Il tema dell’assistenza sanitaria è spinoso. Ci hanno provato tutti tranne Franklin Delano Roosevelt, che mentre costruiva il New Deal evitò di affrontarlo. Da allora in poi, il fantasma dei milioni di uninsured - le persone senza assistenza sanitaria privata o pubblica - aleggia sulla politica americana senza che nessuno riesca a farlo riposare.
Elezion di mid-term a parte, Obama si trova a dover affrontare il tema più difficile nel momento più difficile: in Afghanistan le cose non vanno bene, il discorso al mondo arabo sembra un ricordo sbiadito, in Iran ha vinto Ahmadinejad e nonostante i segnali positivi per l’economia, tutti alla Casa Bianca sanno bene che ci vorrà del tempo prima che ci siano effetti tangibili nella vita delle persone. Un colpo sulla sanità intaccherebbe in maniera molto seria l’immagine del presidente destinato a fare grandi cose e renderebbe la già riottosa maggioranza democratica in Congresso più immobilista di quanto non sia già.
La grande sfida per l’uomo politico che ha usato l’arma dei grandi discorsi ogni volta che si è trovato con le spalle al muro è quella di riuscire a convincere parti molto diverse della società e del quadro politico. Fino ad oggi Obama ha evitato di schierarsi in maniera pesante sulla public option, il principale tema di battaglia che riguarda la riforma sanitaria. Su alcuni temi le divisioni ci sono, ma la maggioranza può trovare un accordo al suo interno: l’idea che le assicurazioni non possano più rifiutare le cure ai malati cronici, quella per cui a persone con un passato sanitario difficile sia impossibile rifiutare la polizza, l’abbassamento dei costi grazie a bonus fiscali e contributi troverebbero i voti necessari in Congresso. Ma l’opzione pubblica, la nascita di un’assicurazione statale che competa con i privati e li costringa ad abbassare i costi, è un vicolo cieco dal quale è difficile uscire per diverse ragioni.
La prima sono gli anziani, che negli Stati Uniti hanno un livello di copertura sanitaria pubblica decente grazie a Medicare. Qual’è il problema? Che Obama in campagna elettorale e anche dopo ha promesso di non alzare le tasse ai ceti medi. E che la riforma con l’opzione pubblica costa. Per riuscire ad avere la botte piena e la moglie ubriaca, l’unica opzione possibile sembra essere quella di un taglio al programma di assistenza sanitaria agli anziani. Niente di drastico, Obama ripete che si tratterà di evitare gli sprechi e razionalizzare alcune cose. Gli anziani temono più file d’attesa per le analisi, le visite specialistiche e così via. Un assist alla destra repubblicana che sugli anziani sta facendo un pressing enorme. In un articolo pubblicato quest’anno dal giornale medico britannico The Lancet, Ezekiel Emanuel, medico consulente dell’amministrazione e fratello del capo dello staff di Obama, Rahm, spiegava più o meno che quando occorre scegliere chi mettere in testa alla graduatoria per un trapianto o per una cura scarsa, tra altri fattori, occorre tenere conto dell’età. Non ci è voluto a Sarah Palin a spiegare agli anziani americani che verranno sottoposti a dei «consulti della morte» nei quali i burocrati statali decideranno in base alle risorse se curarli o lasciarli morire. E’ bassa propaganda, ma sta funzionando.
Se poi si tiene conto che l’elettorato over 65 ha già votato in maggioranza a favore di John McCain nel 2008 e che tradizionalmente nelle elezioni di mezzo termine sono gli anziani, che vanno molto di più a votare dei giovani, a fare la differenza, i congressmen democratici hanno di che preoccuparsi. E prima di loro Obama.
Il presidente, mercoledì dovrà quindi decidere se mettere il suo peso sull’opzione pubblica oppure no. E’ una scelta molto difficile. Lo stratega di Obama, David Axelrod, nelle ultime due settimane ha parlato mlto più del solito con i media, segno che il clan del presidente sta facendo muro e, forse elaborando una straegia. Axelrod ha detto che il presidente favorisce l’idea della opzione pubblica. Ma non ha detto se la chiederà esplicitamente al Congresso. Abbandonare quell’idea rischierebbe di far perdere ad Obama la sua base più entusiasta e liberal. Non abbandonarla rischia di mettergli contro i moderati del Congresso e rendere improbabile che una riforma sanitaria migliorativa venga approvata. Evitare di scegliere, parlare del grande tema della sanità e dei diritti e farlo in maniera ottimale come fa sempre Obama, non basterà. Domani, il presidente avrà davanti persone che ricevono milioni di contributi da parte della lobby sanitaria e altre che rischiano la propria carriera politica tra un anno. Non serviranno solo concetti, ma l’indicazione di un percorso condiviso dalla maggioranza di deputati e senatori capace di convincere anche gli americani della sua efficacia. Se ci fosse la public option, tanto meglio. Se ci riuscirà, il presidente avrà raggiunto un risultato enorme e potrà a guardare al 2010 con una certa serenità. Alla fine dell’anno prossimo l’economia andrà meglio di oggi, l’Iraq sarà quasi un ricordo e con una riforma sanitaria, anche moderata, Obama avrebbe un enorme capitale da spendere. Altrimenti sarebbero guai seri.
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8 settembre 2009
20 giugno 2009
La partita a scacchi di Obama
Il giugno del 2009 è un altro mese memorabile della saga obamiana, nel “primo anno dell’era della responsabilità”. Il richiamo alla responsabilità collettiva e individuale, contro l’avidità senza scrupoli della “solita Washington” e della “solita Wall Street”, è uno dei temi ricorrenti della comunicazione presidenziale: il riferimento era presente nel discorso del Cairo del 4 giugno (rivolto a tutti gli attori coinvolti nella politica mediorientale, e in primo luogo a Israele e Palestina), nel documento che l’altro ieri ha accompagnato la proposta di regolamentazione del sistema bancario americano, lo sarà – con un richiamo diretto al suo popolo – il 27 giugno, giorno della mobilitazione nazionale a favore della riforma del sistema sanitario (fatto più unico che raro, questo presidente sta trasformando il partito democratico in un’organizzazione non solo elettorale attraverso lo strumento di “Organizing for America”).
In questi due giorni si è scatenata l’analisi a proposito di quello che l’amministrazione Usa e molti quotidiani americani hanno definito come “l’intervento di regolazione del sistema finanziario più importante dagli anni ’30 a oggi”. Un’affermazione che risponde a verità, se si considera come da allora il trend sia stato quello della deregolamentazione. Quindi, il primo passaggio è di natura ideologica: nell’assegnare alla Federal Reserve nuovi poteri di controllo sull’attività bancaria - la misura più osteggiata dagli oppositori della riforma – si ristabilisce il criterio del primato della regolamentazione su quello della finanza creativa e deregolamentata. Altrettanto ideologica – e speriamo anche fattuale - la scelta di creare un’agenzia di controllo a difesa del consumatore (la Consumer Financial Protection Agency, CFPA) che avrà poteri normativi in materia di carte di credito e mutui, le grandi fonti di ansia della vita di un cittadino medio. Chi accusa Obama di timidezza e propensione per il compromesso al ribasso ha le sue ragioni: non è stato riportato in vita il famoso Glass Steagall Act del 1933 – abbattuto da Clinton dieci anni fa – che impediva alle banche commerciali di trasformarsi in banche d’investimento e/o assicurazione. La fusione di queste due funzioni è stata una delle cause scatenanti della crisi del 2008 e di quella degli anni ‘20.
Questo piano, ancora una volta, mostra come Obama sia stato allevato nella dura scuola del realismo politico (i natali politici di Chicago hanno lasciato questo imprinting) ma anche a quella del progetto, del grande disegno: da un lato abbiamo una proposta di riforma che rappresenta un compromesso frutto di innumerevoli trattative; dall’altro si manifesta la volontà di ristabilire criteri e modalità di intervento pubblico che riportino lo stato al centro del processo politico, come garante dell’interesse generale. Quello che va compreso è che assistiamo a un’unica, gigantesca, partita di scacchi tra il governo e i grandi settori dell’industria privata, quelli che hanno letteralmente dominato l’agenda politica del paese per trent’anni. Obama vuole, senza alcun timore di fare compromessi anche importanti, riprendere in mano quell’agenda. Le grandi banche d’investimento sostengono il presidente, in cambio di una ristrutturazione del sistema finanziario non troppo pesante (e hanno i loro uomini nell’amministrazione); sono disposte ad aiutarlo, ma sanno che la notte non è passata e sanno che Obama può chiedere molto, come è avvenuto per l’accordo Obama-Fiat: lì il presidente ha imposto alle grandi banche creditrici verso Chrysler di accettare 28 centesimi per ogni dollaro che avrebbero potuto esigere. Perché lo hanno fatto? Perché dipendevano da Obama per la loro sopravvivenza, per via del denaro messogli a disposizione dall’amministrazione.
Cosa accadrà con la riforma sanitaria? Quali leve potrà usare Obama? Anche lì si muoverà con la logica del divide et impera, costruendo un’asse di compromesso con chi ci sta e cercando di schiacciare chi si oppone, come è avvenuto con i fondi pensioni che hanno provato ad avere indietro tutti i soldi investiti nel mondo Chrysler. E’ il grande ritorno della politica, persino nelle sue forme più barocche, come gli ormai celebri inviti alle cene a palazzo rivolti agli oppositori di Obama (comunque ben più sobrie di quelle italiane); ma anche attraverso strumenti tradizionali come la creazione di organizzazioni di massa - il già citato Organizing for America, i cui membri possono premere a livello locale sui Congressmen democratici più riottosi o poco disposti ad appoggiare la proposta di riforma; o persino attraverso la riscoperta della disciplina di partito, visto che il capo dello staff della Casa Bianca – Rahm Emanuel – è espressamente preposto al controllo dell’attività dei membri del Congresso. Il numero dei tavoli sui quali si sta giocando e l’importanza delle partite in corso dà la misura dell’ambizione dell’uomo.
("L'altro", 19.06.09 - Mattia Diletti)
In questi due giorni si è scatenata l’analisi a proposito di quello che l’amministrazione Usa e molti quotidiani americani hanno definito come “l’intervento di regolazione del sistema finanziario più importante dagli anni ’30 a oggi”. Un’affermazione che risponde a verità, se si considera come da allora il trend sia stato quello della deregolamentazione. Quindi, il primo passaggio è di natura ideologica: nell’assegnare alla Federal Reserve nuovi poteri di controllo sull’attività bancaria - la misura più osteggiata dagli oppositori della riforma – si ristabilisce il criterio del primato della regolamentazione su quello della finanza creativa e deregolamentata. Altrettanto ideologica – e speriamo anche fattuale - la scelta di creare un’agenzia di controllo a difesa del consumatore (la Consumer Financial Protection Agency, CFPA) che avrà poteri normativi in materia di carte di credito e mutui, le grandi fonti di ansia della vita di un cittadino medio. Chi accusa Obama di timidezza e propensione per il compromesso al ribasso ha le sue ragioni: non è stato riportato in vita il famoso Glass Steagall Act del 1933 – abbattuto da Clinton dieci anni fa – che impediva alle banche commerciali di trasformarsi in banche d’investimento e/o assicurazione. La fusione di queste due funzioni è stata una delle cause scatenanti della crisi del 2008 e di quella degli anni ‘20.
Questo piano, ancora una volta, mostra come Obama sia stato allevato nella dura scuola del realismo politico (i natali politici di Chicago hanno lasciato questo imprinting) ma anche a quella del progetto, del grande disegno: da un lato abbiamo una proposta di riforma che rappresenta un compromesso frutto di innumerevoli trattative; dall’altro si manifesta la volontà di ristabilire criteri e modalità di intervento pubblico che riportino lo stato al centro del processo politico, come garante dell’interesse generale. Quello che va compreso è che assistiamo a un’unica, gigantesca, partita di scacchi tra il governo e i grandi settori dell’industria privata, quelli che hanno letteralmente dominato l’agenda politica del paese per trent’anni. Obama vuole, senza alcun timore di fare compromessi anche importanti, riprendere in mano quell’agenda. Le grandi banche d’investimento sostengono il presidente, in cambio di una ristrutturazione del sistema finanziario non troppo pesante (e hanno i loro uomini nell’amministrazione); sono disposte ad aiutarlo, ma sanno che la notte non è passata e sanno che Obama può chiedere molto, come è avvenuto per l’accordo Obama-Fiat: lì il presidente ha imposto alle grandi banche creditrici verso Chrysler di accettare 28 centesimi per ogni dollaro che avrebbero potuto esigere. Perché lo hanno fatto? Perché dipendevano da Obama per la loro sopravvivenza, per via del denaro messogli a disposizione dall’amministrazione.
Cosa accadrà con la riforma sanitaria? Quali leve potrà usare Obama? Anche lì si muoverà con la logica del divide et impera, costruendo un’asse di compromesso con chi ci sta e cercando di schiacciare chi si oppone, come è avvenuto con i fondi pensioni che hanno provato ad avere indietro tutti i soldi investiti nel mondo Chrysler. E’ il grande ritorno della politica, persino nelle sue forme più barocche, come gli ormai celebri inviti alle cene a palazzo rivolti agli oppositori di Obama (comunque ben più sobrie di quelle italiane); ma anche attraverso strumenti tradizionali come la creazione di organizzazioni di massa - il già citato Organizing for America, i cui membri possono premere a livello locale sui Congressmen democratici più riottosi o poco disposti ad appoggiare la proposta di riforma; o persino attraverso la riscoperta della disciplina di partito, visto che il capo dello staff della Casa Bianca – Rahm Emanuel – è espressamente preposto al controllo dell’attività dei membri del Congresso. Il numero dei tavoli sui quali si sta giocando e l’importanza delle partite in corso dà la misura dell’ambizione dell’uomo.
("L'altro", 19.06.09 - Mattia Diletti)
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17 giugno 2009
Un convegno sulla crisi iraniana
Ecco una sintesi di alcuni degli interventi al convegno del Centro studi americani di Roma. Tra i presenti: Ephraim Sneh, Già Vice Ministro della Difesa, Renzo Guolo dell'Università di Torino, Nicola Pedde e Nasser Hadian, professore a Teheran di legge e scienze politiche, l'ex ambasciatore a Teheran Toscano, diplomatico di grande esperienza oggi a Delhi. Il professor Hadian ha anche detto cose molto interessanti sulla questione nucleare, magari le useremo un'altra volta.
L'ala militare del regime (i basji), la milizia volontaria che inquadra le masse fin dall'indomani della rivoluzione, pronta a mobilitarsi. L'ala militare è cresciuta nel tempo dopo una fase di debolezza all'interno di un regime nel quale le fazioni esistono, sono forti, rappresentano ceti e interessi e si combattono apertamente.
Nel primo decennio postrivoluzionario, l'ala radicale non clericale ha contato molto, ma dalla morte di Khomeini e durante la ricostruzione del Paese per mano della presidenza Rafsanjani, ha contato poco. Gli assi del regime erano incentrati tra l'alleanza tra religiosi e conservatori pragmatici: l'ala che pensava a una modernizzazione del sistema rivoluzionario, incorporando le milizie rivoluzionarie nelle strutture statuali. Depotenziare questa sorta di poteri paralleli con i comitati da una parte e lo Stato dall'altro. In questo decennio, molto più tecnocratico e liberista che non nel decennio della guerra, con la necessità di questi settori del regime di giunere a una normalizzazione dell'Iran nel sistema delle relazioni internazionali.
I primi passi di Rafsanjani hanno aperto spazi alla spinta riformista, esplosa con l'elezione di Khatami. La coalizione che portò a due presidenze dell'ayatollah era composita: la sinistra islamica, una forte componente di sistema e una parte di giovani e donne che vedevano nel presidente il traghettatore verso un sistema diverso. L'uomo del mutamento moderato, senza implosioni di sistema. La coalizione è implosa perché Khatami non è mai andato allo scontro con la Guida Suprema.
Khamenei, che è soprattutto un politico, uno che sul fronte della filosofia, della dottrina religiosa non è un granché, ha lavorato per recuperare il partito radicale-militare che, una volta tornato al potere non ha accettato un ruolo da sola guardia pretoriana. La mia tesi è che Khamenei non è più solo a decidere. I radicali capeggiati da Ahmadinejad sono penetrati nei gangli del potere ed hanno adottato una politica di spesa pubblica che non è servita a far uscire l'Iran dalla crisi - disoccupazione e inflazione - ma ha redistribuito reddito verso le fasce più deboli in maniera clientelare, creando nuova fedeltà tra i diseredati. Questa è ala base di Ahmadinejad.
L'interrogativo è, quanto Khamenei deve fare i conti con i militari? Il partito radicale non è più emarginabile. Può la Guida Suprema fare a meno dei radicali o, resosi conto dell'errore nell'imbarcare questa fazione può usare la piazza contro i radicali? Attenzione: i basji che sparano sulla folla sono un elemento di rottura simbolica con la rivoluzione. Era successo solo nel 1979 ed erano gli uomini dello Shah che sparavano. Insomma, quanto è Khamenei a condurre il gioco? Sta provando a contrapporre le piazze per riacquistare centralità? Quello che è certo è che l'assetto e la legittimità istituzionale del regime in questi giorni si incrinerà. E che l'Iran non sarà più lo stesso.
Nucleare: le aspettative su Mousavi erano eccessive, anche in caso di vittoria. Come moti riformisti viene dall'ambiente radicale ed ha una forte impronta nazionalista e non avrebbe messo in dubbio il diritto all'energia atomica. Il nodo è come si arriva al nucleare. E' vero pure che gli slogan di Ahmadinejad sono il frutto dell'ambiente che lo esprime - l'ala radicale, appunto - L'Iran come riferimento islamico dell'antimperialismo. Discorso più facile da fare con la presidenza Bush. La sconfessione aperta del discorso di Obama implicherebbe una risposta dura da parte Usa e questo l'ala pragmatica l'ha capito.
Una presidenza Bush avrebbe reso più tollerabile una vittoria di Mousavi: la retorica rivoluzionaria, che non è solo religiosa, ma anche anti-americana e anti-israeliana avrebbe potuto restare la stessa. La domanda difficile da porsi è però relativa al campo riformista: come mai, nonostante molti anni passati al potere e la consapevolezza della presa di Ahmadinejad tra le masse dei diseredati, questi non abbiano a loro volta elaborato una piattaforma populista capace di spostare il voto della parte a ideologica dei ceti più poveri della società.
L'ex viceministro israeliano parla di teocrazia repressiva dalla politica estera aggressiva che non vuole parlare con nessuno. Sneh sostiene che la proposta di dialogo di Obama è tempo perso perché il regime di Teheran e l'amministrazione Obama hanno due idee molto diverse di cosa cavare dal dialogo. L'ex ministro cita il rapporto dell'International crisis group elaborato attraverso settimane di interviste con funzionari iraniani. Da qui si evincerebbe che non c'è nessuna volontà di parlare del nucleare, ma che Teheran vuole un ruolo riconosciuto e la fine di qualsiasi tentativo di rovesciare il regime da parte americana. La verità è che il politico israeliano sembra non cogliere la portata del tentativo di Obama che vuole in realtà parlare di molti altri temi oltre al nucleare. Metterlo quasi da parte, depotenziarlo per poter discutere di Iraq, Afghanistan, Pakistan e commercio dell'oppio. Questa è una delle sottolineature di Hadian, cme naturale più abbottonato degli altri.
L'ala militare del regime (i basji), la milizia volontaria che inquadra le masse fin dall'indomani della rivoluzione, pronta a mobilitarsi. L'ala militare è cresciuta nel tempo dopo una fase di debolezza all'interno di un regime nel quale le fazioni esistono, sono forti, rappresentano ceti e interessi e si combattono apertamente.
Nel primo decennio postrivoluzionario, l'ala radicale non clericale ha contato molto, ma dalla morte di Khomeini e durante la ricostruzione del Paese per mano della presidenza Rafsanjani, ha contato poco. Gli assi del regime erano incentrati tra l'alleanza tra religiosi e conservatori pragmatici: l'ala che pensava a una modernizzazione del sistema rivoluzionario, incorporando le milizie rivoluzionarie nelle strutture statuali. Depotenziare questa sorta di poteri paralleli con i comitati da una parte e lo Stato dall'altro. In questo decennio, molto più tecnocratico e liberista che non nel decennio della guerra, con la necessità di questi settori del regime di giunere a una normalizzazione dell'Iran nel sistema delle relazioni internazionali.
I primi passi di Rafsanjani hanno aperto spazi alla spinta riformista, esplosa con l'elezione di Khatami. La coalizione che portò a due presidenze dell'ayatollah era composita: la sinistra islamica, una forte componente di sistema e una parte di giovani e donne che vedevano nel presidente il traghettatore verso un sistema diverso. L'uomo del mutamento moderato, senza implosioni di sistema. La coalizione è implosa perché Khatami non è mai andato allo scontro con la Guida Suprema.
Khamenei, che è soprattutto un politico, uno che sul fronte della filosofia, della dottrina religiosa non è un granché, ha lavorato per recuperare il partito radicale-militare che, una volta tornato al potere non ha accettato un ruolo da sola guardia pretoriana. La mia tesi è che Khamenei non è più solo a decidere. I radicali capeggiati da Ahmadinejad sono penetrati nei gangli del potere ed hanno adottato una politica di spesa pubblica che non è servita a far uscire l'Iran dalla crisi - disoccupazione e inflazione - ma ha redistribuito reddito verso le fasce più deboli in maniera clientelare, creando nuova fedeltà tra i diseredati. Questa è ala base di Ahmadinejad.
L'interrogativo è, quanto Khamenei deve fare i conti con i militari? Il partito radicale non è più emarginabile. Può la Guida Suprema fare a meno dei radicali o, resosi conto dell'errore nell'imbarcare questa fazione può usare la piazza contro i radicali? Attenzione: i basji che sparano sulla folla sono un elemento di rottura simbolica con la rivoluzione. Era successo solo nel 1979 ed erano gli uomini dello Shah che sparavano. Insomma, quanto è Khamenei a condurre il gioco? Sta provando a contrapporre le piazze per riacquistare centralità? Quello che è certo è che l'assetto e la legittimità istituzionale del regime in questi giorni si incrinerà. E che l'Iran non sarà più lo stesso.
Nucleare: le aspettative su Mousavi erano eccessive, anche in caso di vittoria. Come moti riformisti viene dall'ambiente radicale ed ha una forte impronta nazionalista e non avrebbe messo in dubbio il diritto all'energia atomica. Il nodo è come si arriva al nucleare. E' vero pure che gli slogan di Ahmadinejad sono il frutto dell'ambiente che lo esprime - l'ala radicale, appunto - L'Iran come riferimento islamico dell'antimperialismo. Discorso più facile da fare con la presidenza Bush. La sconfessione aperta del discorso di Obama implicherebbe una risposta dura da parte Usa e questo l'ala pragmatica l'ha capito.
Una presidenza Bush avrebbe reso più tollerabile una vittoria di Mousavi: la retorica rivoluzionaria, che non è solo religiosa, ma anche anti-americana e anti-israeliana avrebbe potuto restare la stessa. La domanda difficile da porsi è però relativa al campo riformista: come mai, nonostante molti anni passati al potere e la consapevolezza della presa di Ahmadinejad tra le masse dei diseredati, questi non abbiano a loro volta elaborato una piattaforma populista capace di spostare il voto della parte a ideologica dei ceti più poveri della società.
L'ex viceministro israeliano parla di teocrazia repressiva dalla politica estera aggressiva che non vuole parlare con nessuno. Sneh sostiene che la proposta di dialogo di Obama è tempo perso perché il regime di Teheran e l'amministrazione Obama hanno due idee molto diverse di cosa cavare dal dialogo. L'ex ministro cita il rapporto dell'International crisis group elaborato attraverso settimane di interviste con funzionari iraniani. Da qui si evincerebbe che non c'è nessuna volontà di parlare del nucleare, ma che Teheran vuole un ruolo riconosciuto e la fine di qualsiasi tentativo di rovesciare il regime da parte americana. La verità è che il politico israeliano sembra non cogliere la portata del tentativo di Obama che vuole in realtà parlare di molti altri temi oltre al nucleare. Metterlo quasi da parte, depotenziarlo per poter discutere di Iraq, Afghanistan, Pakistan e commercio dell'oppio. Questa è una delle sottolineature di Hadian, cme naturale più abbottonato degli altri.
11 giugno 2009
La sottile linea verde: il dialogo e le elezioni in Iran
Se il presidente siriano Assad sembra aver deciso che in fondo gli conviene rimettersi in gioco, a Teheran la partita è molto più complicata. Innanzitutto dalla lunga campagna elettorale e dai proclami che durante questa sono stati usati dal candidato alla rielezone, il presidente Ahmadinejad. L’ala dura del regime iraniano ha etichettato le aperture di Washington come propaganda: il leader supremo, l’ayatollah Khamenei, ha ricordato che «l’odio che gli iraniani sentono per gli Stati Uniti è profondo» mentre un articolo comparso sul settimanale delle Guardie della rivoluzione, Sobh-e Sadeq, spiegava che, al Cairo, Obama non ha fatto che ribadire vecchi concetti mentre gli Usa continuano a finanziare organizzazioni che vogliono distruggere la Repubblica islamica. Non esattamente aperture.
Eppure diverse agenzie di stampa iraniane (Irna, Isna, Fars) riportano dichiarazioni di figure non secondarie che spiegano che il dialogo non è tabù. Tanto più che un sondaggio pubblicato di recente indica che le priorità degli iraniani sono l’economia, elezioni e stampa libere e migliori relazioni con l’Occidente. Il sondaggio, condotto a maggio, indica Ahmadinejad come favorito di poco e, con il 70 per cento dei consensi, vede le persone interrogate favorire la rinuncia all’arma nucleare in cambio di buone relazioni con gli Usa.
Il terreno sarebbe quindi fertile. Tanto più che Washington e Teheran condividono diverse preoccupazioni a cominciare dalla situazione afghana. Le tensioni crescenti tra Teheran e i Paesi arabi preoccupati per il peso crescente degli sciiti favoriscono in qualche modo il dialogo.
Il primo grande problema che gli americani hanno è capire davvero chi parlare. I centri di potere della Repubblica islamica sono molti e spesso in conflitto tra loro. Lo si è capito un poco durante il regno di Ahmadinejad - con segnali non univoci sulla disponibilità a trattare sul programma nucleare - e lo si è capito benissimo negli anni del riformista Khatami, che perse la sua battaglia politica anche e a causa della quantità di freni e poteri di veto da parte di autorità religiose e istituzionali varie. L’esito delle presidenziali non basterà a spianare la strada al dialogo anche se dovesse vincere Moussavi. E poi, come ha scritto
Mohamed El Baradei, ex capo dell’Aiea che ha tribolato per anni attorno al programma atomico di Teheran, «gli iraniani sono dei bravissimi baazaris (commercianti di baazar, ndr.)» e aspetteranno di capire quel’è il risultato della revisione della politica Usa prima di scoprirsi. E’ un problema che Obama, Clinton e gli altri avranno anche in altri Paesi con i quali vogliono aprire il dialogo.
Il nodo più grande e complicato è però un altro. L’Iran vuole vedersi riconosciuto un ruolo da potenza regionale. E soprattutto, praticamente tutta la classe politica nata con la rivoluzione del ’79 ha come preoccupazione quella di mantenere in vita la Repubblica islamica. Dialogare con Teheran, per gli americani, significa riconoscere questo punto di partenza. Gli ayatollah non vogliono giocare una partita a scacchi sul programa nucleare - per quello hanno rifiutato le proposte europee di aiuti in cambio di rinuncia - ma essere rassicurati sul fatto che il dialogo non sarà la loro fine. Hanno molte armi da giocarsi per convincere gli americani: possono premere sui diversi compagni d’affari europei che hanno (Italia, Francia, Russia), chiudere o meno i rubinetti ad Hezbollah, alimentare il disordine iracheno e altro ancora. Dal dialogo, Teheran ha da guadagnare sul fronte economico e del prestigio regionale. Usa e Iran, insomma, hanno molto da scambiarsi. Ma come a Teheran, anche a Washington c’è chi proprio non vuole discutere: ieri l’ex ambasciatore neocon all’Onu Bolton scriveva sul Wall street Journal che se Israele colpisse le centrali nucleari iraniane non ci sarebbe nulla da temere. Quando si dice gli opposti estremismi.
Eppure diverse agenzie di stampa iraniane (Irna, Isna, Fars) riportano dichiarazioni di figure non secondarie che spiegano che il dialogo non è tabù. Tanto più che un sondaggio pubblicato di recente indica che le priorità degli iraniani sono l’economia, elezioni e stampa libere e migliori relazioni con l’Occidente. Il sondaggio, condotto a maggio, indica Ahmadinejad come favorito di poco e, con il 70 per cento dei consensi, vede le persone interrogate favorire la rinuncia all’arma nucleare in cambio di buone relazioni con gli Usa.
Il terreno sarebbe quindi fertile. Tanto più che Washington e Teheran condividono diverse preoccupazioni a cominciare dalla situazione afghana. Le tensioni crescenti tra Teheran e i Paesi arabi preoccupati per il peso crescente degli sciiti favoriscono in qualche modo il dialogo.
Il primo grande problema che gli americani hanno è capire davvero chi parlare. I centri di potere della Repubblica islamica sono molti e spesso in conflitto tra loro. Lo si è capito un poco durante il regno di Ahmadinejad - con segnali non univoci sulla disponibilità a trattare sul programma nucleare - e lo si è capito benissimo negli anni del riformista Khatami, che perse la sua battaglia politica anche e a causa della quantità di freni e poteri di veto da parte di autorità religiose e istituzionali varie. L’esito delle presidenziali non basterà a spianare la strada al dialogo anche se dovesse vincere Moussavi. E poi, come ha scritto
Mohamed El Baradei, ex capo dell’Aiea che ha tribolato per anni attorno al programma atomico di Teheran, «gli iraniani sono dei bravissimi baazaris (commercianti di baazar, ndr.)» e aspetteranno di capire quel’è il risultato della revisione della politica Usa prima di scoprirsi. E’ un problema che Obama, Clinton e gli altri avranno anche in altri Paesi con i quali vogliono aprire il dialogo.
Il nodo più grande e complicato è però un altro. L’Iran vuole vedersi riconosciuto un ruolo da potenza regionale. E soprattutto, praticamente tutta la classe politica nata con la rivoluzione del ’79 ha come preoccupazione quella di mantenere in vita la Repubblica islamica. Dialogare con Teheran, per gli americani, significa riconoscere questo punto di partenza. Gli ayatollah non vogliono giocare una partita a scacchi sul programa nucleare - per quello hanno rifiutato le proposte europee di aiuti in cambio di rinuncia - ma essere rassicurati sul fatto che il dialogo non sarà la loro fine. Hanno molte armi da giocarsi per convincere gli americani: possono premere sui diversi compagni d’affari europei che hanno (Italia, Francia, Russia), chiudere o meno i rubinetti ad Hezbollah, alimentare il disordine iracheno e altro ancora. Dal dialogo, Teheran ha da guadagnare sul fronte economico e del prestigio regionale. Usa e Iran, insomma, hanno molto da scambiarsi. Ma come a Teheran, anche a Washington c’è chi proprio non vuole discutere: ieri l’ex ambasciatore neocon all’Onu Bolton scriveva sul Wall street Journal che se Israele colpisse le centrali nucleari iraniane non ci sarebbe nulla da temere. Quando si dice gli opposti estremismi.
7 giugno 2009
Caldiron intervista Roy sul Cairo
Guido Caldiron
Olivier Roy è considerato uno dei più grandi esperti mondiali di geopolitica islamica. Direttore di ricerca al Cnrs di Parigi, insegna all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e all'Institut d'Etudes Politiques. Trai suoi libri, tradotti nel nostro paese, ricordiamo Global Muslim (Feltrinelli, 2003), L'impero assente (Carocci, 2004), L'Islam alla sfida della laicità (Marsilio, 2008).
Professor Roy, che impressione le ha fatto il discorso di Obama al Cairo?
Quello di Obama è stato un discorso "fondatore", nel senso che ha fatto il punto su tutti gli aspetti della relazione tra gli Stati Uniti e i musulmani, annunciando profonde modifiche rispetto a quanto visto fin qui. Credo però che più che le cose concrete dette dal Presidente americano, conti il tono del suo intervento. Obama ha parlato chiaramente, spiegando come la politica del suo paese su questi temi sia cambiata. Questo è il primo elemento segnalato dal discorso del Cairo.
Obama ha scelto con attenzione parole e riferimenti, il suo intervento si segnala per un nuovo vocabolario delle relazioni con l'Islam, "Voglio una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo si mescolino in pace" ha detto tra le altre cose. Un linguaggio che poptrà avere qualche effetto su chi l'ha ascoltato?
Senza dubbio. Obama ha giocato molto bene sia la carta emotiva, arriverei a dire affettiva, che quella razionale e realista. Voglio dire che non si tratta solo di un discorso che evoca grandi principi ma poi elude le difficoltà concrete che si incontrano nel tentare di tradurli nella realtà. Al contrario, Obama ha affrontato tutti gli aspetti quella questione, senza reticenza. E credo che le reazioni positive che stanno già arrivando da molti settori della politica musulmana e dai diversi paesi arabi, confermino questa lettura. Del resto, alla base del suo discorso c'è l'idea di un rispetto reciproco, non un rispetto generico tra diversi, ma una sorta di impegno verso un'evoluzione positiva delle varie situazioni prese in esame. Obama ha detto ai musulmani che è proprio perché vi rispettiamo che vi chiediamo passi concreti sulla democrazia, i diritti dell'uomo, la libertà individuale, la violenza e via dicendo.
Alla vigilia del discorso, tutti gli osservatori erano certi che Obama avrebbe parlato della Palestina o dell'Iraq, mentre era molto meno scontato che avrebbe posto anche delle domande scomode a chi lo ospitava: quell'Egitto di Mubarak che, come molti altri paesi "moderati", non brilla certo nel rispetto della democrazia. La sfida lanciata potrà avere risposte concrete?
Obama non avrebbe potuto non fare riferimento a questi temi che fanno parte in qualche modo dell'agenda politica o della comunicazione internazionale. Ciò detto, credo che un elemento di debolezza del suo intervento sia rappresentato dal modo in cui si è rivolto agli islamisti. E' vero che ha parlato della democrazia e del fatto che molti si limitano a reclamare diritti quanto non hanno potere e poi se ne scordano una volta alla guida di un paese, ma mi è sembrato debole su questo punto. Ha citato Hamas ma non ha fatto parola, almeno in modo esplicito, ai Fratelli Musulmani. Eppure, insieme alla carenza di democrazia dei regimi al potere, la minaccia alla democrazia rappresentata dall'Islam politico radicale rappresenta il cuore del problema.
Lei ha spiegato in tutte le sue opere che una sola "Umma", comunità, musulmana globale esiste solo nelle menti dei leader politici o religiosi, non nella realtà. Da questo punto di vista, a quale Islam ha parlato davvero il Presidente americano: ai sette milioni di musulmani che vivono negli Usa, alle nuove generazioni del mondo arabo o a chi altro?
In effetti credo che parli, per così dire, a molti Islam differenti. Da notare che Obama non ha usato una sola volta il termine di "muslim world" preferendo invece parlare "ai musulmani che sono nel mondo". Quando parla al passato fa ancora riferimento all'Islam come a una civiltà, c'è quella islamica e c'è quella occidentale con i loro scambi reciproci. Quando invece parla al presente si rivolge a dei soggetti concreti, insiste sui musulmani degli Usa, per ribadire che sono a tutti gli effetti americani. Mette l'accento sul fatto che si tratta di tante cose diverse, di cittadini di paesi tra loro molto diversi e non di una sola identità "totalizzante". Perciò Obama si muove sulla buona strada ma ancora con qualche incertezza.
In relazione a uno dei temi più caldi dell'agenda internazionale, quello del conflitto in atto in Pakistan e Afghanistam, Obama ha detto cose concrete: costruiremo ospedali e scuole per combattere il fondamentalismo. Un'attitudine nuova da parte degli Usa?
Fin qui siamo agli annunci, vedremo quante di queste cose si trasformeranno in atti concreti. In realtà Obama aveva annunciato questi passi già nella sua campagna elettorale, ma fino a questo momento si è visto ancora ben poco. Sulle situazioni di crisi più acute, Iraq, Afghanistan, Pakistan, lo stesso conflitto in Palestina, Obama aveva già detto le stesse cose, ora serve tradurle nella realtà. Quel che è certo è che il Presidente americano si rende conto che l'opzione militare può, da sola, risolvere ben poco di tutti questi conflitti.
Dopo dieci anni di politica americana all'insegna dello "scontro di civiltà", con Obama si è aperto un altro capitolo nelle relazioni internazionali. Ma potrà l'America che ha fino ad ora incarnato l'idea dell'esportazione manu militari della democrazia, sostenere la battaglia per la democratizzazione e la libertà nei paesi musulmani? Su questo tema Obama ha affermato due principi. Da un lato che non si può esportare la democrazia, dall'altro che la democrazia stessa deve radicarsi nelle culture locali. Perciò ha già rimpiazzato il "clash" tra civiltà caro a George W. Bush con l'idea del dialogo e con la constatazione che i musulmani si muovono oggi in molti contesti politici e sociali, tutt'altro che omogenei. In definitiva lascia aperta ogni possibilità rispetto al ruolo che potranno avere gli Usa nel processo di democratizzazione dei paesi musulmani.
Olivier Roy è considerato uno dei più grandi esperti mondiali di geopolitica islamica. Direttore di ricerca al Cnrs di Parigi, insegna all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e all'Institut d'Etudes Politiques. Trai suoi libri, tradotti nel nostro paese, ricordiamo Global Muslim (Feltrinelli, 2003), L'impero assente (Carocci, 2004), L'Islam alla sfida della laicità (Marsilio, 2008).
Professor Roy, che impressione le ha fatto il discorso di Obama al Cairo?
Quello di Obama è stato un discorso "fondatore", nel senso che ha fatto il punto su tutti gli aspetti della relazione tra gli Stati Uniti e i musulmani, annunciando profonde modifiche rispetto a quanto visto fin qui. Credo però che più che le cose concrete dette dal Presidente americano, conti il tono del suo intervento. Obama ha parlato chiaramente, spiegando come la politica del suo paese su questi temi sia cambiata. Questo è il primo elemento segnalato dal discorso del Cairo.
Obama ha scelto con attenzione parole e riferimenti, il suo intervento si segnala per un nuovo vocabolario delle relazioni con l'Islam, "Voglio una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo si mescolino in pace" ha detto tra le altre cose. Un linguaggio che poptrà avere qualche effetto su chi l'ha ascoltato?
Senza dubbio. Obama ha giocato molto bene sia la carta emotiva, arriverei a dire affettiva, che quella razionale e realista. Voglio dire che non si tratta solo di un discorso che evoca grandi principi ma poi elude le difficoltà concrete che si incontrano nel tentare di tradurli nella realtà. Al contrario, Obama ha affrontato tutti gli aspetti quella questione, senza reticenza. E credo che le reazioni positive che stanno già arrivando da molti settori della politica musulmana e dai diversi paesi arabi, confermino questa lettura. Del resto, alla base del suo discorso c'è l'idea di un rispetto reciproco, non un rispetto generico tra diversi, ma una sorta di impegno verso un'evoluzione positiva delle varie situazioni prese in esame. Obama ha detto ai musulmani che è proprio perché vi rispettiamo che vi chiediamo passi concreti sulla democrazia, i diritti dell'uomo, la libertà individuale, la violenza e via dicendo.
Alla vigilia del discorso, tutti gli osservatori erano certi che Obama avrebbe parlato della Palestina o dell'Iraq, mentre era molto meno scontato che avrebbe posto anche delle domande scomode a chi lo ospitava: quell'Egitto di Mubarak che, come molti altri paesi "moderati", non brilla certo nel rispetto della democrazia. La sfida lanciata potrà avere risposte concrete?
Obama non avrebbe potuto non fare riferimento a questi temi che fanno parte in qualche modo dell'agenda politica o della comunicazione internazionale. Ciò detto, credo che un elemento di debolezza del suo intervento sia rappresentato dal modo in cui si è rivolto agli islamisti. E' vero che ha parlato della democrazia e del fatto che molti si limitano a reclamare diritti quanto non hanno potere e poi se ne scordano una volta alla guida di un paese, ma mi è sembrato debole su questo punto. Ha citato Hamas ma non ha fatto parola, almeno in modo esplicito, ai Fratelli Musulmani. Eppure, insieme alla carenza di democrazia dei regimi al potere, la minaccia alla democrazia rappresentata dall'Islam politico radicale rappresenta il cuore del problema.
Lei ha spiegato in tutte le sue opere che una sola "Umma", comunità, musulmana globale esiste solo nelle menti dei leader politici o religiosi, non nella realtà. Da questo punto di vista, a quale Islam ha parlato davvero il Presidente americano: ai sette milioni di musulmani che vivono negli Usa, alle nuove generazioni del mondo arabo o a chi altro?
In effetti credo che parli, per così dire, a molti Islam differenti. Da notare che Obama non ha usato una sola volta il termine di "muslim world" preferendo invece parlare "ai musulmani che sono nel mondo". Quando parla al passato fa ancora riferimento all'Islam come a una civiltà, c'è quella islamica e c'è quella occidentale con i loro scambi reciproci. Quando invece parla al presente si rivolge a dei soggetti concreti, insiste sui musulmani degli Usa, per ribadire che sono a tutti gli effetti americani. Mette l'accento sul fatto che si tratta di tante cose diverse, di cittadini di paesi tra loro molto diversi e non di una sola identità "totalizzante". Perciò Obama si muove sulla buona strada ma ancora con qualche incertezza.
In relazione a uno dei temi più caldi dell'agenda internazionale, quello del conflitto in atto in Pakistan e Afghanistam, Obama ha detto cose concrete: costruiremo ospedali e scuole per combattere il fondamentalismo. Un'attitudine nuova da parte degli Usa?
Fin qui siamo agli annunci, vedremo quante di queste cose si trasformeranno in atti concreti. In realtà Obama aveva annunciato questi passi già nella sua campagna elettorale, ma fino a questo momento si è visto ancora ben poco. Sulle situazioni di crisi più acute, Iraq, Afghanistan, Pakistan, lo stesso conflitto in Palestina, Obama aveva già detto le stesse cose, ora serve tradurle nella realtà. Quel che è certo è che il Presidente americano si rende conto che l'opzione militare può, da sola, risolvere ben poco di tutti questi conflitti.
Dopo dieci anni di politica americana all'insegna dello "scontro di civiltà", con Obama si è aperto un altro capitolo nelle relazioni internazionali. Ma potrà l'America che ha fino ad ora incarnato l'idea dell'esportazione manu militari della democrazia, sostenere la battaglia per la democratizzazione e la libertà nei paesi musulmani? Su questo tema Obama ha affermato due principi. Da un lato che non si può esportare la democrazia, dall'altro che la democrazia stessa deve radicarsi nelle culture locali. Perciò ha già rimpiazzato il "clash" tra civiltà caro a George W. Bush con l'idea del dialogo e con la constatazione che i musulmani si muovono oggi in molti contesti politici e sociali, tutt'altro che omogenei. In definitiva lascia aperta ogni possibilità rispetto al ruolo che potranno avere gli Usa nel processo di democratizzazione dei paesi musulmani.
Il discorso di Obama
Sono onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso.
Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: salaam alaykum.
Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle
loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.
Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di
musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.
Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere.
Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.
Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.
Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è
quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.
In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.
Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate;
poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.
So anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno
eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.
Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.
Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani.
Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto.
Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo".
Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di
musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.
E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei
nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.
Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.
Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.
Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio.
Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.
Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.
Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.
Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.
Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.
La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare
insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.
Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in
Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così. Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.
Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.
Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.
Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo".
Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unitoda partner, non da dominatori.
E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo.
L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.
La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.
Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele.
Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.
D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.
Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.
Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede.
Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.
I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non
è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.
È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.
Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.
Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano
effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.
Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.
L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.
Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la
responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.
Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho
detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti.
La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.
Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.
Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto.
Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.
Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.
Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna
nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali.
Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.
La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri.
Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E
noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.
Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui.
Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera
democrazia.
Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.
Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura
proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni
devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.
La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.
Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.
È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.
Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.
Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.
Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere ildiritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.
Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.
So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.
Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire
qualcosa di completamente diverso.
Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando unnumero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.
Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per e promuovere la salute infantile e delle puerpere.
Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.
I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati.
Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.
So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".
Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.
È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro.
È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.
Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".
Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.
Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: salaam alaykum.
Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle
loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.
Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di
musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.
Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere.
Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.
Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.
Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è
quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.
In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.
Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate;
poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.
So anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno
eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.
Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.
Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani.
Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto.
Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo".
Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di
musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.
E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei
nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.
Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.
Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.
Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio.
Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.
Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.
Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.
Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.
Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.
La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare
insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.
Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in
Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così. Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.
Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.
Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.
Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo".
Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unitoda partner, non da dominatori.
E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo.
L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.
La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.
Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele.
Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.
D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.
Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.
Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede.
Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.
I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non
è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.
È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.
Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.
Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano
effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.
Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.
L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.
Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la
responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.
Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho
detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti.
La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.
Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.
Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto.
Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.
Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.
Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna
nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali.
Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.
La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri.
Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E
noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.
Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui.
Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera
democrazia.
Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.
Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura
proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni
devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.
La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.
Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.
È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.
Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.
Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.
Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere ildiritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.
Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.
So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.
Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire
qualcosa di completamente diverso.
Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando unnumero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.
Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per e promuovere la salute infantile e delle puerpere.
Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.
I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati.
Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.
So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".
Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.
È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro.
È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.
Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".
Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.
9 gennaio 2009
25 giugno 2008
La destra religiosa alla prova del 2008
Martino Mazzonis
Lo sguardo fiero, la prosa profetica, l’abitudine alle foto assieme al presidente. Dalla fine degli anni ’70 i paladini dell’evangelismo frequentano la Casa Bianca, le forniscono voti, dettano l’agenda morale al Paese e fanno pressioni sulla Corte Suprema. Per anni ci siamo abituati ad immaginare gli evangelici americani come a una falange romana pronta a tutto per il bene del partito repubblicano. Sermoni infuocati, odio nei confronti dei nemici politici, fiamme dell’inferno evocate ogni quattro parole. Per anni quest’immagine ha avuto un senso. Da Reagan in poi il blocco degli elettori che votavano repubblicano a partire da valutazioni morali è stato uno dei pilastri della lunga stagione conservatrice cominciata con Nixon.
Il 2008 potrebbe rappresentare un momento di passaggio anche per l’elettorato religioso. I grandi costruttori del consenso religioso ai repubblicani stanno morendo uno ad uno o andando in pensione e le vittorie di George W. Bush, architettate dal suo cervello Karl Rove, frutto della grande mobilitazione evangelica, potrebbero essere le ultime costruite così. Rove teorizzava che le elezioni si vincono mobilitando al massimo la propria base e portando a casa gli Stati decisivi per ottenere la presidenza. Il sistema elettorale americano è tale che non serve prendere più voti ma eleggere più grandi elettori - eletti nei singoli Stati, più o meno in proporzione alla popolazione. Nel 2004, l’Ohio fu vinto proprio grazie alla grande mobilitazione dei religiosi: Rod Parsley, predicatore di destra che oggi sostiene McCain aveva proposto un referendum sull’aborto, garantendo così una grande affluenza alle urne dei value voters, gli elettori che votano in base ai valori morali.
Nell’America del 2008 sembra che alcune di queste cose stiano cambiando. Sia McCain che Obama potrebbero avere la possibilità di vincere le elezioni strappando all’avversario Stati e voti che negli ultimi decenni sono stati saldamente in mano al partito avversario. Una delle tante ragioni della possibilità di Obama di farcela sta nelle crepe enormi che si sono prodotte nel blocco evangelico. In primo luogo la colpa è di Bush. La crisi, la guerra e la mancanza di successi in materia di pubblica morale non sono compensati dalla generosità con cui le casse federali hanno dato soldi alle congregazioni religiose. Di quei soldi hanno beneficiato solo i pastori e le loro organizzazioni. Poi c’è la mancanza di fascino esercitata dal candidato McCain sui leader e cristianissimi elettori. Seppure lo staff del senatore repubblicano stia facendo di tutto per corteggiare la lobby del Vangelo, ricordando i voti contro l’aborto e criticando la recente decisione della Corte suprema sul matrimonio gay, le cose non funzionano. Il veterano non ha le carte di George W., non è rinato in Cristo e criticò alcuni dei leader religiosi schierati con Bush nelle primarie del 2000, definendoli «agenti dell’intolleranza». James Dobson, fondatore dell’impero Focus on the Family, la figura pubblica più visibile sul fronte della destra evangelica negli ultimi anni, non ha appoggiato ufficialmente McCain e i suoi collaboratori sostengono che non lo farà.
La difficoltà di McCain è anche tattica: per vincere gli servono voti indipendenti, la mobilitazione del proprio elettorato non basterà a vincere, e per averli non si può essere un candidato con il marchio dell’intolleranza religiosa. Per questo, dopo aver corteggiato Rod Parsley e John Hagee ha dovuto rifiutare il loro appoggio. I due le hanno sparate grosse su Hitler, i musulmani e altro ancora, con loro gli indipendenti non si convincono. Ma senza la mobilitazione dei religiosi ci sono Stati dove i repubblicani non hanno possibilità di vincere.
Obama questa verità la conosce e si è messo a caccia di una parte di quell’elettorato. Non può pensare di corteggiare quelli che interruppero l’insediamento della Camera dei rappresentanti nel 2000 perché invece di un cristiano c’era Venkatachalapathi Samuldrala, religioso indù, a pronunciare la benedizione. E neppure quelli che stazionano agli angoli delle strade con foto di feti squarciati o quelli che mandano i figli ai Jesus camps, dove i bambini imparano di essere peccatori destinati alle fiamme dell’inferno. La strategia è duplice: convincere e ridurre il danno, non diventando oggetto di una campagna feroce. Per questo secondo aspetto, all’inizio del mese Obama ha incontrato diversi leader religiosi a Chicago per discutere di aborto, povertà, sistema sanitario, spiegare il suo punto di vista. «Non cercavamo voti» ha spiegato un suo portavoce. La caccia ai religiosi però c’è: ci sono alcuni evangelici progressisti che lavorano nello staff del senatore democratico e ragionano su cosa dire e come parlare a quei segmenti di elettorato bianco che si lasca guidare dai valori morali anche nella scelta del presidente. Nelle primarie Obama ha perso quei voti a scapito di Clinton negli Stati democratici, e nel 2004 Kerry perse perché evitò la questione religiosa mentre Bush la cavalcava.
Ma le possibilità democratiche di riconquistare un pezzo dell’elettorato religioso, e segnatamente di quello evangelico, passa per un mutamento profondo avvenuto proprio dentro al mondo dei pastori di anime e delle loro organizzazioni. La vecchia guardia repubblicana doc sta passando a miglior vita e il suo impianto ideologico viene pesantemente messo in discussione. Troppo funzionale ai repubblicani, troppo ideologico, troppo politicizzato nel senso deteriore. I giovani evangelici invece sono molto preoccupati per l’ambiente e mettono la protezione del creato e la povertà davanti alle crociate contro l’omosessualità.
Non si tratta di uno spostamento “a sinistra”, ma di una acquisizione di indipendenza e di una maggiore frammentazione. A marzo di quest’anno, la Southern Baptist Convention, gruppo teologicamente conservatore, ha emanato un documento in cui chiede ai suoi affiliati di predicare e lavorare per la protezione dell’ambiente. L’aborto non si dimentica, ma non è più l’unica priorità. I repubblicani, così vicini alla lobby petrolifera, faranno bene a metterselo in testa.
Che le crepe nel rapporto tra evangelici e politica di destra stiano diventando crateri, sembra confermarlo l’Evangelical manifesto, un documento firmato da 90 eminenti pastori e teologi, liberali e conservatori, reso pubblico a maggio. Leggendolo si ha l’impressione non ci sia scritto nulla. Un tratto caratteristico dei documenti politico-religiosi a scopo interno. Eppure il manifesto ha suscitato un vespaio. Il documento non esprime una visione politica, ma chiede più indipendenza, cerca di portare fuori dall’abbraccio con la destra di Washington le chiese evangeliche del Paese. Troppa partigianeria, troppo odio, eccesso di attenzione su due o tre No (aborti, divorzio, matrimonio gay) e assenza di interesse al resto.
L’anno scorso il presidente designato della Christian coalition decise di non accettare l’incarico perché la sua attenzione a lotta alla povertà e all’ambiente non era accettata dai dirigenti anziani della coalizione. Joel Hunter, così si chiama, è un moderato conservatore ed è solo l’ultimo segnale che c’è una vecchia America dell’evangelismo poulista e minaccioso che sta perdendo forza, nonostante la sua forza organizzativa e materiale non è più in sintonia con le sue anime (o con una parte cospicua di queste). Non sarà un caso se in questi giorni esce in libreria “La fede di Barack Obama”, di Thomas Nelson, autore di best seller religiosi, in cui si spiega che il senatore è certo un liberale, ma è uomo di profonda fede. Come un pezzo consistente della nuova generazione di evangelici. Nelson è stato biografo della conversione religiosa di un altra figura importante, il suo libro più venduto parla della rinascita in Cristo del presidente Bush.
SCHEDA: qualche numero sugli evangelici
Gli evangelici sono poco più del 25 per cento dei cittadini americani, i cattolici sono il 23, i protestanti tradizionali (luterani, anglicani, presbiteriani) il 18, gli affiliati alle chiese di tradizione afroamericana il 7 per cento. Ebrei e mormoni contano entrambi intorno all’1,7, mentre i non religiosi sono il 16 per cento. Affiliati alle chiese a prevalenza nera ed evangelici sono i gruppi religiosi con il reddito medio più basso.
Le chiese evangeliche possono essere singole mega edifici in mano a un singolo predicatore famoso, reti di pastori collegati tra loro e uniti da un tipo di predicazione e credo, hanno le loro televisioni, organizzano incontri e settimane di preghiera in stadi e palazzetti, hanno le loro università. Non c’è una gerarchia, ma la capacità predicatoria e imprenditoriale di ciascun predicatore rende il suo gospel il più ascoltato e venduto a seconda dei periodi.
In Oklahoma, Arkansas, Tennessee gli evangelici contano più di metà del totale della popolazione. Sono più o intorno al 40 in Ohio, Texas, North e South Carolina, Alabama, Mississippi, Kentucky, Missouri. All’80 per cento sono bianchi, il 56 per cento ha un’educazione che va dalle scuole superiori in giù, il 13 per cento ha l’equivalente di una nostra laurea.
Gli evangelici sono all’80 per cento contro il matrimonio gay (la media nazionale è 55 per il No) mentre sostengono la pena di morte al 74 per cento (la media Usa è 62).
Religione e politica, una cronologia
1973 La sentenza della Corte costituzionale Roe Vs. Wade, che consente l’aborto, apre un enorme dibattito sui temi morali. La battaglia contro questa sentenza e altre della Corte è, da ora in poi, uno dei principali temi della mobilitazione evangelica.
1976 Il primo a raccogliere e portare in politica la rinascita in Cristo è Jimmy Carter. Viene dalla Georgia, non dagli Stati in mano al suo partito. Ne ’76 porta a casa il 56% dei voti battisti e viene eletto. Tutto il Sud vota democratico (nel 2000 e 2004 sarà l’esatto contrario).
1978, nasce Christian voice, una campagna che fa le pagelle ai poltici sulla base dei valori morali e del loro modo di votare in Congresso sui temi cari agli evangelici.
1979, è l’anno chiave. Jerry Falwell porta la croce nell’urna costruendo la Moral majority. Basta avere paura delle istituzioni, Falwell parla di politica e ne parla tanto, non gira attorno alle questioni e organizza il voto. Nel primo anno la sua organizzazione raccoglie 400mila iscritti e gioca un ruolo determinante nel successo di Ronald Reagan nel 1980
1985 George W. Bush passeggia su una spiaggia del Maine assieme a Billy Graham, consigliere spirituale di diversi presidenti e influente predicatore. Comincia la rinascita in Cristo, se ne sentirà parlare una ventina d’anni dopo. (Dell’aneddoto esistono diverse versioni).
1988 In 3 milioni firmano la petizione che chiede al telepredicatore Pat Robertson di cercare la nomination repubblicana.
1990 Robertson fonda la Christian Coalition utilizzando i fondi della campagna presidenziale fallita. La coalizione religiosa organizza la registrazione e partecipazione al voto in favore di candidati vicini alle idee del gruppo.
1993 L’introduzione della regola “non chiedo/non dire”, che consente agli omosessuali di fare il militare - senza potersi dichiarare, senza che gli venga chiesto - scatena una campagna contro Bill Clinton
2000-2004 Bush junior vince due volte. Il voto evangelico è determinante. La geografia del voto, che regala gli Stati dove le organizzazioni e le mega chiese sono più presenti ai repubblicani, sembra diventata una costante della politica americana.
2006-2008 New Jersey, Vermont, Massachussets e California decretano che le coppie dello stesso sesso devono avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali. Nel 2008 la Corte suprema autorizza la California a procedere con i matrimoni gay. In una campagna elettorale centrata su economia, Iraq, energia e ambiente, i valori rischiano di tornare. Aiuteranno McCain?
2007 Joel Hunter, presidente designato della Christian coalition, non accetta l’incarico. La sua visione dell’intervento in politica - oltre i no ad aborto e matrimonio gay, per la difesa dell’ambiente e la ricostruzione dell’organizzazione dal basso, dice, non è condivisa dal resto della direzione della Cc.
Lo sguardo fiero, la prosa profetica, l’abitudine alle foto assieme al presidente. Dalla fine degli anni ’70 i paladini dell’evangelismo frequentano la Casa Bianca, le forniscono voti, dettano l’agenda morale al Paese e fanno pressioni sulla Corte Suprema. Per anni ci siamo abituati ad immaginare gli evangelici americani come a una falange romana pronta a tutto per il bene del partito repubblicano. Sermoni infuocati, odio nei confronti dei nemici politici, fiamme dell’inferno evocate ogni quattro parole. Per anni quest’immagine ha avuto un senso. Da Reagan in poi il blocco degli elettori che votavano repubblicano a partire da valutazioni morali è stato uno dei pilastri della lunga stagione conservatrice cominciata con Nixon.
Il 2008 potrebbe rappresentare un momento di passaggio anche per l’elettorato religioso. I grandi costruttori del consenso religioso ai repubblicani stanno morendo uno ad uno o andando in pensione e le vittorie di George W. Bush, architettate dal suo cervello Karl Rove, frutto della grande mobilitazione evangelica, potrebbero essere le ultime costruite così. Rove teorizzava che le elezioni si vincono mobilitando al massimo la propria base e portando a casa gli Stati decisivi per ottenere la presidenza. Il sistema elettorale americano è tale che non serve prendere più voti ma eleggere più grandi elettori - eletti nei singoli Stati, più o meno in proporzione alla popolazione. Nel 2004, l’Ohio fu vinto proprio grazie alla grande mobilitazione dei religiosi: Rod Parsley, predicatore di destra che oggi sostiene McCain aveva proposto un referendum sull’aborto, garantendo così una grande affluenza alle urne dei value voters, gli elettori che votano in base ai valori morali.
Nell’America del 2008 sembra che alcune di queste cose stiano cambiando. Sia McCain che Obama potrebbero avere la possibilità di vincere le elezioni strappando all’avversario Stati e voti che negli ultimi decenni sono stati saldamente in mano al partito avversario. Una delle tante ragioni della possibilità di Obama di farcela sta nelle crepe enormi che si sono prodotte nel blocco evangelico. In primo luogo la colpa è di Bush. La crisi, la guerra e la mancanza di successi in materia di pubblica morale non sono compensati dalla generosità con cui le casse federali hanno dato soldi alle congregazioni religiose. Di quei soldi hanno beneficiato solo i pastori e le loro organizzazioni. Poi c’è la mancanza di fascino esercitata dal candidato McCain sui leader e cristianissimi elettori. Seppure lo staff del senatore repubblicano stia facendo di tutto per corteggiare la lobby del Vangelo, ricordando i voti contro l’aborto e criticando la recente decisione della Corte suprema sul matrimonio gay, le cose non funzionano. Il veterano non ha le carte di George W., non è rinato in Cristo e criticò alcuni dei leader religiosi schierati con Bush nelle primarie del 2000, definendoli «agenti dell’intolleranza». James Dobson, fondatore dell’impero Focus on the Family, la figura pubblica più visibile sul fronte della destra evangelica negli ultimi anni, non ha appoggiato ufficialmente McCain e i suoi collaboratori sostengono che non lo farà.
La difficoltà di McCain è anche tattica: per vincere gli servono voti indipendenti, la mobilitazione del proprio elettorato non basterà a vincere, e per averli non si può essere un candidato con il marchio dell’intolleranza religiosa. Per questo, dopo aver corteggiato Rod Parsley e John Hagee ha dovuto rifiutare il loro appoggio. I due le hanno sparate grosse su Hitler, i musulmani e altro ancora, con loro gli indipendenti non si convincono. Ma senza la mobilitazione dei religiosi ci sono Stati dove i repubblicani non hanno possibilità di vincere.
Obama questa verità la conosce e si è messo a caccia di una parte di quell’elettorato. Non può pensare di corteggiare quelli che interruppero l’insediamento della Camera dei rappresentanti nel 2000 perché invece di un cristiano c’era Venkatachalapathi Samuldrala, religioso indù, a pronunciare la benedizione. E neppure quelli che stazionano agli angoli delle strade con foto di feti squarciati o quelli che mandano i figli ai Jesus camps, dove i bambini imparano di essere peccatori destinati alle fiamme dell’inferno. La strategia è duplice: convincere e ridurre il danno, non diventando oggetto di una campagna feroce. Per questo secondo aspetto, all’inizio del mese Obama ha incontrato diversi leader religiosi a Chicago per discutere di aborto, povertà, sistema sanitario, spiegare il suo punto di vista. «Non cercavamo voti» ha spiegato un suo portavoce. La caccia ai religiosi però c’è: ci sono alcuni evangelici progressisti che lavorano nello staff del senatore democratico e ragionano su cosa dire e come parlare a quei segmenti di elettorato bianco che si lasca guidare dai valori morali anche nella scelta del presidente. Nelle primarie Obama ha perso quei voti a scapito di Clinton negli Stati democratici, e nel 2004 Kerry perse perché evitò la questione religiosa mentre Bush la cavalcava.
Ma le possibilità democratiche di riconquistare un pezzo dell’elettorato religioso, e segnatamente di quello evangelico, passa per un mutamento profondo avvenuto proprio dentro al mondo dei pastori di anime e delle loro organizzazioni. La vecchia guardia repubblicana doc sta passando a miglior vita e il suo impianto ideologico viene pesantemente messo in discussione. Troppo funzionale ai repubblicani, troppo ideologico, troppo politicizzato nel senso deteriore. I giovani evangelici invece sono molto preoccupati per l’ambiente e mettono la protezione del creato e la povertà davanti alle crociate contro l’omosessualità.
Non si tratta di uno spostamento “a sinistra”, ma di una acquisizione di indipendenza e di una maggiore frammentazione. A marzo di quest’anno, la Southern Baptist Convention, gruppo teologicamente conservatore, ha emanato un documento in cui chiede ai suoi affiliati di predicare e lavorare per la protezione dell’ambiente. L’aborto non si dimentica, ma non è più l’unica priorità. I repubblicani, così vicini alla lobby petrolifera, faranno bene a metterselo in testa.
Che le crepe nel rapporto tra evangelici e politica di destra stiano diventando crateri, sembra confermarlo l’Evangelical manifesto, un documento firmato da 90 eminenti pastori e teologi, liberali e conservatori, reso pubblico a maggio. Leggendolo si ha l’impressione non ci sia scritto nulla. Un tratto caratteristico dei documenti politico-religiosi a scopo interno. Eppure il manifesto ha suscitato un vespaio. Il documento non esprime una visione politica, ma chiede più indipendenza, cerca di portare fuori dall’abbraccio con la destra di Washington le chiese evangeliche del Paese. Troppa partigianeria, troppo odio, eccesso di attenzione su due o tre No (aborti, divorzio, matrimonio gay) e assenza di interesse al resto.
L’anno scorso il presidente designato della Christian coalition decise di non accettare l’incarico perché la sua attenzione a lotta alla povertà e all’ambiente non era accettata dai dirigenti anziani della coalizione. Joel Hunter, così si chiama, è un moderato conservatore ed è solo l’ultimo segnale che c’è una vecchia America dell’evangelismo poulista e minaccioso che sta perdendo forza, nonostante la sua forza organizzativa e materiale non è più in sintonia con le sue anime (o con una parte cospicua di queste). Non sarà un caso se in questi giorni esce in libreria “La fede di Barack Obama”, di Thomas Nelson, autore di best seller religiosi, in cui si spiega che il senatore è certo un liberale, ma è uomo di profonda fede. Come un pezzo consistente della nuova generazione di evangelici. Nelson è stato biografo della conversione religiosa di un altra figura importante, il suo libro più venduto parla della rinascita in Cristo del presidente Bush.
SCHEDA: qualche numero sugli evangelici
Gli evangelici sono poco più del 25 per cento dei cittadini americani, i cattolici sono il 23, i protestanti tradizionali (luterani, anglicani, presbiteriani) il 18, gli affiliati alle chiese di tradizione afroamericana il 7 per cento. Ebrei e mormoni contano entrambi intorno all’1,7, mentre i non religiosi sono il 16 per cento. Affiliati alle chiese a prevalenza nera ed evangelici sono i gruppi religiosi con il reddito medio più basso.
Le chiese evangeliche possono essere singole mega edifici in mano a un singolo predicatore famoso, reti di pastori collegati tra loro e uniti da un tipo di predicazione e credo, hanno le loro televisioni, organizzano incontri e settimane di preghiera in stadi e palazzetti, hanno le loro università. Non c’è una gerarchia, ma la capacità predicatoria e imprenditoriale di ciascun predicatore rende il suo gospel il più ascoltato e venduto a seconda dei periodi.
In Oklahoma, Arkansas, Tennessee gli evangelici contano più di metà del totale della popolazione. Sono più o intorno al 40 in Ohio, Texas, North e South Carolina, Alabama, Mississippi, Kentucky, Missouri. All’80 per cento sono bianchi, il 56 per cento ha un’educazione che va dalle scuole superiori in giù, il 13 per cento ha l’equivalente di una nostra laurea.
Gli evangelici sono all’80 per cento contro il matrimonio gay (la media nazionale è 55 per il No) mentre sostengono la pena di morte al 74 per cento (la media Usa è 62).
Religione e politica, una cronologia
1973 La sentenza della Corte costituzionale Roe Vs. Wade, che consente l’aborto, apre un enorme dibattito sui temi morali. La battaglia contro questa sentenza e altre della Corte è, da ora in poi, uno dei principali temi della mobilitazione evangelica.
1976 Il primo a raccogliere e portare in politica la rinascita in Cristo è Jimmy Carter. Viene dalla Georgia, non dagli Stati in mano al suo partito. Ne ’76 porta a casa il 56% dei voti battisti e viene eletto. Tutto il Sud vota democratico (nel 2000 e 2004 sarà l’esatto contrario).
1978, nasce Christian voice, una campagna che fa le pagelle ai poltici sulla base dei valori morali e del loro modo di votare in Congresso sui temi cari agli evangelici.
1979, è l’anno chiave. Jerry Falwell porta la croce nell’urna costruendo la Moral majority. Basta avere paura delle istituzioni, Falwell parla di politica e ne parla tanto, non gira attorno alle questioni e organizza il voto. Nel primo anno la sua organizzazione raccoglie 400mila iscritti e gioca un ruolo determinante nel successo di Ronald Reagan nel 1980
1985 George W. Bush passeggia su una spiaggia del Maine assieme a Billy Graham, consigliere spirituale di diversi presidenti e influente predicatore. Comincia la rinascita in Cristo, se ne sentirà parlare una ventina d’anni dopo. (Dell’aneddoto esistono diverse versioni).
1988 In 3 milioni firmano la petizione che chiede al telepredicatore Pat Robertson di cercare la nomination repubblicana.
1990 Robertson fonda la Christian Coalition utilizzando i fondi della campagna presidenziale fallita. La coalizione religiosa organizza la registrazione e partecipazione al voto in favore di candidati vicini alle idee del gruppo.
1993 L’introduzione della regola “non chiedo/non dire”, che consente agli omosessuali di fare il militare - senza potersi dichiarare, senza che gli venga chiesto - scatena una campagna contro Bill Clinton
2000-2004 Bush junior vince due volte. Il voto evangelico è determinante. La geografia del voto, che regala gli Stati dove le organizzazioni e le mega chiese sono più presenti ai repubblicani, sembra diventata una costante della politica americana.
2006-2008 New Jersey, Vermont, Massachussets e California decretano che le coppie dello stesso sesso devono avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali. Nel 2008 la Corte suprema autorizza la California a procedere con i matrimoni gay. In una campagna elettorale centrata su economia, Iraq, energia e ambiente, i valori rischiano di tornare. Aiuteranno McCain?
2007 Joel Hunter, presidente designato della Christian coalition, non accetta l’incarico. La sua visione dell’intervento in politica - oltre i no ad aborto e matrimonio gay, per la difesa dell’ambiente e la ricostruzione dell’organizzazione dal basso, dice, non è condivisa dal resto della direzione della Cc.
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11 giugno 2008
Lezioni di organizzazione (Obama e l'Italia)
Obama e l’Italia fin’ora è stato solo un matrimonio d’interesse. Per di più una delle due parti (quella americana) aveva molto poco da guadagnarci. E’ inutile tornare sul tormentone amaro del “Yes, We Can”, il “si può fare” veltroniano. Ma la storia di quello slogan dà un idea della distanza tra Stati uniti e Italia. Di là dall’oceano si recupera uno slogan radicato nella propria cultura e tradizione politica, di qua si ricerca uno refrain pubblicitario senza curarsi del fatto che a mancare è il prodotto.
Obama ha tradotto in inglese e fatto suo lo slogan "Si, se puede", lanciato da Dolores Huerta nel 1972 durante il digiuno di protesta di Cesar Chavez, allora a capo della lotta contadina degli ispanici della California. "Si, se puede" è anche il motto del sindacato fondato da Chavez e Huerta, lo United Farm Workers. Obama ha acquisito lo slogan un paio di anni fa: "Yes, We Can" era il nome di un programma di educazione politica per giovani neri. 20 persone da formare come organizzatori di campagne elettorali, con particolare riguardo a quelle nei ghetti neri. "Yes, We Can" si è trasformato, quindi, in un videoclip che ha musicato un discorso di Obama, infarcito di celebrità, che ha fatto il giro del mondo. E lo slogan, alla fine, è arrivato in Italia.
Qui tutti tirano Obama per la giacchetta. “Il Foglio”, per esempio, oscilla tra la tradizionale ostilità per i liberal all’apprezzamento verso l’approccio messianico del candidato democratico: per Ferrara va bene qualsiasi cosa ricordi un afflato di spiritualità religiosa. Al Partito democratico italiano bastava l’elemento della novità (“change”), allo scopo di galvanizzare le proprie truppe confuse da tanti cambi di identità e a rischio di affogamento nel partito liquido. L’ironia è che l’unico a fare propria la lezione di Obama con successo è stato Umberto Croppi, l’attuale assessore alla cultura di Roma e capo della comunicazione di Alemanno durante la campagna elettorale: mentre il senatore dell’Illinois si riferiva incessantemente alla “solita Washington che dobbiamo cacciare”, la destra sociale romana concentrava la sue invettive contro “il solito gruppo di potere” che comandava la città. A quanto pare è un mantra che funziona.
L’elemento che in Italia è stato analizzato poco o niente – allo scopo di farne tesoro - è quello del modello organizzativo della vittoria di Obama. Mentre i partiti italiani si cesarizzano o si polverizzano, in America si procede a un’europeizzazione del sistema dei partiti, sempre più distinti nelle opzioni culturali e ideologiche, sempre più organizzati su una base di stabilità e continuità di lavoro tra un’elezione e l’altra (fino a poco tempo fa i partiti erano mere agenzie di sostegno elettorale a imprenditori politici che utilizzavano il franchising repubblicano o democratico).
Obama ha cominciato la sua carriera politica come “community organizer” nei ghetti di Chicago, seguendo gli insegnamenti di un radicale non marxista come Saul Alinsky, un nome della sinistra americana mai sufficientemente celebrato. Laddove il rapporto con la politica si riduce al voto di scambio o non esiste, le reti sociali di un quartiere o di una città vanno ricostruite su basi nuove: non bastano (o non sono credibili, o non esistono..) i partiti, servono persone inserite o capaci di inserirsi nei tessuti sociali, tecniche per farlo, educazione politica, continuità di lavoro, strumenti culturali per leggere la società nella quale si vive.
Obama vuole nazionalizzare questa sua esperienza locale: pochi giorni fa ha spronato il suo staff affinché costruisse “la migliore organizzazione politica degli Stati uniti”.
A causa del colore della sua pelle la sua candidatura è una scommessa, è intende vincerla grazie all’organizzazione. Ancor prima del messaggio: al di là del chiacchiericcio mediatico, i simboli che non hanno gambe e sostanza (o che non parlano più alle persone) durano molto poco. La sostanza è tanto nell’organizzazione e nelle tecniche che la determinano, quanto in un profilo culturale che riscopre parole d’ordine ed elementi culturali che hanno sempre fatto parte della tradizione democratica e liberal. E’ come se si cercasse di risvegliare il progressista dormiente – e il suo orgoglio - in ogni elettore democratico americano. In questo modo Obama ha saputo dare uno sbocco al disagio sociale e all’insofferenza di questi ultimi anni: in America Robin Hood non è amico di Tremonti. Riflettere su questo è il migliore insegnamento possibile per la sconcertata sinistra italiana.
Obama ha tradotto in inglese e fatto suo lo slogan "Si, se puede", lanciato da Dolores Huerta nel 1972 durante il digiuno di protesta di Cesar Chavez, allora a capo della lotta contadina degli ispanici della California. "Si, se puede" è anche il motto del sindacato fondato da Chavez e Huerta, lo United Farm Workers. Obama ha acquisito lo slogan un paio di anni fa: "Yes, We Can" era il nome di un programma di educazione politica per giovani neri. 20 persone da formare come organizzatori di campagne elettorali, con particolare riguardo a quelle nei ghetti neri. "Yes, We Can" si è trasformato, quindi, in un videoclip che ha musicato un discorso di Obama, infarcito di celebrità, che ha fatto il giro del mondo. E lo slogan, alla fine, è arrivato in Italia.
Qui tutti tirano Obama per la giacchetta. “Il Foglio”, per esempio, oscilla tra la tradizionale ostilità per i liberal all’apprezzamento verso l’approccio messianico del candidato democratico: per Ferrara va bene qualsiasi cosa ricordi un afflato di spiritualità religiosa. Al Partito democratico italiano bastava l’elemento della novità (“change”), allo scopo di galvanizzare le proprie truppe confuse da tanti cambi di identità e a rischio di affogamento nel partito liquido. L’ironia è che l’unico a fare propria la lezione di Obama con successo è stato Umberto Croppi, l’attuale assessore alla cultura di Roma e capo della comunicazione di Alemanno durante la campagna elettorale: mentre il senatore dell’Illinois si riferiva incessantemente alla “solita Washington che dobbiamo cacciare”, la destra sociale romana concentrava la sue invettive contro “il solito gruppo di potere” che comandava la città. A quanto pare è un mantra che funziona.
L’elemento che in Italia è stato analizzato poco o niente – allo scopo di farne tesoro - è quello del modello organizzativo della vittoria di Obama. Mentre i partiti italiani si cesarizzano o si polverizzano, in America si procede a un’europeizzazione del sistema dei partiti, sempre più distinti nelle opzioni culturali e ideologiche, sempre più organizzati su una base di stabilità e continuità di lavoro tra un’elezione e l’altra (fino a poco tempo fa i partiti erano mere agenzie di sostegno elettorale a imprenditori politici che utilizzavano il franchising repubblicano o democratico).
Obama ha cominciato la sua carriera politica come “community organizer” nei ghetti di Chicago, seguendo gli insegnamenti di un radicale non marxista come Saul Alinsky, un nome della sinistra americana mai sufficientemente celebrato. Laddove il rapporto con la politica si riduce al voto di scambio o non esiste, le reti sociali di un quartiere o di una città vanno ricostruite su basi nuove: non bastano (o non sono credibili, o non esistono..) i partiti, servono persone inserite o capaci di inserirsi nei tessuti sociali, tecniche per farlo, educazione politica, continuità di lavoro, strumenti culturali per leggere la società nella quale si vive.
Obama vuole nazionalizzare questa sua esperienza locale: pochi giorni fa ha spronato il suo staff affinché costruisse “la migliore organizzazione politica degli Stati uniti”.
A causa del colore della sua pelle la sua candidatura è una scommessa, è intende vincerla grazie all’organizzazione. Ancor prima del messaggio: al di là del chiacchiericcio mediatico, i simboli che non hanno gambe e sostanza (o che non parlano più alle persone) durano molto poco. La sostanza è tanto nell’organizzazione e nelle tecniche che la determinano, quanto in un profilo culturale che riscopre parole d’ordine ed elementi culturali che hanno sempre fatto parte della tradizione democratica e liberal. E’ come se si cercasse di risvegliare il progressista dormiente – e il suo orgoglio - in ogni elettore democratico americano. In questo modo Obama ha saputo dare uno sbocco al disagio sociale e all’insofferenza di questi ultimi anni: in America Robin Hood non è amico di Tremonti. Riflettere su questo è il migliore insegnamento possibile per la sconcertata sinistra italiana.
5 maggio 2008
North Carolina, profondo Sud (che cambia)
Come l'Indiana, la North Carolina non è un Paese per democratici. Il georgiano e bianco possidente del Sud Jimmy Carter è l'ultimo presidente ad aver portato a casa lo Stato per il suo partito. Nemmeno Clinton, l'altro presidente del Sud, è riuscito a strapparla al Grand Old Party.
Come per l'Indiana, lo Stato è stato colpito negli ultimi anni dalle conseguenze dall'abbattimento delle barriere commerciali. Al pari della sua parente del Sud, la Carolina ha visto le sue aree rurali e i piccoli centri industriali spazzati via dalla concorrenza asiatica: un quinto del lavoro manufatturiero è andato perduto e il cotone e il tabacco non servono più a produrre ricchezza. Ma la crisi della vecchia industria non è tutto. Se in South Carolina è il turismo ad essere la nuova frontiera, a Raleigh e Charlotte il tentativo è quello di generare crescita con un enorme investimento in ricerca e sviluppo. Lo Stato sta investendo 5 miliardi di dollari per costruire un Research campus a Kannapolis con l'idea di produrre 37mila nuovi posti di lavoro. Un esperimento simile ha funzionato con il Research triangle park, fondato el 1959, all'inizio del declino di tessile e tabacco. Il problema, qui come altrove, è che il nuovo lavoro di qualità non pesca nei bacini della disoccupazione post-industriale. Come altrove, insomma, lo sviluppo è destinato ad attrarre giovani brillanti e laureati, ma lascia fuori quel ceto medio in balia della grande trasformazione che sta attraversando tutti gli Stati Uniti.
Su gli scontenti e insicuri punta Hillary Clinton, che spera così di colmare il divario che da mesi la vede dietro nei sondaggi. La proposta sul taglio delle tasse sulla benzina - populista e di corto respiro - sembra fatta apposta per corteggiare le famiglie che non ce la fanno a pagare i conti. Gli attacchi a Obama sul gun control sono la stessa cosa. Il tentativo è quello di replicare Ohio e Pennsylvania. Sulla grande comunità afroamericana può contare Obama: il 21% della popolazione e possibile 40% degli elettori delle primarie sono neri e voteranno a grande maggioranza per lui. Anche i cambiamenti dell'economia locale, con i centri di eccellenza sono un bastione del senatore dell'Illinois. La vicenda del reverendo Wright lo ha colpito pesantemente e il suo vantaggio, un tempo sopra i dieci punti, oggi oscilla nei sondaggi tra un massimo di dieci e 3 punti. Una sconfitta di misura sarebbe per Hillary il segnale da agitare che è lei ad avere il vento nelle vele. Per Obama un vantaggio sotto i cinque punti sarebbe un disastro. Una vittoria larga è importante anche sul fronte dei delegati: qui sono 115, il numero più alto rimasto prima di Denver e portarne a casa parecchi, per Obama, sarebbe un passo in più verso la nomination. Le cronache dal campo raccontano di una campagna del senatore meno caratterizzata da grandi raduni, che punta sul porta a porta e gli incontri tematici. Qui come in Indiana, piccoli centri in crisi e fabbriche sono stati molto corteggiati.
Nessuno tra i contendenti può contare sull'appoggio di John Edwards, che è nato qui e qui veniva eletto senatore. Un suo sostegno servirebbe proprio a corteggiare quei lavoratori bianchi che sono diventati oggetto del contendere dal Supermartedì in poi. Ma l'ex avvocato dei poveri non ha intenzione di scoprirsi: vuole un posto nella prossima amministrazione e gli serve di sostenere il vincitore finale.
Come per l'Indiana, lo Stato è stato colpito negli ultimi anni dalle conseguenze dall'abbattimento delle barriere commerciali. Al pari della sua parente del Sud, la Carolina ha visto le sue aree rurali e i piccoli centri industriali spazzati via dalla concorrenza asiatica: un quinto del lavoro manufatturiero è andato perduto e il cotone e il tabacco non servono più a produrre ricchezza. Ma la crisi della vecchia industria non è tutto. Se in South Carolina è il turismo ad essere la nuova frontiera, a Raleigh e Charlotte il tentativo è quello di generare crescita con un enorme investimento in ricerca e sviluppo. Lo Stato sta investendo 5 miliardi di dollari per costruire un Research campus a Kannapolis con l'idea di produrre 37mila nuovi posti di lavoro. Un esperimento simile ha funzionato con il Research triangle park, fondato el 1959, all'inizio del declino di tessile e tabacco. Il problema, qui come altrove, è che il nuovo lavoro di qualità non pesca nei bacini della disoccupazione post-industriale. Come altrove, insomma, lo sviluppo è destinato ad attrarre giovani brillanti e laureati, ma lascia fuori quel ceto medio in balia della grande trasformazione che sta attraversando tutti gli Stati Uniti.
Su gli scontenti e insicuri punta Hillary Clinton, che spera così di colmare il divario che da mesi la vede dietro nei sondaggi. La proposta sul taglio delle tasse sulla benzina - populista e di corto respiro - sembra fatta apposta per corteggiare le famiglie che non ce la fanno a pagare i conti. Gli attacchi a Obama sul gun control sono la stessa cosa. Il tentativo è quello di replicare Ohio e Pennsylvania. Sulla grande comunità afroamericana può contare Obama: il 21% della popolazione e possibile 40% degli elettori delle primarie sono neri e voteranno a grande maggioranza per lui. Anche i cambiamenti dell'economia locale, con i centri di eccellenza sono un bastione del senatore dell'Illinois. La vicenda del reverendo Wright lo ha colpito pesantemente e il suo vantaggio, un tempo sopra i dieci punti, oggi oscilla nei sondaggi tra un massimo di dieci e 3 punti. Una sconfitta di misura sarebbe per Hillary il segnale da agitare che è lei ad avere il vento nelle vele. Per Obama un vantaggio sotto i cinque punti sarebbe un disastro. Una vittoria larga è importante anche sul fronte dei delegati: qui sono 115, il numero più alto rimasto prima di Denver e portarne a casa parecchi, per Obama, sarebbe un passo in più verso la nomination. Le cronache dal campo raccontano di una campagna del senatore meno caratterizzata da grandi raduni, che punta sul porta a porta e gli incontri tematici. Qui come in Indiana, piccoli centri in crisi e fabbriche sono stati molto corteggiati.
Nessuno tra i contendenti può contare sull'appoggio di John Edwards, che è nato qui e qui veniva eletto senatore. Un suo sostegno servirebbe proprio a corteggiare quei lavoratori bianchi che sono diventati oggetto del contendere dal Supermartedì in poi. Ma l'ex avvocato dei poveri non ha intenzione di scoprirsi: vuole un posto nella prossima amministrazione e gli serve di sostenere il vincitore finale.
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