Come l’attentato che, a Dallas, uccise John Fitzgerald Kennedy, e come quello che due mesi appena dopo Memphis, avrebbe stroncato la corsa presidenziale di Bob Kennedy, anche l’assassinio di Martin Luther King si muove in un cono d’ombra popolato dai fantasmi di troppe incongruenze e strane coincidenze, dallo sfregio d’una condanna definita (extra giudizialmente, come si dice in gergo) sulla base d’una confessione che sarebbe stata subito dopo ritrattata, dai fumi fetidi d’una verità prima negata e, poi, cristallizzata in una edificante leggenda. Eppure, non c’è dubbio: per cogliere il significato più autentico di questo anniversario – quello che i mausolei ed i “santini” tendono a nascondere – occorre davvero “tornare a Memphis”. Non per visitare il museo dei diritti civili sorto sul luogo del delitto, ma per ritrovare le ragioni che, in quel giorno d’aprile, avevano spinto il reverendo Martin Luther King verso la più grande città del Tennessee.
C’era uno sciopero in corso a Memphis, in quell’inizio di primavera del 1968. E non si trattava d’uno sciopero qualunque. Ad incrociare le braccia erano stati, tre settimane prima, gli ultimi degli ultimi. Ovvero: i lavoratori delle immondizie, 1200 anime, uomini “invisibili” in grande maggioranza di pelle nera, che, lungo le strade secondarie o immersi nelle fognature, raccoglievano i rifiuti della città. E che come rifiuti vivevano o, non di rado, morivano. Proprio per questo, infatti, la sera del 12 febbraio, lo sciopero era cominciato. Per il cattivo funzionamento d’uno dei camion della raccolta, due lavoratori erano stati risucchiati, come immondizia, dagli ingranaggi che triturano il sudiciume. Le cose che i “garbage men” chiedevano erano legate, nel modo più semplice e diretto, alla difesa della vita e della dignità umana. Chiedevano più sicurezza. Chiedevano una doccia per potersi lavare al termine del turno di lavoro ed un posto dove poter orinare. Chiedevano orari meno massacranti (la giornata lavorativa poteva arrivare a 14 ore, senza straordinari) e salari che consentissero di sopravvivere. Chiedevano la fine della discriminazione (solo ai lavoratori di pelle bianca venivano pagate le giornate perdute a causa del maltempo). Ma per il sindaco della città, Henry Loeb – un personaggio il cui ritratto spicca nella galleria dell’America più reazionaria e razzista – erano soltanto dei “comunisti”, nemici della Patria e dell’ordine. Sovversivi da rimettere al loro posto. La sua amministrazione aveva compensato con un mese aggiuntivo di salario (300 dollari) e con un assegno di 500 dollari le vedove dei due lavoratori morti. E tanto doveva bastare. Nessuna concessione, nessuna trattativa.
Il Martin Luther King che era disceso a Memphis per dare il suo appoggio ai lavoratori in lotta era già, a tutto tondo, una “celebrità” politica. Ma era, nel contempo, un uomo molto diverso da quello che nel 1964 aveva ritirato – a riconoscimento della sua battaglia per i diritti civili dei negri d’America – il premio Nobel per la Pace. E molto diverso, anche, da quello del “Bloody Sunday” di Selma, punto culminante, nel marzo del ’65, della battaglia contro l’apartheid. Lo sfondo della sua visita – uno sfondo turbolento, luminoso e cupo al tempo stesso – era quello del 1968, l’anno nel quale tutti i nodi della Storia d’America erano parsi collidere nel medesimo crocevia. L’anno cruciale della protesta contro la guerra nel Vietnam. L’anno della ribellione nei campus, delle rivolte nei ghetti urbani e, sull’altra sponda, l’anno del consolidamento della “maggioranza silenziosa”. Martin Luther King era, in quei giorni di fuoco, un uomo alla ricerca di nuovi cammini, di nuove verità. Ed era, a suo modo, un uomo solo.
Esattamente un anno prima di quello che sarebbe diventato il giorno della sua morte, il 4 aprile del 1967, nella Riverside Church di New York, King aveva definito in un memorabile discorso – consegnato alla Storia sotto il titolo “Beyond Vietnam”, oltre il Vietnam – le ragioni filosofiche, politiche e religiose della sua opposizione alla guerra (potete leggerne ampi stralci qui sotto). E questo aveva tagliato, in pratica, tutti i ponti che, nel corso della battaglia per i diritti civili, erano stati gettati tra lui ed il presidente Lyndon Johnson. O, per meglio dire, tra lui e l’establishment bianco. «Calunnie demagogiche che assomigliano a comunicati di Radio Hanoi». Così il settimanale Time aveva definito le sue parole contro la presenza americana in Vietnam. E subito il Washington Post aveva fatto eco sottolineando come quelle stesse parole avessero irrimediabilmente «sminuito l’utilità della causa» di cui King era divenuto simbolo. Tra i neri d’America era, intanto, andata crescendo l’influenza di quelle che King chiamava «le sirene della separazione e della violenza». Vale a dire: la forza del “Black Power” che ratificava la “inconciliabilità” tra gli interessi dell’America nera e quelli dell’America bianca, rimarcando la necessità del ricorso alla forza. In questo quadro la nuova e tormentata frontiera di Martin Luther King si chiamava, in quella primavera del 1968, “Poor People Campaign”, campagna contro la povertà. E, contro la povertà, contro la “umiliazione del bisogno e della diseguaglianza" King stava cercando di forgiare una nuova coalizione sociale "senza distinzione di razza" capace, senza violenza, di "ricostruire la società americana» sulla base del nuovo paradigma d’una "giustizia che non ha colore". Ed il suo obiettivo era, per l’appunto, come nel 1964, una nuova grande marcia su Washington. Una marcia per la pace e la giustizia.
Non era la prima volta che King arrivava a Memphis. Solo due settimane prima, il 18 marzo, proprio lui aveva condotto un corteo per le vie della città. Ed aveva, in quell’occasione, potuto ascoltare e vedere le "sirene della separazione e della violenza". Ai margini della manifestazione, gruppi di giovani – chiamati “The Invaders”, gli invasori – avevano fracassato vetrine e rovesciato automobili, consentendo alla stampa locale e nazionale di definire "il pacifista reverendo King" come un proverbiale "lupo nella pelle d’agnello". Martin Luther King era dunque tornato tra gli uomini della spazzatura, tra gli ultimi degli ultimi, per ribadire, una volta di più, il suo “sovversivo” credo di non violenza, la sua fede in una giustizia sociale che fosse, senza distinzioni, giustizia per tutti. La sua idea di un’America nella quale finalmente, come recita la Dichiarazione d’Indipendenza, "tutti gli uomini sono creati uguali".
Raccontano le cronache come King fosse arrivato in città, esausto dopo un lungo viaggio, la sera del 3 di aprile. E come avesse, per stanchezza, deciso di non partecipare all’assemblea che, quella notte, era stata programmata nel Mason Temple, affidando a Ralph Albernathy, il più in vista dei suoi seguaci, il compito di parlare alla gente. Ma non ci fu nulla da fare, i “garbage men” di Memphis volevano sentire lui e solo lui. Sicché a King altro non rimase che lasciare la sua stanza d’albergo e, giunto nel Mason Temple, improvvisare un discorso. Fu così, seguendo d’istinto il filo dei suoi pensieri e dei suoi tormenti , che pronunciò parole (le sue ultime) destinate a restare – come si usa dire – scolpite nella pietra. Parole piene di poesia e di forza. Parole profetiche. Gli annali rammentano quel discorso sotto il titolo “I’ve been to the Montaintop”, sono stato in cima alla montagna. Ma al centro del discorso c’era – come spesso nei discorsi di King – una parabola evangelica: quella del buon Samaritano che, lungo la strada che porta Gerico, assiste un viandante derubato e picchiato dai banditi. Anche l’America, aveva detto King, sta camminando lungo la via Gerico, tutti noi, bianchi, neri, gialli e marroni, stiamo camminando lungo la via Gerico…
Martin Luther King aveva parlato anche di se stesso, del suo cammino. Ed aveva raccontato del giorno in cui, a New York, una squilibrata lo aveva accoltellato. La lama, disse, era penetrata nel petto e si era fermata a meno di un millimetro dall’aorta. Sarebbe bastato uno starnuto e lui sarebbe morto dissanguato. Ma così non fu. Ed oggi – aveva aggiunto – "sono contento di non avere starnutito perché ho potuto continuare a camminare lungo la strada di Gerico". Perché ho potuto vedere il boicottaggio degli autobus di Montgomery e la resurrezione della grande marcia su Washington. Ho potuto vedere Selma. Sono contento di non avere starnutito perché ho potuto venire qui, a Memphis, dove altri viandanti, picchiati ed umiliati, hanno bisogno di amore e di giustizia. "Non so quel che accadrà ora…ma non m’importa perché io sono stato in cima alla montagna…Anch’io, come tutti, vorrei vivere una lunga vita…ma non è a questo che penso ora, perché io voglio fare la volontà di Dio. E Dio mi ha permesso di raggiungere la cima della montagna. E dalla montagna io ho guardato ed ho visto la terra promessa. Forse io non la potrò raggiungere insieme a voi. Ma voglio che voi sappiate che noi, come popolo, raggiungeremo la terra promessa. E per questo, stasera io sono felice. Sono felice e non ho paura di nulla, non temo nessuno. Perché i miei occhi hanno visto la gloria e l’avvento del Signore".
Il giorno dopo, Martin Luther King moriva ammazzato. Ed oggi nel luogo della sua morte sorge un museo il cui direttore, J.R. “Pitt” Hyde è un repubblicano che, lo scorso anno, ha attivamente ed impunemente partecipato ad una campagna elettorale – quella che ha visto la sconfitta del democratico nero Harold Ford nella corsa per un seggio senatoriale – marcata da molto acuti toni razzisti. King – il sovversivo King che sobillava gli uomini della spazzatura e che il Fbi perseguitava - è diventato “patrimonio nazionale”. Ed in una della sale, un manichino-robot ripete incessantemente le parole finali del suo ultimo discorso. Parole intatte nella loro potenza evocativa. Ma l’America che l’ascolta è, oggi, più diseguale che mai. La terra promessa che il reverendo aveva visto dalla cima della montagna, appare perduta oltre gli orizzonti della retorica e del mito. Lontana. Irraggiungibile.

Religione, politica e l'eredità del doctor King

Martino Mazzonis
In America religione e politica si intrecciano in mille forme diverse: il leader della lotta per i diritti civili e gli incappucciati che impiccavano i neri agli alberi erano - e spesso sono - animati dal discorso religioso. La sinistra democratica afroamericana è religiosa come lo è la destra che si domanda se votare il repubblicano McCain che non è abbastanza netto sull’aborto. La religione e il reverendo King sono già entrati due volte nella campagna delle primarie democratiche del 2008. E parlando di MLK si parla di razza come non lo si faceva dai tempi dei diritti civili. Non è un caso.
Nei suoi discorsi, Barack Obama ripete spesso che la sua conversione al sociale negli anni di Chicago è passata per la sua conversione al cristianesimo nella chiesa del reverendo Jeremiah Wright. Grazie alla sua religiosità Obama ha conquistato diversi voti bianchi in qualche Stato dove il suo essere un candidato nero e più o meno liberal non è un buon lasciapassare. Per colpa dei sermoni di Jeremiah Wright, Obama è poi finito sotto il tiro incrociato dei clintoniani e dei repubblicani. In entrambi i casi Obama ha fatto ricorso all’eredità del “doctor King”. Parlando nella chiesa dove predicava, la Ebenezer baptist church di Atlanta il 21 gennaio, prima delle elezioni in South Carolina e a Philadelphia, il 18 marzo, quando era alle spalle al muro e le frasi sull’11 settembre del reverendo Wright (God damn America, Dio maledica l’America)passavano ogni minuto su Fox news, il canale più trash e di destra del palinsesto americano.
Ad Atlanta Obama ha parlato davanti a una platea nera, che faceva “yeah" a ogni frase con riferimenti religiosi. Erano i giorni del voto nel Sud, quelli in cui si diceva che Obama non era abbastanza nero - mentre Bill Clinton, si scherza spesso, è il primo presidente nero d’America. Quel discorso era per i neri: Obama parlava di unità, della sua identità meticcia e del lascito del reverendo.
Quel giorno Obama parlava dei muri che devono venire giù e che per abbatterli serve unità, come nella Gerico del libro di Giosué, un tema caro agli evangelici, un gospel tra i più famosi (“Joshua fit the battle of Jerico”). Il tema era ed è di quelli duri, difficili da masticare e indigesti alle comunità e alla politica americana. “Non possiamo credere che l’unità e la riconciliazione razziale sia facile, che se cacciassimo i demagoghi i nostri problemi sarebbero risolti" diceva Obama. "Ci sono barriere strutturali e istituzionali per il lavoro decente e la salute per tutti. L’unità comincia cambiando i nostri cuori e le nostre menti". E ce n’è anche per gli afroamericani: "Dobbiamo essere onesti: la nostra comunità non è sempre nel solco del dottor King. Abbiamo disprezzato i gay, a volte siamo antisemiti e spesso pensiamo agli immigrati come gente che ci ruba il lavoro". King insomma diventa il luogo da cui Obama trae l’ispirazione per il suo discorso sull’unità.
Poi c’è stata la vicenda del reverendo Wright, il guru spirituale di Obama, quello che lo ha sposato con Michelle e ha battezzato le sue figlie. Per difendersi il senatore ha rilanciato, tornando sulla questione di razza, religione e politica in maniera scomoda, approfondendo alcuni temi che aveva affrontato ad Atlanta. Ma nella chiesa di King giocava in casa, a Philadelphia tutto era diverso, era l’unica settimana in cui Obama sembrava essere sul punto di perdere. Nel discorso di Philadelphia c’è la macchia dello schiavismo nella costituzione e c’è la disobbedienza civile. “Vorremmo continuare quella strada, per un America più giusta e prospera. Abbiamo storie diverse, non ci assomigliamo fisicamente, ma dobbiamo avere un obbiettivo comune". Obama attacca anche su Wright: "Sapevo cosa dice il pastore? Certo! Quel discorso è sbagliato perché divide in un momento in cui c’è bisogno di unità: guerre e recessione non sono roba da bianchi, neri o ispanici. Ma io amo la mia chiesa perché c’è la comunità nera: il medico e la donna che vive di buoni pasto, lo studente modello e il membro della gang; ci sono l’intelligenza e l’ignoranza, l’amore e l’amarezza che costruiscono la vita degli afroamericani". Il problema di Wright, secondo Obama, non è che ha parlato di razzismo, ma che immagina di una società statica. I commentatori si sono schierati e divisi: “Non ha condannato abbastanza", "Ha detto quel che doveva". La questione è un’altra: il video di "A more perfect Union", così si intitola la prolusione, è già stato visto da quattro milioni di persone su Youtube. E tutti dicono che per il suo essere coraggioso e scomodo, questo discorso sembra un sermone di Martin Luther King.
L’effetto del discorso di Philadelphia è stato quello di far tornare il tema della razza al centro della scena politica. E visto che si avvicina l’annversario della morte del reverendo a Memphis, predicatori, politici e studiosi afroamericani parlano di King e Obama. Otis Moss III, il pastore che ha preso il posto di Wright alla Trinty church di Chicago parlando alla televsione pubblica ha detto: "Credo e spero che questa campagna serva a rompere gli steccati, che gli evangelici comincino a parlare di ambiente e povertà come temi religiosi, ad andare oltre le certezze di ciascuno". Un po’ King, un po’ Obama. Harry Jackson la vede diversamente: riconciliazione razziale e giustizia sociale vanno assieme alla lotta contro l’aborto. “Le fondamenta del lavoro di King", sostiene, "erano bibliche e oggi sarebbe un conservatore sociale". Al suo opposto Lennox Yearwood, pastore militante che ha fondato l’Hip-hop caucus: "Abbiamo ancora a che fare con razzismo e povertà e spendiamo più soldi per guerra che per programmi sociali. La nostra è la generazione della speranza per il XXI secolo, l’Iraq è il nostro Vietnam e Katrina è la nostra Birmingham (il luogo del razzismo per eccellenza). Oggi leggiamo King solo con il suo “I have a dream”. Ma King era un radicale". Lewis Baldwin, che insegna Studi religiosi crede che sia proprio la religiosità di King ad aver dato forza al suo messaggio politico: "C’era sempre l’idea che qualcosa di soprannaturale stesse dietro al movimento".
Tutti vogliono essere King. Come spiega Cheryl Sanders, professoressa di Etica cristiana alla Howard university: "Tutti parlano di King e trovano argomenti per dire che starebbe con loro". Sanders parla anche di politica: "Spero che la gente non voti Obama per il colore, ma per come parla di razza e religione. Non dice piccole cose per piacere ai religiosi, ha una visione religiosa delle cose. Anche io mi sento offesa da alcune delle parole di Wright, ma la verità è che c’è discriminazione razziale in questo Paese ed è da la che vengono quelle parole". Peserà questo dibattito acceso sull’eredità di King? Verrà dimenticato come un passaggio qualsiasi della campagna elettorale? Oppure siamo alla vigilia di una trasformazione radicale come quella che Marthin Luther King contribuì a forgiare assieme a Malcolm X ed altri leader? Lo scopriremo a novembre e - se Obama verrà eletto - negli anni successivi. Come ha scritto Alice Walker, l’autrice de «Il colore viola» in un articolo di appoggio al candidato: “Questo Paese è in tale stato che anche se Obama diventa presidente sarà oltre i suoi poteri rimetterlo in sesto". In politica si ha la tendenza a personalizzare e per la comunità afroamericana il dottor King e il senatore Obama sono bandiere. Ma a entrambi sono servite e - semmai - serviranno le energie di coloro a cui volevano e vogliono garantire più diritti.

21 marzo 2008

Ha fallito Reagan, non Bush

La storia celebra Augusto, non certo Tiberio – soffocato dai suoi stessi pretoriani nella villa di Capri - né il suo successore, il famigerato Caligola; lo stesso accade oggi: si rimpiange Reagan, il capo popolo della rivoluzione mercatista degli anni ’80 e si biasimano i suoi successori, il primo e il secondo Bush. Ma oggi come allora le colpe dei padri ricadono necessariamente sui figli, quelli veri e quelli adottivi. Non parleremmo delle funeste stravaganze di Caligola se Augusto non avesse svuotato di ogni senso le istituzioni repubblicane; non si discuterebbe del cieco ideologismo di George W. Bush se non vi fosse stata la rivoluzione liberista di Ronald Reagan.
Con Bush figlio non solo non si è saputo regolare il sistema del credito, ma si è di fatto incentivata la creazione della bolla speculativa del settore immobiliare. E’ stata pilotata la posticipazione di una crisi già in nuce alla fine degli anni ’90. Lo si è fatto con gli strumenti culturali ed economici ereditati dagli anni ’80, come è ovvio che fosse.
Le crisi portano panico, e il panico genera pulsioni irrazionali; le stesse che colgono gli analisti italiani e mondiali. Ieri il solitamente sobrio Massimo Gaggi ha reagito malamente sulle pagine del “Corriere della Sera” alla crisi di questi giorni, che lui stesso aveva descritto in modo appropriato in altre occasioni. Scrive Gaggi: “Attenzione a non confondere la crisi americana, che ha le sue radici in un'applicazione caricaturale del liberismo da parte di un gruppo dirigente pasticcione e troppo ideologizzato, con un fallimento del modello economico liberale: quelli della presidenza Bush sono stati anni di deterioramento delle capacità amministrative del governo federale e di un'attuazione dogmatica della deregulation che ha fatto saltare norme e controlli necessari per un sano sviluppo dell'economia di mercato”.
L’obiettivo – più che altro di carattere culturale – è quello di salvare il bambino e buttare l’acqua sporca. Il bambino ha le sembianze delle politiche “originali” di Ronald Reagan e l’acqua sporca quelle dell’estremismo di Bush, che avrebbe brandito i testi di Milton Friedman come in Cina si sventolava il libretto rosso. E’ una risposta molto americana: il problema non è nelle coordinate culturali ma nella crisi della leadership. Attraverso nuove personalità - più pragmatiche, flessibili e capaci - si potrebbero rivitalizzare i fondamenti della dottrina allontanando lo spauracchio del dirigismo economico e del protezionismo, apparsi in questa campagna elettorale (in Italia e negli Usa).
Non si può però ridurre Bush a un epifenomeno ideologico e caricaturale del reaganismo. Reagan fu senz’altro assai più pragmatico – come sostiene Gaggi - di George W. Bush, molto più capace di blandire la base e al tempo stesso di stringere accordi con i poteri che contano, quelli che badano ai fatti e meno alla purezza ideologica; producendo – a volte - politiche più accorte.
Reagan aveva però commesso il peccato originale, lo stesso di Augusto che si fa divino. Aveva piantato il seme dell’ideologismo conservatore, che non poteva non crescere nel sistema politico americano. Un dato di fatto facilmente verificabile: nel giro di un trentennio la classe dirigente del partito repubblicano è radicalmente cambiata, passando dalla generazione dei repubblicani “liberal” alla Rockefeller agli estremisti alla Gingrich, perché ha legato le proprie fortune elettorali ai pasdaran del “governo minimo”, i gruppi di pressione anti-tasse (come l’Americans for Tax Reforms) o quelli per la difesa del diritto di proprietà. A questi, in primo luogo, i politici repubblicani devono rispondere per trovare legittimità e consenso.
Quella di Bush è l’élite politica che è nata e cresciuta nel solco rivoluzionario tracciato da Reagan, e grazie a quelle basi culturali ha alimentato la propria forza elettorale, esasperandone ancor di più il carattere quando il nemico da combattere era Bill Clinton: la polarizzazione ideologica del sistema politico è stata garanzia di riproduzione di una “classe dirigente”, come diciamo in Europa. Un’élite nata già sotto il segno di un liberismo onnipotente: quella precedente, che semplicemente non esiste più, sapeva dotarsi del pragmatismo di chi aveva convissuto con quattro decenni di politiche neo-keynesiane, con lo strapotere della coalizione democratica costruita da Roosevelt e i missili di Mosca. Quella di oggi non è in grado di fare questo, è perdente e si affida a un politico - McCain – che di economia nemmeno ci capisce molto. Un salvatore della patria non appare all’orizzonte.
Gaggi presenta, per esempio, il fenomeno dell’esternalizzazione dei servizi legati alla logistica militare - fino ai contractor che svolgono mansioni belliche, come è avvenuto in Iraq - come un tipico esempio di distorsione dei principi liberali; ma questo potrebbe essere inteso come la naturale prosecuzione delle politiche di deregolamentazione e dismissione di attività pubbliche avviate da Reagan negli anni ’80. Che in realtà non era affatto deregolamentazione, ma trasferimento di mansioni pubbliche a un attore privato, il cosiddetto “governo-per-contratto”.
Un Big Government sotto mentite spoglie, nel quale si offusca il confine tra privato e pubblico: un tratto comune a Bush e a Reagan. Fino a quando il pubblico non deve rifarsi carico dell’intera macchina perché il privato fallisce. Questa crisi potrebbe segnare un cambio di rotta: c’è un candidato democratico (americano) capace di utilizzare la salutare richiesta di più stato e più intervento pubblico che viene dall’elettorato? Si potrebbero finalmente attuare politiche di redistribuzione; addirittura le si potrebbe rilegittimare, se esistessero i politici e i think tank capaci di cogliere l’attimo. Se questo avverrà potrebbe aprirsi ovunque una fase nuova, e il tema non sarebbe il protezionismo alla Tremonti.
Ora, per il bene di tutti, bisognerebbe farsi carico del fallimento di un’epoca, con il pragmatismo che giustamente Gaggi rimpiange. Evitando le reazioni di “pancia”, epidermiche, a difesa dell’onore tradito del mercato.

(Mattia Diletti, 19 marzo)

19 marzo 2008

I multi-kulti di Bush: i nuovi consiglieri del principe

L’ebreo di corte in Germania e i cristiani rinnegati dell’impero ottomano svolsero per i loro sovrani servigi impagabili. I centri di potere tradizionali – gilde, corporazioni e signorie – ostacolavano l’avvio del processo di modernizzazione dello stato, la creazione di una burocrazia nazionale e l’affermazione del mercantilismo; mentre Francia e Inghilterra avevano già istituito un sistema nazionale di imposizione fiscale la Germania combatteva contro i residui del feudalesimo. Solo chi era senza titoli, senza legami con la terra e con il passato poteva garantire la fedeltà di cui i principi avevano bisogno nella loro battaglia per la concentrazione del potere. L’ebreo di corte diveniva così elemento attivo a fianco del suo signore nel processo di trasformazione dell’economia e delle istituzioni. Nel 1972 Lewis Coser pubblica su "The American Sociological Review" un breve saggio dal titolo "The Alien As a Servant of Power: Court Jews and Christian Renegades", che appare in realtà un pretesto polemico per parlarci del suo presente. Scrive Coser:

con questi due esempi storici, gli ebrei di corte della Germania del ‘600 e i cristiani rinnegati dell’Impero ottomano all’apice del suo splendore, ho cercato di dimostrare che, ogni qual volta i sovrani intendano rafforzare la loro autonomia e si trovino di fronte a ostacoli posti dal sistema feudale o dalla burocrazia, tendono ad avvalersi dei servizi di gruppi che non hanno radici (alien groups rootless) nel paese che essi governano. Questi gruppi si piegano facilmente agli scopi del sovrano e divengono servitori ideali del potere. Lascio all’immaginazione sociologica del lettore l’evocazione di altri casi, del presente e del passato, in cui questo modello possa tornare utile.

Mentre scriveva Coser pensava a Henry Kissinger. Noi pensiamo a Condoleezza Rice, Alberto Gonzales e ai neoconservatori. All’interventismo di Bush sul piano internazionale si è affiancato quello sul piano interno: in entrambi i casi il modello di governo basato sull’onnipotenza dell’esecutivo e sull’accentramento dei poteri ha prodotto fratture e stravolgimenti, grazie anche a interpreti nuovi e inaspettati. Chi sono i neoconservatori? Chi rappresentano Condoleezza Rice e il nuovo segretario torturatore del Dipartimento di Giustizia Alberto Gonzales? A chi dobbiamo paragonarli? Va compreso se ci troviamo di fronte ai campioni della “Nuova America” di cui parla Huntington nel suo volume Who are we? e alla nascita di una nuova élite repubblicana e conservatrice, oppure se siamo di fronte semplicemente a un nuovo zio Tom, che questa volta si esprime anche in spagnolo.

I neoconservatori hanno appoggiato Bush nell’opera di riorganizzazione dell’universo simbolico e materiale che era stato scosso dagli attentati dell’11 settembre (come fece il brain trust di Roosevelt dopo la crisi del ’29). E allo stesso tempo lo hanno sostenuto affinché sfruttasse le condizioni eccezionali verificatesi allo scopo di mutare rapporti di forza ed equilibri istituzionali: a questo sono servite idee immediatamente spendibili e convincenti, in grado di superare le resistenze di burocrazie, istituzioni o gruppi che godevano di vecchie rendite di potere (tanto nell’arena internazionale che sul piano interno). In questi casi gli intellettuali si rendono utili nel legittimare la ricerca di nuovi equilibri e divengono il migliore degli alleati: regalano idee innovative ma sono sacrificabili se il loro progetto di cambiamento si dimostra destinato al fallimento. Il potere degli alien groups descritti da Coser dipende inoltre dalla volontà del principe di dargli ascolto: egli può fare a meno di loro e non il contrario. Gli intellettuali neoconservatori assomigliano all’ebreo di corte e al cristiano rinnegato: se incolpati dei fallimenti della politica estera e delle riforme dell’amministrazione Bush torneranno nei loro think tank o verranno relegati in posizioni di secondo piano, e in questo caso il paragone storico più adeguato sarà quello con i marxisti revisionisti polacchi che nel 1955 appoggiarono entusiasticamente Gomulka e dopo soli sei mesi si ritrovarono emarginati e isolati.

Alberto Gonzales rappresenta invece un luminoso esempio di consigliere del principe la cui vita è dedicata al proprio sovrano. Gonzales è nato povero, è figlio di immigrati messicani, è considerato un esempio per tutta la comunità latina da cui ogni anno riceve premi e onoreficenze. Gonzales si è sempre occupato per conto di Bush di giustizia e repressione, elementi fondamentali nell’opera di costruzione e rafforzamento di un potere esecutivo onnipotente e incontrollabile. Ai tempi del governatorato texano a Gonzales toccava stabilire quali richieste di grazia provenienti dal braccio della morte dovessero essere accettate, e si può immaginare quali siano stati i risultati. Così come i Bush Gonzales si è arricchito grazie alla Enron. Bush ha incaricato Gonzales di occuparsi delle questioni relative ai prigionieri afgani e iracheni e alla Convenzione di Ginevra. E’ divenuto ministro di Giustizia grazie a un’idea di Karl Rove (il boy genius che guida la macchina politica di Bush). Gonzales è Bush (e viceversa). E lo stesso si potrebbe dire oggi di Condoleezza Rice, che pure ha vissuto e vive anche di luce propria. Probabilmente sono tutti e due un po’ zio Tom e un po’ “nuovi americani”. Incarnano il counter-establishment conservatore che il partito repubblicano ha costruito con fatica in questi trent’anni in opposizione all’egemonia liberal degli anni ’60. Rappresentano una risposta americana ai rischi derivati dall’affermazione del relativismo culturale denunciati da Samuel Huntington:

"L’America era una nazione di persone con gli stessi diritti, che condividevano una cultura sostanzialmente anglo-protestante e rispettavano con convinzione i principi liberal-democratici del credo americano (…). Negli anni ’60 dei movimenti agguerriti cominciarono a mettere in discussione la rilevanza, la sostanza e la desiderabilità di questo concetto dell’America (…). Invitarono gli immigrati a mantenere la cultura del paese d’origine, garantirono loro dei privilegi legali negati agli stessi americani, e denunciarono l’idea dell’americanizzazione in quanto non-americana. Propugnarono la riscrittura dei libri di storia, in modo da fare riferimento ai “popoli” degli Stati Uniti, anziché al popolo unitario di cui parla la Costituzione (…). Rivendicarono il primato giuridico dei diritti e delle preferenze razziali dei diversi gruppi, sui diritti individuali posti al centro del credo americano".

Le preoccupazioni di Huntington e di altri riguardano non solo il rafforzamento di identità sub-nazionali all’interno degli Stati Uniti, a danno dell’integrità dell’identità americana, ma anche il predominio di nuove élite bianche che incarnano questa trasformazione della cultura politica e giuridica. Sembrava allora formarsi un unico fronte tra alcune élite politiche, intellettuali e istituzionali e i leader dei gruppi sub-nazionali di cui venivano promossi gli interessi. Inoltre i burocrati, i giudici e gli educatori svolgevano un ruolo fondamentale in questo disegno di “decostruzione” dell’identità nazionale. Gonzales+Rice+Bush rappresenta invece la riproposizione del vecchio modello di assimilazione al “credo americano”.

Sono stati per primi i neoconservatori a concentrare la loro analisi sugli attori sociali e politici fautori della rivoluzione culturale degli anni ’60, indagando sul ruolo dell’intellighenzia americana, definita "The New Class" (riprendendo, ironicamente, il titolo dell’opera più celebre di Milovan Gilas) o anche "The Knowledge Class" (Bell, 1981). La loro egemonia viene correlata all’espansione delle politiche di welfare e di intervento pubblico (che ne moltiplicava la presenza all’interno degli apparati burocratici e statali); il loro successo presso un’audience sempre più ampia alle trasformazioni socioculturali del paese; le loro capacità di influenzare le decisioni politiche alla loro abilità sul terreno della manipolazione simbolica. Si stabilisce chiaramente una correlazione tra interventismo statale e preminenza della cultura liberal (Lipset, 1981).

Data questa impostazione analitica, la battaglia politico-culturale dei neoconservatori e dei repubblicani si sposta su due fronti: la delegittimazione delle politiche di intervento pubblico e di welfare, e la costituzione di un counter-establishment conservatore in grado di competere con gli amministratori e gli specialisti di politiche pubbliche di orientamento liberal. Per i neoconservatori non si tratta semplicemente di costituire un nucleo di esperti e intellettuali attraverso i quali controbilanciare l’influenza della cultura progressista, ma è in gioco la salvezza stessa delle istituzioni e del sistema politico. Scrive Rita di Leo:


Nella versione dell’intellettuale conservatore la difesa del primato anglo-puritano è un grido di dolore. Nella versione della Casa Bianca è un programma ben preciso con obiettivi di medio e lungo termine. Il focus del programma è far tornare l’individuo solo e unico responsabile di se stesso all’interno delle varie comunità del suo spazio esistenziale: la fede religiosa, l’istruzione, il lavoro, la famiglia, la casa, le malattie, i consumi, il tempo libero, la vecchiaia. Questa è la proposta del vice presidente Dick Cheney: “Uno dei più grandi obiettivi della nostra amministrazione è aiutare più americani a trovare le opportunità di possedere una casa, di avere un piccolo business, un proprio piano sanitario e pensionistico. In tutte queste aeree la proprietà è la via per maggiori opportunità, maggiori libertà e più controllo sulla propria vita, e questo è un traguardo degno di una grande nazione. Tutti hanno il diritto di avere la chance di vivere il sogno americano, di farsi propri risparmi, aspirare alla ricchezza, avere un proprio gruzzolo per la pensione che nessuno ti possa portare via” (…) In agenda c’è un programma politico che usa la proprietà individuale come la scelta vincente per l’integrazione “dell’altra America” nella vecchia ("Gli Stati Uniti e la Casa Bianca di Bush")

Chi meglio di Condoleezza Rice e Alberto Gonzales potevano impersonare il ritorno ai vecchi valori americani? Le loro biografie servono a mostrare che in fondo le battaglie per i diritti civili hanno lasciato il segno anche nella cultura politica repubblicana, ma anche che si è scongiurata l’opera di decostruzione dell’identità nazionale avviata negli anni ’60. Nella loro ascesa l’opportunismo politico di Karl Rove e George Bush si fonde con l’ostinazione degli americani che hanno saputo vincere le avversità della vita. Chi può sapere meglio di un repubblicano del Texas come si tratta con gli ispanici?

Le menti più avvedute del partito repubblicano, a partire da William Simon (ministro dell’economia durante la presidenza Nixon), gli intellettuali genuinamente conservatori come Daniel Bell e Samuel Huntington e i neoconservatori come Jeanne Kirkpatrick e Irving Kristol si sono preoccupati del problema delle élite, della formazione del personale politico e della creazione di cultura politica. Gli ex-trotzkysti che hanno dato vita al movimento neoconservatore sono culturalmente ancora troppo legati e influenzati dalle loro radici europee, i loro figli sono finalmente espressione di una nuova cultura conservatrice veramente americana. Norman Podhoretz conosceva e frequentava Hannah Arendt, convertendosi al neoconservatorismo strada facendo; suo figlio John scrive sul New York Post ed è un americano impregnato al 100% di neo-populismo repubblicano fin dall’adolescenza.

Una nuova élite culturale conservatrice americana che doveva e deve rispondere alla crisi di una società malata di cosmopolitismo: dopo la defezione dei liberal dal fronte anglo-protestante è stata in grado di incontrare sulla sua strada parte di quelle élite espressione delle minoranze assimilate alla moralità dei coloni, secondo il modello che aveva funzionato per 300 anni.

In "Democrazia senza libertà" il rimpianto per il nobile paternalismo dei wasp giunge da Fareed Zakaria, un americano di origine indiana: l’ennesima prova del successo di Karl Rove, George Bush e dei neoconservatori nel opera di repackaging (secondo una felice espressione di Fabrizio Tonello) e di marketing dei valori tradizionali americani, ancora una volta (come all’epoca del Grande Risveglio) veicolati attraverso la religione. La crociata per la riamericanizzazione continua.

(Mattia Diletti - da "Posse", novembre 2005)

18 marzo 2008

Obama su divisioni razziali e unità del Paese

"A More Perfect Union"
Remarks of Senator Barack Obama
Constitution Center
Tuesday, March 18th, 2008
Philadelphia, Pennsylvania

As Prepared for Delivery

“We the people, in order to form a more perfect union.”

Two hundred and twenty one years ago, in a hall that still stands across the street, a group of men gathered and, with these simple words, launched America’s improbable experiment in democracy. Farmers and scholars; statesmen and patriots who had traveled across an ocean to escape tyranny and persecution finally made real their declaration of independence at a Philadelphia convention that lasted through the spring of 1787.

The document they produced was eventually signed but ultimately unfinished. It was stained by this nation’s original sin of slavery, a question that divided the colonies and brought the convention to a stalemate until the founders chose to allow the slave trade to continue for at least twenty more years, and to leave any final resolution to future generations.

Of course, the answer to the slavery question was already embedded within our Constitution – a Constitution that had at is very core the ideal of equal citizenship under the law; a Constitution that promised its people liberty, and justice, and a union that could be and should be perfected over time.

And yet words on a parchment would not be enough to deliver slaves from bondage, or provide men and women of every color and creed their full rights and obligations as citizens of the United States. What would be needed were Americans in successive generations who were willing to do their part – through protests and struggle, on the streets and in the courts, through a civil war and civil disobedience and always at great risk - to narrow that gap between the promise of our ideals and the reality of their time.

This was one of the tasks we set forth at the beginning of this campaign – to continue the long march of those who came before us, a march for a more just, more equal, more free, more caring and more prosperous America. I chose to run for the presidency at this moment in history because I believe deeply that we cannot solve the challenges of our time unless we solve them together – unless we perfect our union by understanding that we may have different stories, but we hold common hopes; that we may not look the same and we may not have come from the same place, but we all want to move in the same direction – towards a better future for of children and our grandchildren.

This belief comes from my unyielding faith in the decency and generosity of the American people. But it also comes from my own American story.

I am the son of a black man from Kenya and a white woman from Kansas. I was raised with the help of a white grandfather who survived a Depression to serve in Patton’s Army during World War II and a white grandmother who worked on a bomber assembly line at Fort Leavenworth while he was overseas. I’ve gone to some of the best schools in America and lived in one of the world’s poorest nations. I am married to a black American who carries within her the blood of slaves and slaveowners – an inheritance we pass on to our two precious daughters. I have brothers, sisters, nieces, nephews, uncles and cousins, of every race and every hue, scattered across three continents, and for as long as I live, I will never forget that in no other country on Earth is my story even possible.

It’s a story that hasn’t made me the most conventional candidate. But it is a story that has seared into my genetic makeup the idea that this nation is more than the sum of its parts – that out of many, we are truly one.

Throughout the first year of this campaign, against all predictions to the contrary, we saw how hungry the American people were for this message of unity. Despite the temptation to view my candidacy through a purely racial lens, we won commanding victories in states with some of the whitest populations in the country. In South Carolina, where the Confederate Flag still flies, we built a powerful coalition of African Americans and white Americans.

This is not to say that race has not been an issue in the campaign. At various stages in the campaign, some commentators have deemed me either “too black” or “not black enough.” We saw racial tensions bubble to the surface during the week before the South Carolina primary. The press has scoured every exit poll for the latest evidence of racial polarization, not just in terms of white and black, but black and brown as well.

And yet, it has only been in the last couple of weeks that the discussion of race in this campaign has taken a particularly divisive turn.

On one end of the spectrum, we’ve heard the implication that my candidacy is somehow an exercise in affirmative action; that it’s based solely on the desire of wide-eyed liberals to purchase racial reconciliation on the cheap. On the other end, we’ve heard my former pastor, Reverend Jeremiah Wright, use incendiary language to express views that have the potential not only to widen the racial divide, but views that denigrate both the greatness and the goodness of our nation; that rightly offend white and black alike.

I have already condemned, in unequivocal terms, the statements of Reverend Wright that have caused such controversy. For some, nagging questions remain. Did I know him to be an occasionally fierce critic of American domestic and foreign policy? Of course. Did I ever hear him make remarks that could be considered controversial while I sat in church? Yes. Did I strongly disagree with many of his political views? Absolutely – just as I’m sure many of you have heard remarks from your pastors, priests, or rabbis with which you strongly disagreed.

But the remarks that have caused this recent firestorm weren’t simply controversial. They weren’t simply a religious leader’s effort to speak out against perceived injustice. Instead, they expressed a profoundly distorted view of this country – a view that sees white racism as endemic, and that elevates what is wrong with America above all that we know is right with America; a view that sees the conflicts in the Middle East as rooted primarily in the actions of stalwart allies like Israel, instead of emanating from the perverse and hateful ideologies of radical Islam.

As such, Reverend Wright’s comments were not only wrong but divisive, divisive at a time when we need unity; racially charged at a time when we need to come together to solve a set of monumental problems – two wars, a terrorist threat, a falling economy, a chronic health care crisis and potentially devastating climate change; problems that are neither black or white or Latino or Asian, but rather problems that confront us all.

Given my background, my politics, and my professed values and ideals, there will no doubt be those for whom my statements of condemnation are not enough. Why associate myself with Reverend Wright in the first place, they may ask? Why not join another church? And I confess that if all that I knew of Reverend Wright were the snippets of those sermons that have run in an endless loop on the television and You Tube, or if Trinity United Church of Christ conformed to the caricatures being peddled by some commentators, there is no doubt that I would react in much the same way

But the truth is, that isn’t all that I know of the man. The man I met more than twenty years ago is a man who helped introduce me to my Christian faith, a man who spoke to me about our obligations to love one another; to care for the sick and lift up the poor. He is a man who served his country as a U.S. Marine; who has studied and lectured at some of the finest universities and seminaries in the country, and who for over thirty years led a church that serves the community by doing God’s work here on Earth – by housing the homeless, ministering to the needy, providing day care services and scholarships and prison ministries, and reaching out to those suffering from HIV/AIDS.

In my first book, Dreams From My Father, I described the experience of my first service at Trinity:

“People began to shout, to rise from their seats and clap and cry out, a forceful wind carrying the reverend’s voice up into the rafters….And in that single note – hope! – I heard something else; at the foot of that cross, inside the thousands of churches across the city, I imagined the stories of ordinary black people merging with the stories of David and Goliath, Moses and Pharaoh, the Christians in the lion’s den, Ezekiel’s field of dry bones. Those stories – of survival, and freedom, and hope – became our story, my story; the blood that had spilled was our blood, the tears our tears; until this black church, on this bright day, seemed once more a vessel carrying the story of a people into future generations and into a larger world. Our trials and triumphs became at once unique and universal, black and more than black; in chronicling our journey, the stories and songs gave us a means to reclaim memories that we didn’t need to feel shame about…memories that all people might study and cherish – and with which we could start to rebuild.”

That has been my experience at Trinity. Like other predominantly black churches across the country, Trinity embodies the black community in its entirety – the doctor and the welfare mom, the model student and the former gang-banger. Like other black churches, Trinity’s services are full of raucous laughter and sometimes bawdy humor. They are full of dancing, clapping, screaming and shouting that may seem jarring to the untrained ear. The church contains in full the kindness and cruelty, the fierce intelligence and the shocking ignorance, the struggles and successes, the love and yes, the bitterness and bias that make up the black experience in America.

And this helps explain, perhaps, my relationship with Reverend Wright. As imperfect as he may be, he has been like family to me. He strengthened my faith, officiated my wedding, and baptized my children. Not once in my conversations with him have I heard him talk about any ethnic group in derogatory terms, or treat whites with whom he interacted with anything but courtesy and respect. He contains within him the contradictions – the good and the bad – of the community that he has served diligently for so many years.

I can no more disown him than I can disown the black community. I can no more disown him than I can my white grandmother – a woman who helped raise me, a woman who sacrificed again and again for me, a woman who loves me as much as she loves anything in this world, but a woman who once confessed her fear of black men who passed by her on the street, and who on more than one occasion has uttered racial or ethnic stereotypes that made me cringe.

These people are a part of me. And they are a part of America, this country that I love.

Some will see this as an attempt to justify or excuse comments that are simply inexcusable. I can assure you it is not. I suppose the politically safe thing would be to move on from this episode and just hope that it fades into the woodwork. We can dismiss Reverend Wright as a crank or a demagogue, just as some have dismissed Geraldine Ferraro, in the aftermath of her recent statements, as harboring some deep-seated racial bias.

But race is an issue that I believe this nation cannot afford to ignore right now. We would be making the same mistake that Reverend Wright made in his offending sermons about America – to simplify and stereotype and amplify the negative to the point that it distorts reality.

The fact is that the comments that have been made and the issues that have surfaced over the last few weeks reflect the complexities of race in this country that we’ve never really worked through – a part of our union that we have yet to perfect. And if we walk away now, if we simply retreat into our respective corners, we will never be able to come together and solve challenges like health care, or education, or the need to find good jobs for every American.

Understanding this reality requires a reminder of how we arrived at this point. As William Faulkner once wrote, “The past isn’t dead and buried. In fact, it isn’t even past.” We do not need to recite here the history of racial injustice in this country. But we do need to remind ourselves that so many of the disparities that exist in the African-American community today can be directly traced to inequalities passed on from an earlier generation that suffered under the brutal legacy of slavery and Jim Crow.

Segregated schools were, and are, inferior schools; we still haven’t fixed them, fifty years after Brown v. Board of Education, and the inferior education they provided, then and now, helps explain the pervasive achievement gap between today’s black and white students.

Legalized discrimination - where blacks were prevented, often through violence, from owning property, or loans were not granted to African-American business owners, or black homeowners could not access FHA mortgages, or blacks were excluded from unions, or the police force, or fire departments – meant that black families could not amass any meaningful wealth to bequeath to future generations. That history helps explain the wealth and income gap between black and white, and the concentrated pockets of poverty that persists in so many of today’s urban and rural communities.

A lack of economic opportunity among black men, and the shame and frustration that came from not being able to provide for one’s family, contributed to the erosion of black families – a problem that welfare policies for many years may have worsened. And the lack of basic services in so many urban black neighborhoods – parks for kids to play in, police walking the beat, regular garbage pick-up and building code enforcement – all helped create a cycle of violence, blight and neglect that continue to haunt us.

This is the reality in which Reverend Wright and other African-Americans of his generation grew up. They came of age in the late fifties and early sixties, a time when segregation was still the law of the land and opportunity was systematically constricted. What’s remarkable is not how many failed in the face of discrimination, but rather how many men and women overcame the odds; how many were able to make a way out of no way for those like me who would come after them.

But for all those who scratched and clawed their way to get a piece of the American Dream, there were many who didn’t make it – those who were ultimately defeated, in one way or another, by discrimination. That legacy of defeat was passed on to future generations – those young men and increasingly young women who we see standing on street corners or languishing in our prisons, without hope or prospects for the future. Even for those blacks who did make it, questions of race, and racism, continue to define their worldview in fundamental ways. For the men and women of Reverend Wright’s generation, the memories of humiliation and doubt and fear have not gone away; nor has the anger and the bitterness of those years. That anger may not get expressed in public, in front of white co-workers or white friends. But it does find voice in the barbershop or around the kitchen table. At times, that anger is exploited by politicians, to gin up votes along racial lines, or to make up for a politician’s own failings.

And occasionally it finds voice in the church on Sunday morning, in the pulpit and in the pews. The fact that so many people are surprised to hear that anger in some of Reverend Wright’s sermons simply reminds us of the old truism that the most segregated hour in American life occurs on Sunday morning. That anger is not always productive; indeed, all too often it distracts attention from solving real problems; it keeps us from squarely facing our own complicity in our condition, and prevents the African-American community from forging the alliances it needs to bring about real change. But the anger is real; it is powerful; and to simply wish it away, to condemn it without understanding its roots, only serves to widen the chasm of misunderstanding that exists between the races.

In fact, a similar anger exists within segments of the white community. Most working- and middle-class white Americans don’t feel that they have been particularly privileged by their race. Their experience is the immigrant experience – as far as they’re concerned, no one’s handed them anything, they’ve built it from scratch. They’ve worked hard all their lives, many times only to see their jobs shipped overseas or their pension dumped after a lifetime of labor. They are anxious about their futures, and feel their dreams slipping away; in an era of stagnant wages and global competition, opportunity comes to be seen as a zero sum game, in which your dreams come at my expense. So when they are told to bus their children to a school across town; when they hear that an African American is getting an advantage in landing a good job or a spot in a good college because of an injustice that they themselves never committed; when they’re told that their fears about crime in urban neighborhoods are somehow prejudiced, resentment builds over time.

Like the anger within the black community, these resentments aren’t always expressed in polite company. But they have helped shape the political landscape for at least a generation. Anger over welfare and affirmative action helped forge the Reagan Coalition. Politicians routinely exploited fears of crime for their own electoral ends. Talk show hosts and conservative commentators built entire careers unmasking bogus claims of racism while dismissing legitimate discussions of racial injustice and inequality as mere political correctness or reverse racism.

Just as black anger often proved counterproductive, so have these white resentments distracted attention from the real culprits of the middle class squeeze – a corporate culture rife with inside dealing, questionable accounting practices, and short-term greed; a Washington dominated by lobbyists and special interests; economic policies that favor the few over the many. And yet, to wish away the resentments of white Americans, to label them as misguided or even racist, without recognizing they are grounded in legitimate concerns – this too widens the racial divide, and blocks the path to understanding.

This is where we are right now. It’s a racial stalemate we’ve been stuck in for years. Contrary to the claims of some of my critics, black and white, I have never been so naïve as to believe that we can get beyond our racial divisions in a single election cycle, or with a single candidacy – particularly a candidacy as imperfect as my own.

But I have asserted a firm conviction – a conviction rooted in my faith in God and my faith in the American people – that working together we can move beyond some of our old racial wounds, and that in fact we have no choice is we are to continue on the path of a more perfect union.

For the African-American community, that path means embracing the burdens of our past without becoming victims of our past. It means continuing to insist on a full measure of justice in every aspect of American life. But it also means binding our particular grievances – for better health care, and better schools, and better jobs - to the larger aspirations of all Americans -- the white woman struggling to break the glass ceiling, the white man whose been laid off, the immigrant trying to feed his family. And it means taking full responsibility for own lives – by demanding more from our fathers, and spending more time with our children, and reading to them, and teaching them that while they may face challenges and discrimination in their own lives, they must never succumb to despair or cynicism; they must always believe that they can write their own destiny.

Ironically, this quintessentially American – and yes, conservative – notion of self-help found frequent expression in Reverend Wright’s sermons. But what my former pastor too often failed to understand is that embarking on a program of self-help also requires a belief that society can change.

The profound mistake of Reverend Wright’s sermons is not that he spoke about racism in our society. It’s that he spoke as if our society was static; as if no progress has been made; as if this country – a country that has made it possible for one of his own members to run for the highest office in the land and build a coalition of white and black; Latino and Asian, rich and poor, young and old -- is still irrevocably bound to a tragic past. But what we know -- what we have seen – is that America can change. That is true genius of this nation. What we have already achieved gives us hope – the audacity to hope – for what we can and must achieve tomorrow.

In the white community, the path to a more perfect union means acknowledging that what ails the African-American community does not just exist in the minds of black people; that the legacy of discrimination - and current incidents of discrimination, while less overt than in the past - are real and must be addressed. Not just with words, but with deeds – by investing in our schools and our communities; by enforcing our civil rights laws and ensuring fairness in our criminal justice system; by providing this generation with ladders of opportunity that were unavailable for previous generations. It requires all Americans to realize that your dreams do not have to come at the expense of my dreams; that investing in the health, welfare, and education of black and brown and white children will ultimately help all of America prosper.

In the end, then, what is called for is nothing more, and nothing less, than what all the world’s great religions demand – that we do unto others as we would have them do unto us. Let us be our brother’s keeper, Scripture tells us. Let us be our sister’s keeper. Let us find that common stake we all have in one another, and let our politics reflect that spirit as well.

For we have a choice in this country. We can accept a politics that breeds division, and conflict, and cynicism. We can tackle race only as spectacle – as we did in the OJ trial – or in the wake of tragedy, as we did in the aftermath of Katrina - or as fodder for the nightly news. We can play Reverend Wright’s sermons on every channel, every day and talk about them from now until the election, and make the only question in this campaign whether or not the American people think that I somehow believe or sympathize with his most offensive words. We can pounce on some gaffe by a Hillary supporter as evidence that she’s playing the race card, or we can speculate on whether white men will all flock to John McCain in the general election regardless of his policies.

We can do that.

But if we do, I can tell you that in the next election, we’ll be talking about some other distraction. And then another one. And then another one. And nothing will change.

That is one option. Or, at this moment, in this election, we can come together and say, “Not this time.” This time we want to talk about the crumbling schools that are stealing the future of black children and white children and Asian children and Hispanic children and Native American children. This time we want to reject the cynicism that tells us that these kids can’t learn; that those kids who don’t look like us are somebody else’s problem. The children of America are not those kids, they are our kids, and we will not let them fall behind in a 21st century economy. Not this time.

This time we want to talk about how the lines in the Emergency Room are filled with whites and blacks and Hispanics who do not have health care; who don’t have the power on their own to overcome the special interests in Washington, but who can take them on if we do it together.

This time we want to talk about the shuttered mills that once provided a decent life for men and women of every race, and the homes for sale that once belonged to Americans from every religion, every region, every walk of life. This time we want to talk about the fact that the real problem is not that someone who doesn’t look like you might take your job; it’s that the corporation you work for will ship it overseas for nothing more than a profit.

This time we want to talk about the men and women of every color and creed who serve together, and fight together, and bleed together under the same proud flag. We want to talk about how to bring them home from a war that never should’ve been authorized and never should’ve been waged, and we want to talk about how we’ll show our patriotism by caring for them, and their families, and giving them the benefits they have earned.

I would not be running for President if I didn’t believe with all my heart that this is what the vast majority of Americans want for this country. This union may never be perfect, but generation after generation has shown that it can always be perfected. And today, whenever I find myself feeling doubtful or cynical about this possibility, what gives me the most hope is the next generation – the young people whose attitudes and beliefs and openness to change have already made history in this election.

There is one story in particularly that I’d like to leave you with today – a story I told when I had the great honor of speaking on Dr. King’s birthday at his home church, Ebenezer Baptist, in Atlanta.

There is a young, twenty-three year old white woman named Ashley Baia who organized for our campaign in Florence, South Carolina. She had been working to organize a mostly African-American community since the beginning of this campaign, and one day she was at a roundtable discussion where everyone went around telling their story and why they were there.

And Ashley said that when she was nine years old, her mother got cancer. And because she had to miss days of work, she was let go and lost her health care. They had to file for bankruptcy, and that’s when Ashley decided that she had to do something to help her mom.

She knew that food was one of their most expensive costs, and so Ashley convinced her mother that what she really liked and really wanted to eat more than anything else was mustard and relish sandwiches. Because that was the cheapest way to eat.

She did this for a year until her mom got better, and she told everyone at the roundtable that the reason she joined our campaign was so that she could help the millions of other children in the country who want and need to help their parents too.

Now Ashley might have made a different choice. Perhaps somebody told her along the way that the source of her mother’s problems were blacks who were on welfare and too lazy to work, or Hispanics who were coming into the country illegally. But she didn’t. She sought out allies in her fight against injustice.

Anyway, Ashley finishes her story and then goes around the room and asks everyone else why they’re supporting the campaign. They all have different stories and reasons. Many bring up a specific issue. And finally they come to this elderly black man who’s been sitting there quietly the entire time. And Ashley asks him why he’s there. And he does not bring up a specific issue. He does not say health care or the economy. He does not say education or the war. He does not say that he was there because of Barack Obama. He simply says to everyone in the room, “I am here because of Ashley.”

“I’m here because of Ashley.” By itself, that single moment of recognition between that young white girl and that old black man is not enough. It is not enough to give health care to the sick, or jobs to the jobless, or education to our children.

But it is where we start. It is where our union grows stronger. And as so many generations have come to realize over the course of the two-hundred and twenty one years since a band of patriots signed that document in Philadelphia, that is where the perfection begins.